Digger, recensione: la realtà ha superato la satira

Divisivo, grottesco e visivamente straordinario: Digger mette Tom Cruise al centro di una satira sul potere, sull’eroismo e sul controllo della narrazione. Ma è all'altezza delle grandi aspettative che lo accompagnano. Scoprilo leggendo qui sotto la nostra recensione.
Tom Cruise è Digger nel poster del film

Pochi film, negli ultimi mesi, sono riusciti a dividere la critica quanto Digger. Il ritorno in lingua inglese di Alejandro G. Iñárritu, undici anni dopo Revenant, si è presentato immediatamente come uno degli oggetti cinematografici più ingombranti dell’anno: c’è chi vi ha visto un’opera audace, ambiziosa e persino geniale e chi, al contrario, una satira compiaciuta, urlata e incapace di sostenere il peso delle proprie intenzioni. Una spaccatura quasi matematica, fotografata anche dagli aggregatori, con Rotten Tomatoes rimasto attorno alla soglia del 50%. Warner Bros. ha finito persino per trasformare quella polarizzazione in materiale promozionale, affiancando giudizi entusiasti e stroncature nella stessa campagna.

Eppure Digger era stato atteso a lungo come uno dei grandi eventi cinematografici del 2026. Per mesi il film di Iñárritu con Tom Cruise era stato indicato tra i possibili titoli della Mostra del Cinema di Venezia, addirittura come potenziale grande evento del Lido, prima che Alberto Barbera chiarisse che non avrebbe avuto anteprime nei festival. L’attesa era comprensibile: da una parte il regista di Birdman e Revenant, dall’altra l’ultima vera star globale di Hollywood, finalmente lontana dalle saghe d’azione che ne hanno occupato gran parte della carriera recente. A unirli, una “commedia di proporzioni catastrofiche” impossibile da inserire comodamente dentro un genere.

Forse è proprio questa impossibilità a spiegare la violenza delle reazioni. Digger è contemporaneamente farsa, satira politica, commedia nera, dramma apocalittico e riflessione sulla nostra necessità di trasformare la realtà in narrazione. Iñárritu accumula registri, personaggi e idee con la stessa voracità del suo protagonista, rischiando continuamente di perdere il controllo. Quando funziona, il film riesce a essere esilarante e inquietante nello stesso momento, quando funziona meno, invece, sembra non fidarsi abbastanza delle proprie immagini e sente il bisogno di spiegare ciò che aveva già mostrato con grande chiarezza.

I dinosauri non si sono mai veramente estinti

Digger Rockwell è uno degli uomini più potenti del pianeta, un petroliere texano convinto che ogni problema possa essere risolto attraverso la stessa forza con cui ha costruito il proprio impero. Quando le attività della sua compagnia provocano una catastrofe ambientale capace di mettere in pericolo milioni di persone, Digger non vede tanto l’occasione per assumersi una responsabilità quanto quella per trasformarsi nel salvatore dell’umanità. Attorno a lui si muove una classe dirigente composta quasi interamente da uomini vecchi, potenti e incapaci di immaginare un mondo che possa sopravvivere senza di loro. Dinosauri che, esattamente come il gatto del film che sembra rifiutarsi ostinatamente di morire, continuano a sopravvivere a tutto.

La metafora è tutt’altro che nascosta. Il mondo di Digger appartiene a uomini arrivati al tramonto della propria esistenza ma ancora aggrappati al potere, pronti a lasciare dietro di sé una Terra devastata pur di non mettere in discussione il sistema che li ha resi indispensabili. Iñárritu li esaspera fino alla caricatura: presidenti, miliardari e dirigenti discutono dell’apocalisse con la stessa arroganza con cui potrebbero trattare una fusione societaria. E nel frattempo Digger compie l’operazione che più interessa al regista: trasforma la realtà in racconto. Non vuole semplicemente risolvere il disastro. Vuole decidere chi ne sarà il colpevole, chi la vittima e, soprattutto, chi verrà ricordato come l’eroe.

Tom Cruise, l’eroe che distrugge il mondo

Tom Cruise offre una buona interpretazione e, come accade praticamente sempre nella sua carriera, si consegna completamente al personaggio. Non gli bastano le protesi, i capelli radi o il corpo appesantito: modifica la camminata, irrigidisce i movimenti, costruisce un accento marcato e trasforma la propria voce adattandola a quella di un vecchio. Digger parla come se ogni frase dovesse convincere una platea e si muove come un uomo incapace di concepire l’esistenza di qualcosa che non possa controllare. È una performance volutamente sopra le righe, talvolta persino sfiancante, ma perfettamente coerente con un personaggio che ha bisogno di essere protagonista anche mentre il mondo gli crolla attorno.

