David Fincher: “Non credo nell’autorialità dei registi”

David Fincher, intervistato in un Q&A dal giornalista Nev Pierce in merito a Mank, ultima sua fatica, ha affermato di non credere nell’esistenza del concetto di autorialità nel cinema.
Il regista statunitense sostiene infatti che sia impossibile, per un regista, imporre una propria visione ben precisa nella produzione di un film:

Come sa bene chiunque abbia trascorso del tempo sul set, questo lavoro comprende molto sudore, imprecazioni, inganni e manipolazioni, e bisogna essere altrettanto bravi nel colpire con forza e allo stesso tempo scolpire dei cicchi di riso.
Si tratta di chirurgia cerebrale, pittura di interni e psicologia infantile. Tutte queste cose contemporaneamente. È una cosa molto difficile per chi non è in questo mondo immaginare il tipo la padronanza di sé che ci vuole per farlo. E a volte accade per caso, mentre altre volte è una conseguenza di un disegno specifico. A volte qualcuno stravolge una battuta nel miglior modo possibile, e questo cambia il significato di quella scena.
Quello che sto cercando di dire è che non credo nell’autorialità perché, in definitiva, non credo che qualcuno possa condizionare un istante in modo così esplicito, o che tutti siano semplicemente al servizio dell’idea di una sola persona. Penso che il cinema debba molto di più ai demolition derby che alla neurochirurgia.”

David Fincher ha preso come esempio di quanto afferma Taxi Driver di Martin Scorsese, nello specifico la scena forse più celebre del film in cui il personaggio interpretato da Robert De Niro dice, davanti allo specchio, “Ma dici a me?”.
La frase di Travis Bickle non è stata scritta su alcuna sceneggiatura del film, ma è nata dalla comprensione del personaggio operata da Robert De Niro e dalla sua conseguente improvvisazione.
Quella scena, secondo David Fincher, non è nata direttamente dalla mente di Martin Scorsese e da una sua visione specifica del personaggio di Travis Bickle, bensì da Robert De Niro.
In ciò si concretizza il pensiero di Fincher sull’autorialità del regista, che non può riuscire fino in fondo a influenzare ciò che avviene in scena.

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