Cinema Ritrovato (e riemerso): Un tranquillo weekend di paura

Un tranquillo weekend di paura è uno dei maggiori film di culto degli anni Settanta, nonché una delle opere più influenti sul cinema di Quentin Tarantino. Lo abbiamo visto e recensito direttamente dal Cinema Ritrovato 2024. Leggete questo nostro articolo per sapere cosa ne pensiamo!
Burt Reynolds e Jon Voight in una scena del film Un tranquillo weekend di paura

Chi scrive non aveva mai visto Un tranquillo weekend di paura. Ma, prima di partire con la doverosa ondata di biasimo, aspettate un attimo. L’attesa non è stata infatti dovuta alla negligenza, ma alla curiosità: se un film finisce tra i prediletti di Quentin Tarantino, una ragione ci deve essere. Ed è un peccato scoprirla su un computer, mezzi addormentati, sul divano. Da qui, l’attesa. Come per tutti quello che sanno attendere, l’occasione è poi arrivata. A regalarla, come spesso accade a noi cinefili, è stato il Cinema Ritrovato.

In edizione restaurata da una copia in Technicolor, la summa della carriera di John Boorman, uscita nelle sale nel 1972, è stata infatti riproposta agli spettatori del ricchissimo Cinema Ritrovato 2024. Un’occasione irripetibile per vedere per la prima volta il film di Boorman, esattamente come lui lo aveva pensato, in una sala quasi sold-out. Candidato a tre premi Oscar e assunto da più parti a film di culto del cinema statunitense, qui di seguito quindi potete trovare la nostra recensione di Un tranquillo weekend di paura direttamente dal Cinema Ritrovato.

Di cosa parla Un tranquillo weekend di paura

Ned Beatty, Burt Reynolds, Ronny Cox e Jon Voight in una scena del film Un tranquillo weekend di paura

Quattro amici (più o meno legati tra loro), Bobby, Drew, Ed e Lewis, si apprestano a partire per una gita sul fiume Cahulawassee. Fanno il pieno, si intrattengono con alcuni montanari del luogo e convincono due fratelli del posto a portare le loro automobili a valle, in modo da trovarle una volta finita l’avventura. Risolte queste incombenze, i quattro iniziano il loro viaggio, divisi su due canoe.

Fin dal principio, Lewis (Burt Reynolds) si mostra come il più spavaldo ed esperto del gruppo in fatto di sopravvivenza: guida la spedizione, caccia con un arco, è abbigliato nel modo giusto e sfotte a più riprese Bobby (Ned Beatty), “grassottello” e suo esatto opposto. A fare da contraltare alle sue filosofiche sparate anti-sistema è Ed (Jon Voight), giovane di successo con moglie e figlio. Un borghese che “ama la sua vita” così com’è. Dopo una notte passata in tenda, il gruppo riparte, rimescolando gli equipaggi delle canoe.

Durante una pausa del viaggio, Bobby ed Ed, si imbattono in due disgustosi e perversi montanari che, dopo averli minacciati, violentano Bobby e feriscono Ed. Quando questo si appresta a subire violenza a sua volta, uno dei due montanari viene ucciso da Lewis, finalmente sopraggiunto con Drew. L’altro montanaro invece riesce a scappare. A questo punto, i quattro devono decidere cosa fare del cadavere e la decisione “democratica” che sopravanza è quella di seppellirlo. Fatto questo, la gita riprende con uno spirito ben più cupo. Quando poi Drew (Ronny Cox) cade misteriosamente in acqua e le canoe naufragano, i tre superstiti devono cercare in tutti i modi di superare il weekend. Il weekend di paura.

La decomposizione dei valori

Il cast del film Un tranquillo weekend di paura

Tratto da Deliverance (nome originale anche della pellicola), romanzo dello scrittore James Dickey, la storia raccontata da Un tranquillo weekend di paura è apparentemente di una semplicità unica. La prima ora del film, fino all’incontro con i due montanari (due, perversi, sadici e stupratori che ricordano parecchio i due perversi e sadici stupratori di Marsellus Wallace in Pulp Fiction), sembra il racconto di una docile scampagnata tra amici, una gita di tre borghesi che accompagnano un amico mezzo matto e anti-sistema (che però fuma sigari come un banchiere) in una delle sue frequenti mattane. Ma ben presto le cose cambiano.

