Cassandro, recensione: omosessualità e “lotta libera” al machismo

Cassandro è il nuovo biopic diretto da Roger Ross Williams disponibile dal 22 settembre su Prime Video. Incentrato sulla figura del wrestler messicano omosessuale Saúl Armendáriz, intepretato da Gael Garcia Bernal, il film racconta la sua ascesa nel mondo della lucha libre, concentrandosi parallelamente sugli aspetti più intimi della sua vita.
Cassandro, recensione: omosessualità e “lotta libera” al machismo

Disponibile su Prime Video dal 22 settembre, Cassandro è il biopic diretto da Roger Ross Williams in cui Gael Garcia Bernal interpreta il wrestler messicano omosessuale Saúl Armendáriz, divenuto celebre a cavallo tra gli anni ‘80 e i ‘90. L’attore non ha certo bisogno di presentazioni, il suo talento cristallino ha ammaliato dapprima il pubblico messicano, con pellicole come I diari della motocicletta, e poi lo ha lanciato nel panorama internazionale al fianco di registi come Alfonso Cuarón, Pablo Larraín, Alejandro González Iñárritu e M. Night Shyamalan. 

In Cassandro fornisce l’ennesima prova convincente, ma forse è il film ad adagiarsi fin troppo sulla sua interpretazione e sul suo carisma, dimenticandosi di costruire intorno a lui un impianto alla sua altezza. Stiamo parlando d’altronde di un film ambizioso, che si pone appunto l’aspirazione di omaggiare un uomo che, da lottatore, si è battuto contro i pregiudizi nei confronti dell’omosessualità, in un mondo che, per sua stessa natura, ha sempre rappresentato l’apice del machismo, della virilità tossica. Roger Ross Williams mette indubbiamente la sua dedizione al servizio della storia, ma è la narrazione sportiva a peccare di credibilità e passione. 

Cassandro: la rivincita degli exóticos

Saúl Armendáriz è un giovane wrestler dilettante che vive a El Paso e che, praticamente ogni sera, varca il confine con il Messico per partecipare ad alcuni incontri. Nella lucha libre messicana i luchadores si dividono in due categorie: i mascherati e gli exóticos. I primi sono sostanzialmente quelli più amati dal pubblico, nonché i vincitori designati nella maggior parte dei match. I secondi sono invece effeminati, potrebbero essere definiti dei drag-wrestler, e svolgono il ruolo dei perdenti. 

Per questo Saúl sceglie di far parte dei mascherati, nonostante sia omesessuale; per il desiderio di vincere e fare carriera, ma forse anche per i pregiudizi all’interno di un mondo fortemente e largamente machista, per sentirsi probabilmente accettato in una società che altrimenti non lo vedrebbe di buon occhio. Poi però improvvisamente qualcosa cambia, e decide di non essere più disposto a scendere a patti con se stesso. Saúl abbraccia gli exóticos, e El Topo – il suo nome da wrestler – diventa Cassandro. 

Fin dai primi incontri il pubblico sembra inaspettatamente entusiasta, il suo nome risuona in tutti i palazzetti dove partecipa agli incontri, e sebbene qualcuno continui a chiamarlo “checca”, Saúl diventa un vero e proprio astro nascente, attirando su di sé l’attenzione mediatica. Una storia di rivincita, personale e di un’intera comunità, fino al raggiungimento di un sogno, quello di lottare contro El Hijo del Santo, il più celebre luchador messicano. 

Cassandro: l’uomo prima del wrestler

Un'immagine di Cassandro, disponibile su Prime Video
Un’immagine di Cassandro, disponibile su Prime Video

Roger Ross Williams cerca di fare con Cassandro quello che Darren Aronofsky – qui la nostra recensione di The Whale, il suo ultimo film – ha fatto con The Wrestler, ovvero usare il wrestling per raccontare in realtà la vita dell’uomo dietro il lottatore. Il Randy Robinson interpretato da uno straordinario Mickey Rourke era un wrestler ormai in fase calante, ma soprattutto un uomo che viveva un dramma interiore, con problemi economici e un rapporto con la figlia decisamente conflittuale.

Saúl Armendáriz, a cui Gael Garcia Bernal  presta i panni, vive invece un altro conflitto interiore, quello di essere un uomo omosessuale in un ambiente in cui tutti ricercano ossessivamente la virilità. Cassandro porta avanti così una metafora intrinseca nella propria storia, in quella di Saúl: essere omosessuali, in una società maldisposta nei confronti dell’omosessualità, significa lottare ogni giorni per ottenere ciò che gli altri invece danno per scontato. Significa anche nascondersi dietro una maschera, per paura di non poter esprimere ciò che si è liberamente.

E quindi per Saúl il wrestling diventa il mezzo per sentirsi libero, per poter esprimere apertamente la propria sessualità, mettere quegli abiti che già da bambino guardava come si guardano i regali sotto l’albero di Natale. Lo diventa ancora di più quando sua madre viene a mancare, l’unica che sembrava amarlo per ciò che era, a differenza del padre, allontanatosi dalla famiglia mal sopportando l’idea di avere un figlio omosessuale. Quella di Cassandro è quindi innanzitutto la storia di Saúl, che Roger Ross Williams racconta con ammirazione, ma soprattutto con grande speranza.

Il wrestling è (solo) un pretesto

Una scena di wrestling estratta dal film
Una scena di wrestling estratta dal film

Tornando all’inevitabile paragone con The Wrestler, non possiamo sottrarci dall’evidenziare quella suddetta e abissale differenza nella narrazione sportiva. Se è vero che entrambe le storie personali dei due protagonisti riescono a trasmettere quelle emozioni che i due registi cercavano di trasferire al pubblico, è altrettanto evidente quanto Darren Aronofsky riesca, con un ardore ben diverso, a raccontare l’importanza del wrestling nella vita di Randy. Per quest’ultimo, proprio come per Saúl, lottare è una necessità che non si limita all’aspetto economico, ma diventa un qualcosa di spirituale, che il regista riesce ad infondere nelle sequenze sul ring.

In The Wrestler, infatti, i match sono interessanti al pari dell’arco narrativo più intimo del personaggio, ben coreografati, credibili insomma. In Cassandro diventano invece esclusivamente un pretesto, non restituiscono certo quell’adrenalina per cui il pubblico si esalta sugli spalti, mancano di pathos, e nonostante non siano evidentemente il centro nevralgico intorno al quale Roger Ross Williams costruisce la propria narrazione, rimane comunque un aspetto del film piuttosto insoddisfacente, in cui quest’ultimo si dimostra alquanto claudicante. 

Quando si realizza un film del genere, la componente sportiva deve necessariamente appassionare, e purtroppo Cassandro non riesce mai nel suo intento. Certo, Saúl nella propria vita deve lottare anche e soprattutto fuori dal ring, ma anche Randy deve farlo. E sebbene per entrambi l’impressione sia che il wrestling possa essere una ragione di vita, Aronofsky riesce a restituire questa sensazione, Roger Ross Williams no. “Li senti? È questo il mio mondo.”

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