Daniele Orazi, l’agente delle star pubblica Ostiawood: “Il mio mestiere è un noir grottesco”

Daniele Orazi, uno dei più noti agenti cinematografici in Italia, ha pubblicato un romanzo. Si intitola Ostiawood e il suo alter-ego e protagonista, Andy Schroeder, sembra uscito da una commedia noir. Noi l’abbiamo intervistato sul libro e la sua carriera.
Daniele Orazi e la copertina del suo romanzo Ostiawood

Immaginate un romanzo che vi sveli tutto il grottesco, la commedia degli errori e le idiosincrazie di quella grande Babilonia che è il mondo del cinema. Immaginatevelo con tinte noir, con un protagonista metà detective metà psicologo delle star, di lavoro agente cinematografico, diviso fra Ostia e il Festival di Venezia. E poi immaginate che ad averlo scritto sia proprio uno dei principali agenti cinematografici in Italia, Daniele Orazi, che firma un romanzo di fiction con riferimenti autobiografici, ma con quella continua autoironia satirica e scanzonata che non porterebbe a pensarlo. Tutto questo è Ostiawood, il primo romanzo di Daniele Orazi nelle librerie già da oggi, 4 aprile, edito da Solferino.

Il protagonista è Andy Schroeder, un agente cinematografico che rappresenta alcuni dei più grandi attori sulla piazza (tutti pseudonimi, ma certi tratti sono ben riconoscibili in tanti attori italiani che ben conosciamo). Lui viene dal nulla, è cresciuto in una Ostia molto simile a quella del cinema di Claudio Caligari. Albino, emarginato, si protegge dal sole e dalle prese in giro rifugiandosi costantemente nelle sale cinematografiche, guardando i grandi cult degli anni ’80, italiani e hollywoodiani, che spaziano da Il marchese del Grillo a Blade Runner. Oggi è un agente affermato e si prepara a una nuova, schizofrenica edizione del Festival di Venezia. Non fosse che strani incidenti cominciano a susseguirsi e lui, che dovrebbe essere il portafortuna di molti, il nichelino da puntare per andare all-in, si ritrova nell’incubo peggiore di qualunque agente: viene accusato di portare sfiga.

Daniele Orazi dice che l’importa autobiografica c’è senz’altro ma che il romanzo non si riduce a questo. Io infatti gli dico che la sua Ostiawood somiglia alla Miami dei detective di Charles Willeford, mi ricorda Tempi d’oro per i morti. Lui ribatte che sì, ci può stare, ma che più che detective lui fa lavoro di empatia con i suoi talenti. Che l’empatia è una delle qualità primarie che qualunque agente cinematografico dovrebbe avere, contro, forse, lo stereotipo nella mente dello spettatore comune.

Daniele Orazi si racconta e ci racconta Ostiawood, in questa bella intervista.

La copertina del romanzo Ostiawood di Daniele Orazi

Una premessa un po’ superflua forse, ma necessaria: possiamo dare per scontato che gran parte di quello che leggiamo in Ostiawood sia autobiografico, anche se sotto pseudonimo?

Diciamo che racconto cose che conosco. In questo senso sì, è autobiografico. Però i personaggi che descrivo, quelli di fantasia, sono la somma di tanti personaggi che ho conosciuto in questi 35 anni di lavoro. Quindi magari in un unico attore sono racchiusi quattro o cinque caratteri di altrettanti attori.

Avevi reso un po’ quest’immagine con quella del Dottor Frankenstein, che mette insieme pezzi diversi.

[Ride] Sì, mi sono divertito.

Il protagonista Andy Schroeder mi ha ricordato un detective della polizia di Miami, come quelli nei noir di Willeford. Il tuo lavoro come agente è simile a quello di un detective?

