Emilia Perez, recensione: il musical LGBT sui narcos è da Palma d’Oro

Un musical con protagonista il capo di un cartello della droga messicano che vuole intraprendere un percorso di transizione. Basta questo a fare di Emilia Perez un film assolutamente innovativo. Metteteci anche la tecnica, e meriterebbe la Palma d’Oro.
Selena Gomez in una scena del film Emilia Perez

In Italia e non solo abbiamo un problema coi musical. Io ce l’ho di certo. Ma Emilia Perez, il nuovo film di Jacques Audiard presentato in concorso al Festival di Cannes, parte un soggetto talmente potente e travolgente, realizzato poi con tecnica magistrale, da non poter passare inosservato. Forse il primo grande musical contemporaneo, lontano da soggetti visti e rivisti o rappresentazioni On Broadway. Una storia di narcos, di cartelli della droga messicani e di percorsi di affermazione di genere – già così è qualcosa di mai sentito – ma in versione musicata e cantata.

Tra i film visti in concorso finora, secondo noi potrebbe rappresentare la perfetta Palma d’Oro controcorrente. O forse neanche tanto, perché l’accoglienza è stata calorosa. Ma sicuramente, una Palma d’Oro foriera di grandi novità e, innanzitutto, di un grandissimo film. Il migliore visto finora a Cannes 77, e con distacco.

Musical, cartelli della droga e percorsi di transizione

Zoe Saldana in una scena del film Emilia Perez

Città del Messico, i corpi per le strade non si contano e la corruzione è alle stelle. Rita (Zoe Saldana) sta seguendo un caso di femminicidio. Sembra agguerrita come un procuratore, ma in realtà difende il marito della vittima e lo studio legale adotta la linea del suicidio, quando Rita sa che lui è colpevole. Così scrive l’arringa di difesa con la rabbia negli occhi di una pubblica accusa, occhi segnati da profonde occhiaie di frustrazione. Più che scriverla, la canta, e nel frattempo i passanti delle strade le si fanno intorno e procedono come una fiumana in rivolta, pronta a rovesciare tutto come un coro travolgente.

Inizia così Emilia Perez, come un musical atipico dagli intermezzi musical atipici: cantati a denti stretti, sibilando, quasi soffiando la rabbia di un Paese da troppo tempo assediato dai cartelli della droga. Di recente si è fatto avanti un nuovo jefe, che ha sconfitto l’Alleanza del Norte e ha dalla sua un esercito. Questi contatta Rita e le fa l’ultima delle richieste che ci aspetteremmo uscire fuori dalla bocca di un narcos: aiutarlo, o sarebbe meglio dire aiutarla, a scomparire e cambiare vita tramite un percorso di transizione, o sarebbe più corretto dire di “affermazione di genere”.

El Jefe si opera e assume il nome di Emilia Perez (Karla Sofía Gascón), ma sua moglie Jessi (Selena Gomez) e i suoi figli pensano che sia morto e che Emilia sia solo una lontana parente spuntata all’improvviso per prenderli sotto la propria ala. E non finisce qui. Resasi conto della gigantesca ferita che i desaparecidos, fatti sparire dai cartelli, rappresenta per il Messico – ferita di cui lei è stata uno dei maggiori responsabili – decide di prendere quel patrimonio accumulato su una catasta di morti e di aprire una ONG, con l’aiuto di Rita, per combattere i cartelli stessi.

Emilia Perez è un film fatto di scene (potentissime)

Zoe Saldana in una scena del film Emilia Perez

Già da queste poche righe di trama si potrà capire perché Emilia Perez sia un film tanto innovativo. Non solo perché sceglie come protagonista di un percorso di transizione, forse per la prima volta nel cinema, un personaggio assolutamente esecrabile. Ma per il modo in cui gestisce poi il tema identitario, tema cui il cinema di Jacques Audiard si interessa già da qualche anno. Emilia Perez è un film fatto di scene, bellissime e dal potentissimo significato umano quanto più i personaggi che si interfacciano con Emilia sono all’oscuro di tutto.

Come quella scena, cantata anch’essa, in cui la zia Emilia tiene fra le braccia la figlia, che crede di essere orfana. E la figlia, ignara, le dice che profuma degli stessi odori di suo padre, tutti gli odori che possono circondare la vita di un narcos: “Profumava di cofani e olio motore, di sigari, di cani, di ferro, profumava di coca… cola diet con ghiaccio e limone. E tu profumi come lui“. Ed Emilia piange, e noi piangiamo con lei.

Emilia Perez è un film fatto di sole donne, di rabbia sociale, di rabbia femminile e autoaffermazione identitaria e come specchio più grande di un popolo tutto, soggiogato di un Paese che non riconosce più come proprio, di un corpo di cui si sente prigioniero. Jacques Audiard è regista francese e quindi le tematiche LGBTQIA+ gli escono senz’altro meglio dello stato attuale del Messico, ma il connubio di temi e di questi con un linguaggio come il musical, rimane un’idea potentissima.

E di grandissima tecnica e coreografie

Ma Emilia Perez è soprattutto un film magnificamente girato e coreografato, un musical atipico sia per come viene cantato che danzato. Somiglia più che altro a una marcia di guerriglieri nella giungla, con i fucili caricati a tempo con la musica. Nella durezza della fotografia somiglia a Monos, un film del 2019 che aveva fatto molto parlare di sé; i movimenti di macchina vibranti, arrabbiati come i brani di cui riprendono le furiose coreografie, tra strade affollate ed esibizioni on stage.

Sappiamo che Jacques Audiard si è già portato a casa una Palma d’Oro e i registi che abbiano messo a segno la doppietta si contano sulle dita di due mani. Ma ci sentiamo di voler scommettere, perché Emilia Gomez è tutto ciò che deve avere un film per essere completo, nei temi e nella tecnica. E anche perché, l’ultima volta che avevamo scommesso su una vittoria qui a Cannes, salvo poi mettere le mani avanti perché il regista aveva già vinto una Palma, quel regista era Ruben Östlund e Triangle of Sadness, la Palma, la vinse poi davvero.

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