Damien Chazelle al Cinema Ritrovato: “Cresciuto coi film Disney”

Il Cinema Ritrovato 2024 è giunto ai termine. Nel corso della penultima giornata però, c'è stato spazio per quello che era l'incontro più atteso dell'edizione, ovvero quello col regista statunitense Damien Chazelle. In questo nostro articolo potete scoprire le sue dichiarazioni.
Il regista Damien Chazelle, ospite al Cinema Ritrovato, con il suo premio Oscar, vinto nel 2017 per La La Land

Dopo nove giorni, il Cinema Ritrovato giunge al termine. Centinaia di proiezioni, decine di opere restaurate, migliaia di spettatori, il Festival bolognese è stato una ventata d’aria fresca per il cinema italiano e mondiale, nel pieno della torrida e appiccicosa estate emiliana. Ma non poteva concludersi senza un colpo di coda, e così è stato. Il penultimo giorno del Festival, sabato 29 giugno, il Cinema Ritrovato ha infatti ospitato una delle superstar del cinema hollywoodiano, Damien Chazelle.

Classe ’85, Chazelle è senza ombra di dubbio tra le stelle della regia della Hollywood contemporanea. Debuttante a soli ventiquattro anni con Guy and Madeline on a Park Bench, il regista ha poi avuto un’ascesa rapidissima e costellata di grandi film: Whiplash (2014), La La Land (2016), First Man – Il primo uomo (2018) e, infine, il monumentale Babylon (2022), ad oggi il suo ultimo lavoro. A pieno titolo tra gli enfants prodiges degli Academy Awards, Chazelle, vincitore della statuetta alla “miglior regia” a soli trentadue anni, è oggi una delle figure più note di tutto il cinema mondiale.

Accolto dall’ovazione di un Cinema Modernissimo strapieno, Chazelle ha tenuto banco per un’ora piena, raccontando il suo avvicinamento al cinema da giovanissimo, il suo periodo parigino, gli studi, l’amicizia con Justin Hurwit, il suo rapporto con i suoi attori e, ovviamente, delle sue ispirazioni. Qui di seguito potete trovare le sue dichiarazioni al Cinema Ritrovato 2024.

L’origine della cinefilia di Damien Chazelle al Cinema Ritrovato

Il regista Damien Chazelle sul set

Precoce sotto tutti i punti di vista, Chazelle, in conversazione col direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli, ha iniziato il suo racconto dall’inizio del suo rapporto col cinema. “Fin da bambino, ho sempre voluto fare film. Volevo essere come Walt Disney” inizia il regista. “I primi film che ho visto al cinema, sul grande schermo, sono stati infatti i film della Disney. Il primo in assoluto credo sia stato Peter Pan, ma ricordo nitidamente di aver visto anche Cenerentola. Poi, quando passai a vedere film live-action, quelli di Hitchcock e Spielberg erano i miei preferiti”. “Ho sempre voluto fare film, ma non sapevo di quale tipo” continua poi il regista di Whiplash. “Ho iniziato scrivendo piccole storie che poi riprendevo con la videocamera di mio padre”.

Poi, a tredici anni, il trasferimento a Parigi (il padre di Chazelle è francese), dove inizia un approccio con il cinema ancora più maturo, un vero e proprio viaggio nel tempo della cinefilia. “A tredici anni si è molto impressionabili e credo che questo abbia avuto un grande impatto su di me. Io ho conosciuto Parigi attraverso il cinema. Compravo questa rivista, chiamata Pariscope, dove c’erano tutti gli spettacoli e gli appuntamenti culturali di Parigi. Così, io giravo la capitale francese alla ricerca di film di Hitchcock o muti da vedere sul grande schermo. Era un vero e proprio viaggio indietro nel tempo. Praticamente era un Festival cinematografico privato e continuo. Neanche a Los Angeles, che è la città del cinema per eccellenza, ho più vissuto una cosa del genere”.

Dai primi scritti dei “giovani turchi” sui Cahiers du cinéma in poi, il dibattito sulla fruizione dei film è sempre stato centrale nel mondo del cinema. Ma come andava al cinema Chazelle da ragazzino? “Da più giovane fruivo il cinema principalmente in due modi. Da un lato, specialmente quando ero a Parigi, da solo, come una sorta di ricerca di un sogno privato. Dall’altro, in compagnia, con gli amici: gita al centro commerciale e film hollywoodiano, un vero must in America. Con gli anni mi iniziai però a distaccarmi da questo secondo modo di andare al cinema verso una ricerca maggiore di titoli internazionali, specialmente francesi, italiani, orientali”.

Gli studi e il periodo musicale

Damien Chazelle vicino alla batteria sul set del film Whiplash

Come abbiamo detto, Damien Chazelle ha sempre avuto le idee molto chiare su cosa fare nel suo futuro: film. C’è però stato un momento, in cui la sua passione cinematografica è stata messa in disparte, sull’altare di un altro grande interesse, che traspare nitidamente da tutto il suo cinema: la musica. “Durante i miei studi superiori, per un periodo, misi in disparte i miei idoli cinematografici per lasciare spazio a quelli musicali, specialmente jazzisti” inizia Chazelle.

“In quegli anni feci parte di un programma di musica veramente all’avanguardia, tenuto però da un professore che mi terrorizzava. Avevo davvero paura di essere oggetto della sua ira. Noi ragazzi eravamo trattati da adulti e vigeva la legge dell’assoluta meritocrazia: se facevi un errore potevi stare certo che l’insegnante avrebbe potuto sostituirti. Non c’era pietà”. Se vi ricorda qualcosa, non sorprendetevi: qui nasce l’ispirazione di Whiplash.

