Charlie Chaplin e i mille Charlot, una maschera contro il capitalismo

Bombetta, abito dritto e baffi a spazzolino. Occhi piccoli e faccia plastica per esprimere l'intero gradiente di emozioni in pochi frame muti. Charlot rappresenta il Chaplin operaio. In un'epoca di galoppante progresso, era miseria e rabbia, ma anche amore, disincanto e dolcezza. Contraddittorio, la maschera perde la libertà ma non l'umanità.
Charlie Chaplin e Jackie Cougan in una scena del film Il monello

Menzionare Charlie Chaplin conduce all’interno di un territorio piuttosto scivoloso, chiunque lo stia tirando in ballo, che sia un cultore della settima arte, o un semplice appassionato, o anche solo una persona dotata di buona memoria fotografica che ha letto il suo nome nella vetrina di una casualissima Feltrinelli. Questo tipo di personaggio, proprio come i più grandi cineasti della storia, porta con sé e su di sé una nomea così pesante che pronunciarla sembra quasi azzardato o pretenzioso.

Citarlo in un discorso rende il tono di quest’ultimo altezzoso e presuntuoso, come quando si chiacchiera di Kubrick, Fellini, Hitchcock, Kurosawa, Truffaut, Godard o Bertolucci. Sono personalità intoccabili, da non criticare, al di sopra delle leggi, quasi sacri. Eppure eccoci qui ad un secolo esatto dall’inizio della sua ascesa verso l’Olimpo della settima arte ad omaggiare Chaplin ed il suo alter ego Charlot, l’ometto goffo dai baffi a spazzolino che incarna l’era eroica del cinema, quella in grado di condannare la società ed i suoi sistemi solo attraverso l’arte purissima.

Come e dove tutto ebbe inizio..

Charlie Chaplin sul set

Siamo nei primi anni del Novecento, 1923 per l’esattessa. Mentre l’America stava ridisegnando i suoi sistemi economici attraverso l’introduzione della catena industriale, Charlie Chaplin viene ingaggiato dalla Keystone Film Company come sostituto di Ford Sterling, l’allora attore protagonista della casa di produzione. All’epoca la società produceva poche commedie da un rullo e qualche commedia da due rulli al mese, quindi cortometaggi e lungometraggi, ma banali, semplici e gioiosi; pieni zeppi di vitalità, ma privi di una narrazione reale del mondo circostante.

A questo punto della storia entra in gioco l’artista britannico che, adeguandosi al cambiamento economico-culturale globale in atto, inizia a ridefinire la commedia cinematografica. La trasforma in quella che oggi conosciamo come Slapstick, un sottogenere di comicità molto fisica, ritmata da parodie di grandi film, torte in faccia, capitomboli ed inseguimenti. Lo strumento per farlo? La maschera di Charlot, un alter ego dotato prima di crudeltà, venalità, propensione al tradimento, al furto e alla lussuria, reso poi adorabile e sognatore.

Una sorta di ibrido tra un clown del circo ed un comico di music-hall: cappello derby, baffi a spazzolino da denti, bastone da passeggio whangee, pantaloni larghi, giacca lisa e attillata e stivali oversize taglia 14 (il numero effettivo di scarpe di Chaplin era 5) necessari ad agevolarlo nella camminata larga.

Il personaggio, estremamente contraddittorio nella sua goffaggine, compare per la prima volta nel 1914 nel film Charlot ingombrante (Kid Auto races at Venice), nei panni di un semplice spettatore ad una corsa automobilistica per bambini, con manie di protagonismo, che cerca in tutti i modi di farsi riprendere dall’obbiettivo intralciando il cameraman. Per la prima volta nella commedia si apre un’indagine sull’uomo in quanto essere che pur esistendo nel mondo, è totalmente dissociato e ai margini del campo, bersagliato dalla sfortuna e dalla cattiveria.

Chaplin inizia così a sottolineare gli aspetti negativi della società di quegli anni attraverso lo stereotipo dell’uomo fallito e sfortunato, ma anche satirico, autoironico e buffo, costretto nei suoi affanni ma in grado di suscitare l’ilarità del pubblico.

Figure teatrali in un mondo ostile

Charlie Chaplin e la maschera di Charlot

La maschera di Charlot è l’emblema della cosiddetta alienazione umana, nello specifico quella delle classi sociali più emarginate, nell’era dell’Americanismo e del Fordismo. Due modelli di vera e propria mutazione antropologica in cui i valori e i metodi della produzione di massa si estendono in maniera totalizzante alla sfera delle relazioni umane, schiacciandone i tratti più umani ed empatici, mostrando una natura ostile come quella de La febbre dell’oro.

