Cos’è l’Effetto Kuleshov e perché ha rivoluzionato il cinema

Un antagonista è l’alterego del protagonista. Dai ad un personaggio un desiderio e quest’ultimo, prima di ammettere di volerlo davvero, rifiuterà la chiamata all’azione per gran parte del film. Psicologia e cinema sono connessi. Lo sapeva benissimo Kuleshov: da Psycho a La finestra sul cortile, nell’Effetto Kuleshov si cela l’arte del montaggio.
Janet Leigh nella famosa scena della doccia del film Psycho

Cos’è l’Effetto Kuleshov e perchè è così importante per il cinema? Forse siete seduti davanti la scrivania in questo momento. Immaginate di guardare la finestra davanti a voi. C’è un albero, nulla di interessante. Immaginate che qualcuno abbia appena scattato una foto alla vostra faccia neutrale. Ripetete la stessa azione ancora una volta. Senza cambiare minimamente espressione, fissate ancora la finestra, ma invece di guardare l’albero, vi concentrate sul calcio della pistola che una donna ha appena piazzato davanti alla faccia di un uomo, nella casa di fronte. Lo fate però senza cambiare espressione. Qualcuno ha scattato un’altra foto alla stessa faccia neutrale che state mostrando. 

Se qualcuno guardasse solamente le due foto, senza sapere cosa stavate guardando – un albero qualunque o un probabile omicidio – cosa ne dedurrebbe? Due foto identiche, due espressioni identiche, neutrali. Non conferirebbero nessuna emozione allo spettatore, oppure, altra possibilità, lo scenario varierebbe in maniera impressionante a seconda di chi osserva la foto. Qualcuno potrebbe leggere noia in quell’espressione, qualcuno sofferenza, qualcuno, chissà, persino l’annuncio della fine del mondo, un po’ come l’espressione neutrale che aveva Nicolas Cage in Segnali dal futuro quando gli apparivano le visioni delle coordinate del prossimo disastro preannunciato. 

Il fattore contesto nell’Effetto Kuleshov

James Stewart in una scena del film La finestra sul cortile

Quello che è certo è invece che, per quanto assurdo possa sembrare, se lo spettatore si trovasse a osservare la prima foto – o la seconda, tanto sono uguali – e poi di seguito una foto dell’albero fuori la finestra, crederebbe che quello è il ritratto di una persona annoiata che fissava un albero. Se qualcuno osservasse l’altra foto, stessa espressione, e poi la foto del tentativo di omicidio, ne dedurrebbe che la foto era il ritratto dello shock sul volto del probabile testimone dell’accaduto. È allora il contesto il fattore chiave nell’Effetto Kuleshov.

Il contesto, l’oggetto dell’indagine visiva. Il fuoco dell’osservazione permette a chi osserva di dedurre un significato o un’emozione, anche quando quest’ultima è neutrale. Il regista russo Lev Vladimirovič Kuleshov arrivò a tale conclusione nel 1922 assieme al cineasta Vsevolod Illarionovič Pudovkin. I due intrapresero infatti un esperimento particolare: presero due sequenze, due fotogrammi che mostravano la stessa identica espressione dell’attore Ivan Mozžuchin. Mostrarono poi gli stessi fotogrammi messi accanto prima alla foto di un piatto di zuppa, poi a quello di una bambina in una bara, infine accanto alla foto di una bella ragazza sdraiata su un divano.

Il pubblico che osservò tali fotogrammi, messi l’uno accanto all’altro, ne dedusse che, nel primo caso, l’espressione dell’attore conferiva la fame di quest’ultimo nel guardare un piatto di zuppa. Nel secondo caso, l’attore provava tristezza davanti alla bara, nel terzo caso, provava desiderio per la ragazza. Eppure si trattava della stessa identica espressione. Questo perché, avrebbe poi spiegato la cosiddetta corrente psicologica tedesca della Gestalt (il cui focus era proprio sulla psicologia della rappresentazione visiva), la psiche umana tende a conferire un significato alle cose a seconda dell’ordine in cui queste ultime vengono mostrate, proiettando così in esse il rapporto tra significante e significato. Forma e senso ultimo dell’immagine visiva.