Più di uno psicologo, che di un detective. Sì certo, devi portare avanti tutta un’indagine, una strategia, in questo senso è calzante. Però c’è più un aspetto psicologico a mio avviso. Bisogna veramente stare accanto agli artisti nelle varie fasi della loro carriera, negli up e nei down, devi essere sempre pronto a seguirli in queste montagne russe. Per tornare al lato detective sì, ci si può trovare una chiave perché comunque l’agente cinematografico deve indagare, deve scoprire, anche banalmente quali siano i competitor del suo cliente, dei suoi attori. Bisogna capire prima degli altri cosa sta facendo quell’altro attore o anche, se vogliamo, andare a “dar fastidio” ad altri che possono “rubarti” ruoli che possono interessare ai tuoi attori.

Tre qualità che qualunque agente cinematografico dovrebbe avere, nella tua esperienza?

Sicuramente, come dicevo prima, l’aspetto empatico, essere vicino agli artisti è fondamentale, in tutte le fasi, perché non è sempre tutto rose e fiori. Poi essere anche preparati al rifiuto, perché come tanti attori arrivano, anche altrettanti se ne vanno, ti possono lasciare dal giorno alla notte. C’è la fase dell’abbandono e del lutto quasi, quindi bisogna essere molto forti e sicuri di se stessi, perché altrimenti ci si rimetterebbe sempre in discussione. E l’altro aspetto secondo me molto importante, davvero fondamentale, è la diplomazia. In questi anni è stato l’aspetto principale che ha caratterizzato il mio lavoro. Io di mio sono abbastanza morbido e gentile di indole, anche se ho un carattere cinico, graffiante e aggressivo apparentemente. Però alla fine sono un uomo da sempre abituato a chiedere “scusa” e “per piacere”. Quindi ecco, in un certo senso la diplomazia fa parte proprio della strategia di questo mestiere. Diplomazia anche nei confronti dei propri colleghi, una deontologia professionale. Perché più rispetti i tuoi colleghi, più sarai rispettato nell’ambiente.

Quindi cade un po’ lo stereotipo del mondo di agenti come un mare di squali?

[Ride] In realtà rimane un po’ un mondo di squali, in cui io sguazzo eh, perché pure io, a mio modo, lo sono. Perché io sono tanto buono e caro ma poi tutti mi dicono, per esempio, che il personaggio di Maurizio Lastrico nella seconda stagione di Call My Agent, anche fisicamente, gli ha ricordato me. Roscio, riccio, alto, col nasone. Ma poi caratterialmente mi vedono molto più vicino al personaggio di Lea, quindi a quella un po’ più aggressiva. Perché comunque serve questo aspetto un po’ più… “rampante”, per il bene dei tuoi clienti poi. Non bisogna essere cattivi, quello mai, non lo giustifico. Però trovare il modo di arrivare alle cose prima degli altri, non a discapito degli altri.

Tu hai fatto della tua passione lavoro, ma questa corsa campestre continua che descrivi, senti ti abbia fatto invecchiare anzitempo o ti tiene ancora giovane?

No no, mi tiene giovane [ride]. Me ne accorgo guardando a tutti i miei amici che non fanno questo lavoro. E lo vedo che, forse non fisicamente, ma caratterialmente, sono molto più giovane rispetto ai miei coetanei. Uno degli aspetti che più mi piace di più della compagnia che ho messo su, è che faccio moltissima attività di scouting. Sui giovani io punto tantissimo, da sempre. Ogni anno cerco di far emergere qualche giovane, organizzo tante attività dedicate a loro, tante masterclass. Nonostante abbia la fortuna di rappresentare grandi nomi del cinema, e potrei accontentarmi solo con quei quattro o cinque nomi, nonostante questo dedico molto tempo della mia giornata di lavoro a seguire e accompagnare la carriera degli “upcoming”, di quelli che stanno cominciando ad affacciarsi a questo mondo, a emergere. Perché è il momento più delicato in assoluto, ma anche quello più stimolante in assoluto. È il momento in cui puoi individuare, assieme all’artista, le caratterizzazioni che più gli si avvicinano, andare a cercare quei ruoli più divertenti, più affini. E poi dopo, vederli crescere, è una cosa che mi ha sempre dato veramente tantissima soddisfazione. Vederli crescere sia artisticamente, che come uomini e donne, diventare genitori, creare famiglie. Si crea un rapporto molto familiare.