Charlot entra in contatto con il capitalismo, un personaggio fagocitante, fautore di ogni incomunicabilità, elemento primo in grado di rendere l’uomo incapace di essere e di considerarsi tale. Per Chaplin, il suo alter ego è uno di noi. Un uomo normale, proletario, povero. Un uomo che sopravvive, definito dai suoi bisogni primari, come la fame, e privato di un’identità dai padroni scialaquatori di ricchezze. La miseria si contrappone a panini iper imbottiti, galloni di latte e frutti intonsi gettati via per la strada, sulla quale il maldestro personaggio spesso inciampa esprimendo al pubblico un disadattamento alla vita.

La rappresentazione di tutto questo è epica in Charlot ladro (1915), una descrizione cruda e realistica della povertà; ma anche in Charlot Campagnolo (1919), in cui l’unica forma di rifugio dalla quotidianeità insopportabilmente controllata dalla Chiesa è la fuga onirica, e l’uomo si fa assonnato e svogliato.

Ma nell’immaginario di Charlie Chaplin, che sogna un mondo migliore, l’operaio Charlot perde l’umanità, la libertà, ma non disimpara ad amare. La penuria e la disgrazia si accostano alla solidarietà, al fatalismo e all’impegno.

Purezza espressiva e corporeità d’espressione in Charlie Chaplin

Charlie Chaplin è Charlot in una scena del film Charlot boxeur

L’esistenza di Charlot si fa sempre più densa, come la polemica sociale.

Senza la voce, facendo ridere senza bisogno di battute parlate, rimane solo il corpo esile, agilissimo e leggero. La mimica facciale di Chaplin si affina, diventa espressiva e piena di significato. Lucidissima nella rappresentazione della gamma inesauribile dei sentimenti: sofferenza, allegria, tristezza, gioia. Ma anche il dolore acuto e lancinante, lo struggimento della malinconia, l’irragionevole tenerezza. Charlot si fa personaggio che nasce, vive e fa fatica, ma che ad un certo punto decide di ribellarsi.

L’immagine dell’uomo mite e succube della classe dirigente si trasforma, dotandosi di un’arguzia, che pur non permettendogli di sovvertire totalmente l’infausto destino di uomo sconfitto, gli consente di sopravvivere e di trovare una via di riscatto dall’ingiustizia.

L’omino chapliniano diventa boxeur. Animato da una disperatissima incoscienza, impara l’arte dell’arrangiarsi. Il vagabondo per guadagnare qualcosa si reca in una palestra proponendosi come sparring partner dei pugili. Gracile e mingherlino è poco credibile, ma infilandosi nel guantone un ferro di cavallo trovato sulla strada verso il luogo sportivo, riesce a mettere al tappeto il suo avversario. Una metafora. Il film, oltre a rendere omaggio allo sport preferito di Chaplin, disegna un personaggio che non vuole essere eroe, ma solo qualcuno in grado di farcela, avvalendosi anche di beceri metodi come l’egoismo e il rifiuto degli scrupoli.

La forma più efficace della rivoluzione di Charlie Chaplin

Charlie Chaplin in una scena del film Tempi moderni

Nella società sempre più divorata dalla crescita, i perdenti della Terra sono incapaci di emergere. Il conflitto umano con l’angoscia moderna dei ritmi di lavoro si dipana in due opere di Chaplin che potremmo considerare come i gioielli della corona: il cortometraggio Charlot Apprendista (Work) e Tempi moderni (1936).

Nel primo Chaplin inclina la cinepresa a 45° e inizia la rapida, faticosa salita di Charlot con il carretto. Un’immagine impressionante: in cima alla salita l’uomo scivola su di una buccia di banana e scende fino a fermarsi sulle rotaie di un tram. Scampando la morte, arranca e sale di nuovo. Finalmente in cima, si ferma, strizza il fazzoletto intriso di sudore e mentre il padrone accoglie altre persone sul carro, Charlot riparte finendo per cadere in un tombino aperto, accompagnato dal commento del padrone: “Si è nascosto lì sotto il fannullone. Quando esce lo farò lavorare il doppio“. Attraverso l’effetto comico, Charlie Chaplin dipinge un quadro simbolico, una per nulla sottile denuncia dello sfruttamento e della disumanizzazione dovuta ai tanti lavori. Seguendo la logica modernissima del “più fatichi, più sei meritevole“.

In Tempi moderni invece la cornice è quella del cambiamento travolgente che raggiunge un punto di vertigine. L’uomo diventa parte stessa del terrificante ingranaggio, costretto e fisicamente inglobato dalla società del consumo che assorbe la linfa vitale dell’essere umano, invadendone ogni spazio e sfera, anche sociale. Il pubblico ride della disperazione attraverso la disperazione. L’uomo resiste, lotta anche quando la società lo respinge. In tutto ciò Charlot è solo e marcia su un filo lebile e precario come quello delle relazioni umane che non lo sostengono. La povertà è l’unica, tragica costante di una vita vissuta ai margini.

Con Charlot, Charlie Chaplin è modernissimo: il suo essere un eterno disallineato, lo costringe a vivere accettando le norme e soprattutto le contraddizioni di una società alla quale può resistere ma senza cambiarla veramente per sempre.

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