Cuckoo, recensione: se Philip Dick avesse ingravidato It Follows

Al terzo giorno di festival, Cuckoo è il miglior film visto finora alla Berlinale 74. Un horror con punte di fantascienza dickiana e quel po’ di noir bukowskiano. Un film che si diverte coi generi e con le citazioni. Ne riparliamo fra 10 anni, potrebbe diventare un piccolo cult.
Hunter Schafer in una scena del film Cuckoo

Poteva Cuckoo, l’horror un po’ di nicchia di questo inizio di Berlinale 74, non diventare il miglior film su sei visti finora al Festival di Berlino? Era prevedibile, per uno cui il genere piace e quando si mescola ad altri generi piace ancor di più. Ci si diverte, con film come Cuckoo. Qualcuno ha anche riso in sala, per un film come Cuckoo. Ci si diverte anche solo per la caccia al tesoro di riferimenti che il più delle volte, in realtà, sono più uno spasso dello spettatore che una reale intenzione del regista, qui Tilman Singer.

Insomma, Cuckoo non è per forza un film derivativo, anche se nella recensione che segue di riferimenti divertiti ne troverete in gran quantità. E se anche lo fosse, derivativo, un po’ una somma di cose già viste, scoprirete leggendola che non c’è nulla di male. Che è difficile dire di nuovo, anzi, e col genere soprattutto. E che tutto il punto è come si amalgama. Cuckoo, questo, lo fa molto bene.

Fra horror anni ’70 e sci-fi anni ’50

Una scena del film Cuckoo

Hunter Schafer (Euphoria) interpreta Gretchen, una ragazza che ha da poco perso la madre e si trasferisce col padre, la matrigna e la sorellastra in un resort di montagna incastrato fra le Alpi tedesche. Ad accoglierli Mr. König – un gran bravo Dan Stevens nel ruolo, come si è bravi quando si ricoprono ruoli di genere – strano gestore del posto che sembra un po’ uno sciamano e un po’ un pedofilo viscido. Nel complesso però avvengono fin da subito strane cose, a partire dal prologo che preannuncia un grande complotto orrorifico ai danni della famigliola in arrivo.

Un po’ Overlook Hotel di Shining, un po’ Area 51 bavarese, l’intero complesso sembra fin da subito costruito ad arte, una di quelle cittadine fittizie su cui testare le bombe nucleari negli Anni ’50 (magari fosse, almeno le radiazioni ti ammazzano sul colpo). C’è proprio tutto, anche la caratteristica volante verde e bianca con su scritto “Polizei” e a bordo due agenti che però non si comportano affatto da agenti; e un ospedale di cui, però, chi altri potrebbe fruire se non gli sparuti ospiti del complesso? Insomma, una perfetta Wayward Pines.

Strani ultrasuoni si diffondono nell’etere, la sorellina di Gretchen si comporta come un rettile e Gretchen stessa inizia a essere inseguita da una nonnina con la mantella, il foulard da babushka, ma anche strani occhiali scuri a coprire un paio di puntini rossi alla Terminator. Seguono suoni gutturali da zombie e tentativi di fecondazione alla Alien. L’horror si mischia allo sci-fi da compound Anni ’70. Mr. König suona il flauto. Spuntano Philip Dick reincarnati sotto forma di investigatori alla Pulp di Bukowski, la somiglianza c’è sempre stata.

I tanti immaginari di Cuckoo

Cuckoo è un film fieramente citazionista, ma di quel citazionismo in cui non capisci mai se sono riferimenti diretti del regista o un immaginario talmente variegato da permettere allo spettatore di divertirsi nel ritrovarci di volta in volta ciò che più ama. C’è un po’ di It Follows, di cui dopo 10 anni ancora si parla: se ne daremo occasione anche a Cuckoo, di essere visto e commentato, fra altri 10 anni si parlerà anche di lui.

C’è un po’ di sangue, quello giusto, usato bene. Scelte musicali inaspettate come Il mio prossimo amore di Loretta Goggi, che ricorda un po’ l’uso in contrappunto che ne ha fatto Julia Ducournau in Raw con Ma che freddo fa di Nada e in Titane con Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli. E proprio parlando della Ducournau, Cuckoo è un buon film horror anche perché da un lato può seguire un po’ quel modello, della metafora orrorifica per raccontare sentimenti molto umani. Banalmente, cosa può passare nella mente di una ragazza orfana di madre quando guardi alla sorellastra figlia di un’altra donna: potrebbe percepirla come qualcosa di alieno, partorito da una creatura che non ha niente a che fare con noi. Dall’altro, Cuckoo funziona benissimo anche senza questa esegesi, come semplice horror poco impegnato.

E poi ancora baite dell’amore alla Twin Peaks e un detective da noir vecchio stile che davvero, sembra uscito da un romanzo di Philip Dick. Anzi, il suo azzeccatissimo interprete, Jan Bluthardt, sembra proprio un sosia di Dick. Potremmo continuare con molti altri riferimenti, ma vi basti questo, come regola generale del cinema di oggi, e cioè: i riferimenti sono sempre quelli, è già stato detto tutto, già raccontato tutto, già affrescati tutti gli immaginari possibili. Creare senza citare, o senza che qualcuno insista che l’abbiamo fatto anche quando non ne eravamo affatto consapevoli – mi torna alla mente un’intervista a Luc Besson – sembra ormai impossibile. Quindi ormai il gioco è di mescolanza, far convinvere immaginari tanto lontani e che ancora non sapevamo si potessero accostare così bene. Cuckoo fa esattamente questo, e per questo è così divertente guardarlo.

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