Cito da Ostiawood: “Sapete quelle insopportabili banalità che si leggono ogni tanto sui social, quei nostalgismi da far cadere gli arti superiori tipo: […] «Altro che Breaking Bad, noi sì che abbiamo avuto la fortuna di aver visto Happy Days!» e altre melensaggini che significano, in pratica, che noi eravamo adolescenti più felici di quelli di oggi?”. Sotto a tutto il cinismo di cui parli, sembri credere molto nei giovani, in questo non hai la retorica paternalista del: “Ai miei tempi!”.

Devo dire la verità, proprio scrivendo questo libro mi sono accorto di essere molto nostalgico. Mi sono reso conto di essere fortemente radicato e attaccato a quegli anni, agli anni della mia formazione, agli anni ’80. Quindi in realtà mi riconosco un po’ in quell’aspetto nostalgico. Non dico noi fossimo i più fighi, i più forti, rispetto ai ragazzi che ci sono adesso. Però proprio stando a contatto coi giovani, devo dire che noi avevamo un po’ una marcia in più, nel senso di essere più ricettivi, su certe cose. Molto più veloci paradossalmente. Non per forza più ambiziosi, ma avevamo un po’ le idee più chiare. Adesso vedo molti ragazzi che sbandano, tutti provano a fare tutto, tutti vogliono diventare attori. E questo perché i social non stanno aiutando. Affatto. Perché rendono tutto una grande illusione. Mentre poi quelli che veramente ce la fanno sono in pochi. Quindi si creano i mostri, molta frustrazione. In futuro secondo me avremo molti più adulti, oggi giovani, molto più frustrati e scontenti di non aver ottenuto la cosa che volevano, rispetto alle generazioni precedenti. Ma semplicemente perché questo momento storico gli insegna a volere le cose senza essere ancora pronti, senza formazione o esperienza.

Riprendo da qui: “Tutti vogliono fare gli attori”. Io, da amante del cinema, ho scelto di fare critica e tutti rimangono stupiti non volessi fare l’attore. Tu invece, da amante del cinema, perché di tutti i mestieri ne hai scelto uno così specifico, prezioso ma poco conosciuto (dai più) come quello dell’agente.

Nel romanzo o nella vita?

Entrambe.

Beh nella vita, come spesso succede, perché ci sono capitato. Io in primis ho lavorato un po’ nel mondo dello spettacolo e di conseguenza avevo un’agente. E la mia agente dell’epoca mi chiese di darle una mano, andare in ufficio, rispondere al telefono. E così cominciai, facendo il volontario. E mi sono appassionato e mi sono accorto che, veramente, la cosa che mi piaceva di più era “stare dietro”, dietro le quinte. Mi incuriosiva molto di più, mi divertiva molto di più soprattutto, trovavo più soddisfazione. Questo nella vita reale. Nella finzione del romanzo, sicuramente perché mi piaceva poter raccontare qualcosa che conoscevo bene. Ma mi piaceva anche poter dare l’occasione al pubblico, agli spettatori – perché non mi risulta ci sia tanta letteratura su questo – di conoscere un po’ meglio questo mestiere, che appunto come dicevi tu è un po’ sconosciuto. Forse adesso con Call My Agent un po’ meno. Però in realtà c’è moltissimo mistero intorno a questa figura, moltissimi scambiavano quello che faccio io con quello che faceva Lele Mora [ride]. Sono due universi lontanissimi. Come tantissimi confondono il mestiere di agente con quello del direttore di casting o degli uffici stampa. Sono ruoli diversi.

Ti volevo chiedere proprio questo: chi è il lettore ideale di Ostiawood? Il pubblico, affinché scopra un po’ di più su questo mondo, o gli addetti ai lavori, per riguardarsi con autoironia?

Mi divertiva molto dare il mio punto di vista a chi non conosce di questo mondo, lo vede solo su schermo. Però penso possa essere utile anche alla categoria. Perché, ricordiamo sempre, non esiste ancora in Italia un albo degli agenti, non è un ruolo riconosciuto. Se ci fosse un albo ci sarebbero molti più professionisti di un certo livello, ci sarebbe molta meno giungla, sarebbe tutto molto più organico, facile, fluido. Quindi più si racconta di questo ruolo, più si potrebbe arrivare a questo traguardo, forse, in futuro.

