Deserto Particular, recensione: un Brasile degli incontri impossibili

Ci sono film che non dicono nulla dal titolo, dal regista né dal cast. Chiuderci in una sala per guardarlo, però, ci fa tornare a casa con tanto da dire proprio su quel film che sembrava non dirci nulla. Deserto particular è arrivato nelle sale italiane, dal Brasile, con 3 anni di ritardo. Ci ha detto tante cose: ecco la nostra recensione!
Antonio Saboia in una scena del film Deserto Particular

Un titolo curioso ma poco accattivante, un regista semi-sconosciuto, una produzione brasiliana, una distribuzione italiana in ritardo di tre anni dalla data di uscita originale. Ma anche un titolo quasi finito agli Oscar per la statuetta al Film Internazionale, vincitore a Venezia del premio del pubblico nel 2021. Deserto particular è nelle sale italiane da ieri, in quelle che in provincia hanno ancora le sedie di legno e neanche i termosifoni. Andarlo a vedere al cinema è fare esperienza del deserto di cui parla il titolo e dell’atmosfera rarefatta e arida che si respira in tutto il film. Ecco la nostra recensione!

Che cos’è un Deserto particular?

Il deserto è un luogo in cui due uomini vivono soli in una casa non frequentata da altri essere umani. Il deserto è un mondo in cui ci si saluta dicendo “buona fortuna” perché vivere è un gioco con la sorte. Nel deserto per aspettare qualcuno si sta davanti alla tv con gli occhi chiusi, senza guardarla. Dal deserto si scappa fra colori fastidiosi, toni inquietanti e si corre con una tensione a fior di pelle. Non è Forrest Gump che corre per scelta, Daniel scappa. Corre per scappare dal deserto, ma se il deserto è sè stesso?

Andiamo con ordine, Daniel è un poliziotto che è stato sospeso dal servizio per aver fatto violenza su un suo sottoposto. Sappiamo di questo fatto dai racconti nel film, perché accade prima che la pellicola inizi e non ne vediamo alcuna scena. Vediamo, invece, la sua vita col padre, malato e bisognoso di assistenza. Ogni tanto passa a trovarli sua sorella, ma quando dice di convivere con una ragazza il rifiuto silenzioso di Daniel la fa sentire un’ospite indesiderata.

Nel deserto paludoso che è la vita di Daniel c’è un’oasi. Si chiama Sara ed è una donna di cui si è innamorato tramite una chat su whatsapp. D’improvviso, però, anche Sara diventa Sahara, diventa un deserto, e smette di scrivergli.

Daniel, che uomo misterioso

Antonio Saboia in una scena del film Deserto Particular

Da quando Sara smette di scrivergli, per Daniel comincia un road movie alla ricerca della donna che ama. Si configura, però, più come un viaggio tutto interiore, tra toni foschi e scene – appunto – desertiche. Attraverso una natura spesso ostile, le terre aride del Brasile e spesso la notte, Daniel vaga come un solo al mondo. Un riferimento contemporaneo potrebbe essere Franco Amore, nell’ultimo film con Pierfrancesco Favino. Ne L’ultima notte d’Amore il poliziotto vaga con perdizione per evitare qualcosa; in Deserto particular Daniel – che è anche lui poliziotto – fa esperienza della tensione e dell’isolamento alla ricerca di qualcuno.

Il deserto di Daniel, allora, diventa l’attesa. L’attesa di Sara, la speranza di trovarla, riconoscerla. Avete presente quell’episodio di BoJack Horseman in cui finisce sott’acqua in mezzo ai pesci, con una boccia di vetro in testa ? Quella boccia permette all’antieroe per eccellenza della tv di respirare, ma allo stesso tempo gli impedisce di comunicare con la gente intorno a sé. La boccia di Daniel è il gesso del suo braccio: il braccio ingessato è il simbolo dell’incomunicabilità rispetto al resto del mondo, che infatti finirà per distruggere ad un certo punto. Daniel, come BoJack, vive sott’acqua in mezzo ad un mare di pesci e mentre attende fra lui e loro sente uno schermo: il gesso ne è la concretizzazione.

Un topo in gabbia con la chiave nelle tasche

Pedro Fasanaro e Antonio Saboia in una scena del film Deserto particular

La seconda parte del film mette in luce che Daniel è l’unico artefice del proprio deserto. Dalla metà in poi la storia di Daniel diventa un’esperienza di accettazione di sé e riconoscimento dei propri atteggiamenti tossici che potrebbe aiutare qualsiasi spettatore a mettersi in discussione e ad attivare in sé dei processi. La mascolinità tossica di Daniel lo allontana dall’oggetto del suo desiderio, in questo caso Sara. E l’accrescimento dell’abisso fra lui e Sara lo spinge a rivalutare la sua versione di maschio violento, prepotente, subdolo ed autoritario. Deserto particular, in questo senso, potrebbe essere un interessante punto di partenza per quella ricostruzione del maschile di cui tanto oggi, giustamente, si parla.

Sulla scorta di Foglie al vento e del gelo nordico di Kaurismäki, quello fra Daniel e Sara è un incontro incomunicabile. Lo schermo della rigidità di Daniel – proprio come quel gesso intorno al braccio – impedisce ai due di avere un’interazione che sia davvero incontro, scambio, fusione reciproca. Il deserto interiore di Daniel, soprattutto, impedisce di capire “chi siamo veramente?

C’è l’omosessualità a tema. Non è uno spoiler, basta guardare i nomi del cast: Sara è interpretata da Pedro Fasanaro. Daniel si è innamorato di un giovane transessuale, che si è presentato a lui con il nome di Sara, ma il problema del poliziotto non è tanto con Sara/Robson quanto con se stesso. Deserto particular affronta il dramma dello stigma sociale, dell’omosessualità come malattia, soprattutto in un Brasile arretrato riguardo alcuni temi civili e sociali. Rimanda a il nostrano Signore delle formiche, soprattutto quando Robson chiede al pastore religioso – che ha il compito di guarirlo – “pensi che io sia malato?“.

Deserto particular e L’arte di amare

Ma il vero tema di Deserto particular non è questo. Il punto non è che l’omosessualità sia un problema per la società. La questione è: Daniel per amare deve saper amare se stesso. E non lo sa fare. Per questo si scherma e protegge, come protegge il suo braccio sinistro, con la rigidità, la violenza, l’aggressività e la mania di controllo. Perché proprio quella società tradizionalista e patriarcale ha ingabbiato Daniel nelle sue stesse catene. Più che il rifiuto dell’altro, drammatico e ricorrente in film con storie del genere, quello di Deserto particular è un rifiuto di sé. Il rifiuto di Daniel nei confronti di sé stesso e della propria libertà. Quel gesso è una zavorra, e soltanto liberandosi dei preconcetti e dei pregiudizi che si autoinfligge Daniel potrà uscire dal proprio deserto.

L’amore è elettricità“, gli dice Robson, e l’amore di Deserto particular, sulle note di Total eclipse of the heart, è quello di Erich Fromm. Quello per cui per amare l’altro è necessario amare prima sé stessi e “la capacità di stare soli“, e quindi non temere il deserto e il proprio io, “è la condizione prima per la capacità di amare“.

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