Gli esempi dell’Effetto nel cinema di oggi

Brad Pitt in una scena del film Seven

L’esperiemento prese poi il nome del suo ideatore, l’Effetto Kuleshov, che ne parlò anche in termini di “geografia creativa”, proprio per l’importanza che l’ordine in cui i fotogrammi venivano mostrati conferiva all’intera esperienza. Il cinema odierno e non solo, è disseminato di sequenze in cui l’effetto di Kuleshov conferisce il senso dell’intera scena. Pensiamo allo sguardo di Jeff de La finestra sul cortile nella sequenza iniziale del film di Hitchcock. L’uomo guarda, attraverso il cannocchiale, la finestra di fronte. Ha la stessa espressione (Hitchcock aveva infatti manipolato i fotogrammi tanto che James Stewart, nel guardare il risultato finale, disse che “quella non era la sua interpretazione”). 

Jeff osserva prima una mamma che gioca con il bambino. Pensiamo a Jeff come ad un uomo tenero, ma poi, con la stessa identica espressione, Jeff guarda una ragazza spogliarsi, e la nostra visione dell’uomo in quel momento, cambia drasticamente. Pensiamo ancora a Hitchcock, che ha fatto del montaggio un’arte nel veicolare emozioni e paure di ogni tipo. Il regista spiegò l’effetto in tali termini: “Un’immagine, presa in modo isolato, non ha senso. Però la stessa immagine, mostrata con l’immagine che la precede e con quella che segue, assume un significato”. Pensiamo alla donna protagonista di Psycho e alla scena della doccia. 

Prima ancora di parlare della musica nella sequenza, prima del coltello come metafora dello stupro, pensiamo semplicemente al fatto che non vedremo mai l’atto in questione. Vedremo l’espressione terrorizzata della donna, che fornisce chiaramente l’indizio di ciò che sta accadendo, ma è l’immagine del coltello che segue e anticipa la sua espressione che chiarisce allo spettatore quello che non viene mostrato: la donna è stata accoltellata. Effetto Kuleshov.

L’evoluzione dell’Effetto Kuleshov

Danny Lloyd in una scena del film Shining

Dall’esperimento dell’Effetto Kuleshov, basato fondamentalmente sulla giustapposizione di due o più sequenze, il montaggio ha attinto continuamente per rivoluzionare le proprie tecniche. Montaggi alternati, montaggi onirici (basati quindi su sogni o ricordi), sequenze alternate ad altre apparentemente lontane ma che, montate di seguito, forniscono un senso ultimo all’intera scena. Pensiamo a Seven, film del 1995 diretto da Fincher. Pensiamo agli sguardi del gruppo dei protagonisti sul finale. Sguardi differenti, che assumono un senso nel contesto della scena solo davanti al fotogramma della famosa scatola del film. Pensiamo a Michael Corleone che festeggia con la famiglia. Però di seguito vengono mostrati gli omicidi che ha probabilmente commissionato ai suoi scagnozzi. 

Pur senza vederlo in modo diretto, l’intera scena porta a pensare che l’ingresso di Michael Corleone nella mafia sia ultimato. Pensiamo allo sguardo di Danny di Shining, la bocca semi aperta davanti alla visione delle gemelle in corridoio. Il corridoio lungo di seguito e un’unica suiggestione. Non servono parole: scappa. Pensiamo all’iconico finale dell’ultimo Saltburn, un finale amato e criticato ma che pure affida al montaggio alternato, immagini dei primi incontri tra Oliver e Felix, la spiegazione che si cela dietro il comportamento di Oliver, prima ancora del racconto verbale. 

Insomma, passare dalla fame di un uomo davanti ad un piatto di zuppa alle azioni di un ragazzo che, come nelle più classiche delle dinamiche odierne, “distrugge e uccide quello che non può avere” è cosa di un attimo, con l’Effetto Kuleshov. 

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