Tornando alla tua vita e a come si ritrova, in parte, nel romanzo: quando leggiamo dell’adolescenza a Ostia troviamo un ragazzo emarginato, diverso, con una ferita che si porta addosso. Cos’è che più hai imparato da quella ferita, che ti ha reso poi un agente migliore nel tuo lavoro?

Premetto che non so se sono più bravo di altri, perché ci sono tantissimi professionisti e amici, fra i miei colleghi. Credo di essere semplicemente una persona che sa fare il suo lavoro. Detto questo, quel momento della mia vita mi ha sicuramente permesso di diventare più aperto. Di nuovo, di empatizzare meglio. Poi ovviamente ho romanzato ed esagerato nel libro, non è che ho passato un’infanzia così terribile. Diciamo che io e il personaggio di Andy condividiamo più delle stesse sensazioni, nonostante non sia una biografia. E trovo che quelle sensazioni, rispetto ad altri miei colleghi, mi abbiano fortificato. Venire da un quartiere disagiato, essere percepito come uno “strano”, strano e straniero, un outsider, non provenire (come succedeva) dalle famiglie borghesi dei Parioli che tramandavano il lavoro nel cinema di madre in figlio: tutto questo mi ha forse isolato in alcuni momenti, però mi ha reso anche un privilegiato. Nella mia condizione di solitudine, uso un termine forte, ho creato un mio mondo di sicurezze. Un’occasione per me, e per il personaggio di Andy, di riscatto. Per capire che di quei suoi “difetti” – anche se lui è albino, che non è un difetto, è una caratterizzazione, contribuisce a renderlo unico piuttosto, a livello visivo – poteva farne il suo successo. Su quella unicità, che non è solo fisica ma ha dei risvolti anche caratteriali, ho voluto mettere l’accento. Tutto questo gli ha permesso di volere in maniera… più forte, rispetto ad altri colleghi coetanei, di raggiungerli prima.

Ultime due domande un po’ divertite, suggestionate da un romanzo che è un po’ noir, un po’ commedia, un po’ anche fantascienza dell’assurdo. La prima: se il tuo mestiere fosse un genere letterario?

Noir sicuramente. Non so se esiste come genere letterario, ma direi noir grottesco.

Saprai che l’ultimo film di Tarantino sceglie un protagonista atipico del cinema, un critico che scrive per una rivista porno. Se l’ultimo di Tarantino fosse invece su un agente cinematografico, magari su di te, a quale attore vorresti venisse affidato il ruolo?

Oh caspita, italiano o straniero?

Vale tutto, entrambe.

Mamma mia, che domandona. Molto difficile perché dovrei capire di quale generazione attoriale. [Ci pensa a lungo]. Primo nome che mi viene in mente, non so perché, mi piacerebbe un Dustin Hoffman nella fase più matura della sua carriera. Tom Hanks pure potrebbe fare bene. Questi a livello americano. A livello italiano mi divertirebbe vederlo interpretato da… cacchio, difficilissimo.

Eh qui ti volevo.

Per quell’atteggiamento un po’ cinico e graffiante, in cui mi rivedo, ti direi non un attore di oggi, ma proveniente più dal mondo di Ettore Scola, dal cinema di Monicelli. Un po’ quell’indolenza di Mastroianni o un Gassmann. 

E se il seguito non fosse un adattamento? Se fosse un altro romanzo? Continuerai?

Ma sai che, nonostante non sia il mio lavoro e sia stato faticoso, perché comunque l’ho portato avanti nei ritagli di tempo, sai che mi sono divertito? È stato tutto molto veloce, molto rapido, di getto. Io ho sempre amato scrivere ma mai pensando a un libro, scrivevo appunti, racconti, che in parte tornano in questo romanzo. Quindi non escludo che Andy Schroeder possa avere un sequel.

Se fosse risentiamoci, facciamo il bis anche noi. Nel frattempo, ricordiamo che Ostiawood è disponibile in tutte le librerie dal 4 aprile.

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