Drive-Away Dolls, recensione: Ethan Coen è il fratello divertente

Tra il pulp, il vamp e lo psichedelico. Metti insieme una ragazza incapace di lasciarsi andare, una che “Ho sentito che esiste anche un tipo di amore con cui vai prima a cena e poi a letto ma ho tante cose da fare di solito” e l’umorismo dei Coen in stile “Quel tappeto dava davvero un tono all'ambiente vero?” e hai Drive-Away Dolls.
Geraldine Viswanathan e Margaret Qualley in una scena del film Drive-Away Dolls

Drive-Away Dolls (o Henry James’ Drive Away Dolls) è finalmente al cinema e in lingua originale. Dopo La ballata di Buster Scruggs del 2018, Joel ed Ethan Coen prendono strade diverse ed Ethan riporta tutto lo spirito dissacrante dei Coen nel suo primo film da solista, in un road-movie tra Thelma & Louise e Bullet Train. Jamie (Margaret Qualley), l’amica di una vita – o almeno, così credeva inizialmente Marian (Geraldine Viswanathan), acchiappi casuali in bar notturni, una macchina a noleggio, un gruppo di finti poliziotti “caciaroni” sulle tracce della macchina, un motel da quattro soldi e le luci a neon verdi, Talahassee, Florida, “stato dei pensionati” e della legge “Don’t say gay”.

Di cosa parla Drive-Away Dolls

Siamo nel 1999 ma la linea politica americana non è poi così differente.  “Lesbiche.. non lasciate che vi spengano la luce” afferma Jamie al confine in un perfetto accento texano, la testa alta sul cartellone pro-famiglie dà al duo protagonista del film il benvenuto in Florida, stato della Sun-Belt o meglio, della Bible-Belt. “Ma chi va a Talahassee?” – “Mia zia” –  “E non può trasferirsi?”. “Curlie sei mai stato a Talahassi?” –  “Perché dovrei andare a Talahassi?”. Insomma, nessuno ci vuole andare a Talahassee. Da una zia probabilmente omofoba, a fare birdwatching tra strade pattugliate da poliziotti frustrati (pensandoci, Drive-Away Dolls è forse un film sulla frustrazione e su come porne rimedio).

Una frustrazione del tipo “Jamie, sto iniziando a rispondere male a chi non se lo merita”, “Ho già i miei problemi” – “Che problemi?” – “interni”. Però Jamie, all’indomani della rottura con l’ex ragazza mastino, Sukie, parte per accompagnare l’amica Marian dalla zia, a godersi la città – “quale città?” – finendo sempre nei bar frequentati da squadre di calcio femminili che non vedono l’ora di socializzare. Le due affittano una macchina con il servizio drive-away: devono quindi prelevare l’auto a noleggio e una volta raggiunta la destinazione consegnarla al cliente successivo. 

Non sanno però che nel cofano dell’auto c’è una testa in una cappelliera e una valigetta dal contenuto misterioso. Diversi poliziotti mercenari e confusionari sono sulle tracce del suo contenuto. Che cosa c’è dentro? Ha una funzione? Questo è sicuro. Col senno di poi viene anche da ridere, scrivendolo. E se è vera quella teoria che se a un certo punto della storia c’è una pistola, in qualche altro punto della storia dovremmo vederla sparare, è anche vero che se non spara… si può fare anche in altro modo. Col senno di poi, viene sempre da ridere, scrivendolo. 

Una valigia per domarli tutti, una valigia per…

Margaret Qualley e Geraldine Viswanathan in una scena del film Drive-Away Dolls

Pensiamo a Pulp Ficton, ovviamente. A Ronin, a Seven, a Mulholland Drive, a Bullet Train (i criminali ricordano proprio l’incapace duo protagonista del film), a Mission Impossible III e persino a Wonka: l’espediente narrativo della valigetta (che sia sotto forma di scatola blu o di una classica 24 ore), nel cinema, è un grande classico. Per alcuni di questi, però, la valigetta è solo una forma di escamotage per mandare avanti la narrazione – il cosiddetto MacGuffin hitchcockiano: non importa, ai fini della storia, quale sia il suo contenuto. Conta solo la sua presenza. Per altri, come l’ultimo Wonka, la valigetta è parte caratterizzante di un personaggio. 

E per altri ancora, come Seven e Drive-Away Dolls, la valigetta è parte integrante del messaggio affidato al film. Non vi sveliamo il contenuto, ovviamente. Eppure pensandoci, nelle valigette ci sono sempre stati soldi, bombe, fucili, pistole, tutti, pistola in primis, elementi fallici, arsenali, ormai associazioni ad un certo tipo di cinema – maschile – per i suoi protagonisti –  macho – per l’impronta ultima che ne danno alla  storia. 

Non ricordo bene quando, o chi di noi o entrambi abbiamo pensato… c’è questa cosa: ‘Ok, abbiamo un caso. Hanno una macchina drive-away, e c’è questa cosa al suo interno misteriosa e alcuni cattivi la stanno cercando’. E a un certo punto, come scrittore, devi confrontarti con questa cosa. Devi capire davvero qual’è il contenuto della valigetta. E siccome ne fanno una grossa questione, è facile poter deludere. Deve essere qualcosa di davvero davvero buono, quindi uno di noi, o entrambi, abbiamo detto: ‘Oh, una valigia piena di…’”. ha detto in un’intervista Ethan Coen, che ha co-scritto il film con la moglie Tricia Cooke, da cui è nata l’idea.

Drive-Away Dolls è un film politico

Colman Domingo, Bill Camp e C.J. Wilson in una scena del film Drive-Away Dolls

Come la maggior parte dei film, certo. Eppure, lo è non in forma non didascalica, non da morale, non che sia quello, il significato di politico. Politica e non partitismo, politica è in ogni cosa, sancisce quello che compri, sancisce persino il rapporto che hai con i tuoi fratelli: chi sta dietro ai più piccoli, chi rimane a casa senza doverne neanche discutere?. È un road-movie in chiave LGBTQ? Certo, ma non solo. Prende in giro l’America perbenista. È un film femminista? Definitivamente, ma di un femminismo latente, a margine, e forse per questo, più consapevole ed efficace, come quei film che ti colpiscono perché il messaggio ti viene detto tra le righe. 

Prende in giro il patriarcato, lo fa dal contenuto stesso della valigetta, poi però se ne serve, non lo odia, non li odia, non è il “film zombie che odia gli uomini” direbbe Bill Maher su Barbie. “Devi dimostrare di essere a tuo agio con il tuo corpo per smontare il patriarcato” afferma Jamie. Lo smonta senza troppi sforzi, parte dal piano fisico, dalle pulsioni, smonta l’inutile e gli lascia addosso solo degli stivali rossi. E gli uomini che finiscono per esserne ridicolizzati, lo fanno da soli, non serve tanto. 

Rispunta fuori Sukie, arrabbiata “e voi chi cazzo siete”? – E in sala pensi per un attimo che quello non sia neanche un umorismo dissacrante, che alla fine in mondo ideale quello è umorismo come tanti, poi però risponde Flint, uno dei criminali più scemi del gruppo: “E da quando le donne imprecano?” e pensi che sì, Drive-Away Dolls è proprio un bel film ma che lo spettacolo è finito ed è ora di ricomporsi e tornare a casa. Intanto i Coen – Coen duo – ricordiamo, torneranno presto tra noi con un nuovo film e sorprendentemente, si tratta di un horror

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