La scelta di Cruise, però, diventa davvero interessante quando Digger comincia a dialogare con l’immagine costruita dall’attore in oltre quarant’anni di cinema. Da Top Gun a Mission: Impossible (di cui trovate qui la recensione dell’ultimo capitolo), Cruise è diventato l’uomo che corre verso il pericolo mentre tutti gli altri fuggono, l’eroe disposto a sacrificarsi pur di portare a termine una missione impossibile e salvare il maggior numero di persone. Iñárritu prende quell’immaginario e lo contamina. Digger è a sua volta convinto di dover salvare il mondo, con una differenza sostanziale: il mondo deve essere salvato anche da lui. Cruise interpreta così una deformazione grottesca del proprio mito cinematografico, un Ethan Hunt che ha smarrito il confine tra eroismo e narcisismo.

Quando Digger racconta, il colore scompare

C’è poco da dire, dal punto di vista visivo, Digger è quasi impeccabile. Iñárritu ritrova il premio Oscar Emmanuel Lubezki e gira interamente in VistaVision, sfruttando la superficie più ampia del fotogramma per costruire immagini dentro le quali lo spettatore possa continuamente scegliere dove guardare. Volti, corpi, scenografie e oggetti convivono nello stesso spazio con una profondità impressionante. Ma sarebbe riduttivo attribuire il risultato alla sola fotografia: costumi, trucco, protesi e scenografia sembrano concepiti insieme alla luce e al colore. Le carnagioni, gli abiti e persino le pareti finiscono talvolta per appartenere alla stessa materia visiva, come se gli uomini di potere fossero diventati parte dell’architettura che li protegge.

È soprattutto il colore a raccontare ciò che la sceneggiatura non avrebbe bisogno di verbalizzare. Iñárritu ha spiegato che quando è Digger a dominare la narrazione il colore tende progressivamente a svanire, e Lubezki costruisce infatti un universo di grigi, beige, verdi malati e incarnati quasi cadaverici. Il potere sembra prosciugare cromaticamente il mondo che controlla. Anche i grandangolari contribuiscono alla deformazione, ingrandendo volti e corpi e trasformando presidenti e miliardari in figure quasi deformi e mostruose. È qui che Digger raggiunge forse il suo livello espressivo più alto: quando lascia che siano composizione, luce, spazio e colore a formulare un giudizio senza che nessuno debba esplicitarlo.

Il cortocircuito della narrazione

Tom Cruise in una scena del film Digger

Ed è proprio per questo che sorprende quanto spesso Digger scelga invece di spiegarsi. La satira funziona meglio quando produce contemporaneamente due reazioni apparentemente inconciliabili: si ride dell’assurdità di ciò che accade e, nello stesso momento, quella risata si trasforma in disagio perché ci si accorge della vicinanza tra la caricatura e il reale. Iñárritu raggiunge più volte questo equilibrio, costruendo situazioni talmente paradossali da essere comiche e talmente plausibili da risultare inquietanti. Il problema arriva quando il film non si accontenta più di generare quel cortocircuito e comincia a verbalizzarlo, attraverso monologhi, urla e personaggi chiamati quasi a spiegare il significato della satira che abbiamo appena osservato.

È una contraddizione particolarmente curiosa per un film ossessionato dal controllo della narrazione. Digger denuncia uomini capaci di manipolare il racconto della realtà per imporre la propria versione dei fatti, ma finisce talvolta per comportarsi nello stesso modo con il proprio spettatore: indirizza, sottolinea, ribadisce e lascia poco spazio alla possibilità di arrivare autonomamente alle conclusioni. L’idea di interrogare persino i limiti della satira è tra le intuizioni più stimolanti del film; il problema è che Iñárritu sembra voler controllare anche la risposta a quella domanda. Digger è allora più potente quando si fida delle proprie immagini e delle proprie contraddizioni, meno quando pretende di dirci esattamente come dovremmo interpretarle.

Difficile stabilire se Digger permetterà a Warner Bros. di replicare agli Oscar i grandi risultati ottenuti lo scorso anno. Nel frattempo, il consiglio è di farvi un’opinione e andare a vedere il film, uscito ieri nelle sale.

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