Un rapporto, quello tra Chazelle e la musica, comunque all’insegna del passato. “Anche nella musica, il mio approccio è sempre stato strettamente legato al passato. Io suonavo la batteria e ne avevo una che proveniva dagli anni Trenta, Quaranta. Anche le mie ispirazioni venivano sempre dal passato. Esattamente come i film che vedevo a Parigi”.

Damien Chazelle, l’università e Justin Hurwitz

Il regista Damien Chazelle e il compositore Justin Hurwitz

Passati gli anni degli studi superiori, dominati dalla musica, Chazelle tornò alla sua passione originaria, ovvero il cinema. Ad essere determinante in questo nuovo avvicinamento fu l’università, frequentata da Chazelle ad Harvard. “Io arrivai ad Harvard come il classico studente saccente, convinto di sapere tutto sul cinema. Frequentai questo corso di nicchia, dove incontrai questo professore eccezionale. Mi diede una lista di film documentari da vedere: non ne conoscevo neanche uno. L’incontro con il cinema documentario cambiò il mio modo di vedere il cinema”.

“Durante questo corso conobbi il lavoro di Robert Flaherty, considerato il padre del documentario anche se chiedeva ai protagonisti dei suoi film di agire in un determinato modo e muoversi come voleva lui. Qualcuno ha detto che ogni film è un documentario. In un certo senso è vero: quando si riprende un attore si sta raccontando quella persona in quel determinato momento. In parte è proprio questa la magia del cinema”.

E il rapporto con Justin Hurwitz…

Se c’è un elemento di assoluta continuità tra tutti i film di Chazelle, questa è senza dubbio la musica di Justin Hurwitz. “Ci siamo conosciuti durante il periodo dell’università” dice Chazelle. “Suonavamo insieme in una band rock che, ironia della sorte, ottenne un contratto discografico subito dopo che ce ne andammo. Bella mossa! (ride) Nel frattempo però eravamo diventati grandi amici e compagni di stanza”.

“Durante quel periodo io scrivevo film e lui musica per pianoforte, ci scambiavamo influenze. Alla fine, io gli chiesi di fare la musica per il mio film, e lui, nonostante non lo avesse mai fatto, accettò. Uno dei primi progetti che gli proposti era un film musical “alla Jacques Demy” con una punta di stile documentario: La La Land. Se avesse rifiutato, il film non si sarebbe fatto”. Una bella storia, anche se quell’Oscar mancato per la colonna sonora di Babylon brucia ancora. Anche a noi.

Damien Chazelle e i suoi attori

il regista Damien Chazelle e l'attrice Emma Stone sul set del film La La Land

Nel corso della sua breve carriera, Damien Chazelle ha già avuto il privilegio di lavorare con alcuni pesi massimi del cinema americano e internazionale. Come si approccia ai divi con cui lavora? “Non ho ancora trovato un modo fisso per rapportarmi con gli attori. I film e gli attori sono di volta in volta diversi e cerco di adattarmi”. Nemmeno riguardo il tema scottante delle prove prima delle riprese, Chazelle ha un metodo fisso. “Molti pensano inoltre che le prove siano deleterie, che facciano perdere l’immediatezza della performance. Altri invece che sia fondamentale. Io mi sono sempre posto un po’ a metà strada”.

“Con J. K. Simmons, per Whiplash, non facemmo neanche una prova, ma lui aveva già recitato nel mio cortometraggio omonimo e aveva già alcune indicazioni su come volevo le scene. Sul set di La La Land, scelsi di parlare molto con Emma e Ryan, che comunque provavano e riprovavano i numeri musicali, piuttosto che provare. Mi piace vedere il mio set come un laboratorio. Per First Man invece parlai sì molto con gli attori, ma volli anche far vivere Ryan e la sua famiglia on-screen insieme per una settimana, specialmente per mettere a loro agio i bambini”.

E, infine, l’approccio con gli attori di Babylon. “Con Brad Pitt e Margot Robbie non ho fatto particolari prove. Con Diego Calva invece, siccome era alle prime armi, provai tutto il film, anche per evitare che si bloccasse davanti a Brad e Margot. Provammo a casa mia, con mia moglie che faceva le altre parti. Devo dire che faceva un ottimo Brad Pitt! (ride)

L’ispirazione italiana al Cinema Ritrovato

Brad Pitt (Jack Conrad) e Diego Calva (Manny Torres) in una scena del Babylon, Marcello Mastroianni (Marcello Rubini) e Walter Santesso (Paparazzo) in una scena del film La dolce vita

Non poteva infine mancare un riferimento alle ispirazioni italiane del regista, più volte citato da nel corso della conversazione. “Realizzando La La Land, la mia ispirazione era il cinema francese, e quello di Demy in particolare. Facendo invece Babylon, avevo ben in mente il cinema di Fellini e La dolce vita in particolare. Volevo orchestrare Los Angeles come Fellini aveva fatto con la sua Roma. Non so se ci sono riuscito, ma i punti di partenza erano quelli”.

Aggiunge poi. “Credo che la struttura dei due film sia simile, con tante scene di folla e festa, che nessuno come i maestri italiani (da Fellini a Visconti, passando per Antonioni) ha mai realizzato con eguale capacità. La mia Los Angeles è un po’ come una nuova Roma che nasce dal deserto, una città che cerca un Dio che non c’è, in cui tutti tendono allo spirituale, a un miracolo che però non arriva”.

“Sono in italia da un po’ per realizzare il sogno di quasi tutti gli americani: diventare italiano” dice nel corso della conversazione il regista statunitense. Per il cinema italiano, probabilmente mai così in difficoltà, come ammesso al Cinema ritrovato anche da Sergio Castellitto, sia dal punto di vista artistico che da quello degli incassi, una figura come Damien Chazelle sarebbe buona come il pane.

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