Piccoli presagi iniziano a sommarsi e il docile scorrere delle canoe sul fiume viene brutalmente interrotto dall’incontro con i due perversi bifolchi: le certezze vengono quindi meno e, con esse, crollano anche convinzioni e status dei protagonisti. La verità e l’apparenza iniziano a confondersi (Chi sono i due uomini che attaccano il gruppo? Perché Drew cade in acqua, malore, sparo o suicidio? Alla fine, Ed colpisce l’uomo giusto?), i valori a ribaltarsi (il sicuro Lewis, ferito, diventa la zavorra, mentre Ed e Bobby riescono a riprendere il controllo della situazione) e i valori umani di ognuno dei protagonisti, specialmente del ligio Ed, sempre più selvatico, a capovolgersi. Momenti che sono capolavori di tensione e recitazione cinematografica.

America vs. America in Un tranquillo weekend di paura

Bill McKinney, Ronny Cox e Burt Reynolds in una scena del film Un tranquillo weekend di paura

Un tranquillo weekend di paura è la più che degna prosecuzione del mutamento del cinema iniziato qualche anno prima con i primi film della Nuova Hollywood. Con Il laureato (qui recensito), Gangster Story ed Easy Rider, il cinema statunitense aveva iniziato a prendere una via una via inaspettata, frutto del fermento socio-politico che divideva gli Stati Uniti e di una schiera di registi che iniziava l’attività proprio in quegli anni. Il cinema, tra fine anni Sessanta e inizio Settanta, era così diventato uno dei mezzi prediletti attraverso cui manifestare il sentimento di incertezza e confusione di un paese, l’America, che stava cambiando. Ma cambiando davvero?

I quattro protagonisti, abbastanza eterogenei per essere un campione efficace della società americana, intraprendono la loro “missione” attraverso il fiume Cahulawassee (fittizio rivo situato sugli Appalachi della Georgia), quasi come personale protesta verso il prossimo sconvolgimento dello stesso corso d’acqua a causa della costruzione di una diga. Quello che però i quattro esploratori (più o meno improvvisati) non si aspettano è di trovarsi a contatto con una natura ben più respingente di quanto non si aspettino, certamente non affrontabile con la superficiale superiorità di Lewis.

Colpiti e abbattuti dalla sua violenza, i quattro (o meglio, i tre superstiti) sono quindi costretti ad abbandonare gli intenti pacifici. L’America civile, i cui valori, anche internamente, stanno lentamente cambiando, si contrappone quindi a un’America selvaggia che, un po’ per presunta superiorità (i montanari all’inizio) e un po’ sopravvivenza (i due stupratori), va in qualche modo domata. Così come stanno facendo gli operai con la forza impetuosa del fiume, domata a sua volta con la diga.

L’inizio della fine dell’ottimismo nel cambiamento

Jon Voight in una scena del film Un tranquillo weekend di paura

Arrivato nel 1972, Un tranquillo weekend di paura aveva i crismi della prima Nuova Hollywood, senza però conservarne la speranza, o quantomeno la positiva tensione verso il cambiamento. Il cinema era effettivamente cambiato, e si avviava verso toni sempre più cupi (o quantomeno più vari rispetto a quello precedente), ma la protesta aveva fallito i suoi intenti, Nixon era al potere (ma il Watergate stava per esplodere, con tutte le sue conseguenze) e i conflitti sociali (che sono poi i conflitti tra i quattro diversi personaggi) stavano per essere zittiti (o auto-soffocati).

Cosa può fare quindi l’uomo comune per superare le rapide delle incertezze e l’ossessivo dubbio sul da farsi? La risposta che sembra darci John Boorman (e prima ancora Dickey) non è certo di quelle pacifiche. Per continuare a “vivere la vita amata”, come vuole a tutti costi Ed, sembra quindi necessario reprimere la coscienza, mettersi l’arco sulle spalle e andare a caccia del nemico, la cui immagine è spesso nebulosa e incerta, un riflesso distorto di quello che ci affascina e che, allo stesso tempo, ci fa una paura fottuta.

“A volte, per trovare qualcosa, ti devi perdere”, dice Lewis. Frase fatta alla quale aggiungiamo: “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”. A partire da sé stessi. Ed è qualcosa che, legittimamente, ci terrorizza. La spinta verso il cambiamento non ha funzionato perché ha inglobato sé stessa, riportandoci più o meno al punto di partenza. Ma con una coscienza certamente non più così immacolata. E l’ansia di aver sbagliato direzione è talmente forte da far venire gli incubi.

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