Camping du Lac, recensione: tra documentario e fiction al TFF41

Camping du Lac, presentato in concorso alla 41esima edizione del Torino Film Festival, è il lungometraggio d'esordio di Éléonore Saintagnan, artista francese delle arti audio-visive. Il titolo, bizzarro e sensibile, è a metà tra il documentario e la finzione più totale. Mescola generi e propone qualcosa di unico.
I titoli di testa di Camping du lac in una scena del film

Camping du Lac, letteralmente campeggio sul lago, è una proiezione di 70 minuti presentata al cinema Romano nell’immediato post-pranzo al Torino Film Festival 41. Il nome della regista, Éléonore Saintagnan, è nuovo e infatti il film è, per la giovane artista, il primo lungometraggio su grande schermo. La Saintagnan è già riconosciuta nel campo delle arti audio-visive per lavori precedenti che hanno, a loro modo, a che fare con il filmico. La proiezione di questo film inizia con queste premesse. Un’opera prima, molto breve, dal retaggio artistico-concettuale. Detto ciò, il titolo, nel suo essere imprevedibile, corrisponde alla descrizione.

Non solo a Torino ma anche nella sezione Cineasti del Presente a Locarno la Saintagnan fa parlare di sé. In questo titolo scritto, diretto e interpretato dall’artista, la protagonista è una giovane donna che, raccontandosi attraverso una voce in fuori campo, decide di salire a bordo della sua macchina e partire per un viaggio senza meta, diretta verso Ovest. Dopo poco il mezzo la lascia a piedi. La giovane riesce a farsi dare uno strappo fino all’officina più vicina, dove scoprirà che ci vorranno interi giorni per sistemare la sfortunata automobile.

L’unica soluzione è fermarsi in uno dei bungalow del Camping du Lac, a poca distanza da dove si trova. Éléonore si concede alle circostanze. Darà sfogo al suo spirito voyeuristico spiando gli abitanti del campeggio, proprio come faceva quando era bambina. Partecipando alla Santa Messa del paesino bretone in cui si trova il campeggio apprenderà la parabola di San Corentino, patrono del paese in grado di parlare con i pesci. Mantenendo una distanza di sicurezza, la protagonista entrerà nell’intimo degli abitanti del campeggio, scoprendone segreti, nostalgie e paure. Il tutto con un finale che funge da chiusura del cerchio narrativo.

Camping du Lac: romantico e spietato, difficile e accomodante

Il film si propone come un racconto di finzione, ma dal taglio documentaristico. O meglio, simil-documentaristico. Fotografia e luci sono di ispirazione cinematografica ma seguono quasi sempre le regole del documentario. L’occhio della regista/protagonista è in comune con il nostro ed è sempre a intima distanza dai protagonisti, il che sembra paradossale, ma, proprio per questo, funziona. Dettagli tenuti più a lungo del dovuto, primi piani che sembrano fotografie ci comunicano che il mondo che stiamo spiando è verosimile in funzione di chi sta guardando.

Da qui il paragone con Agnès Varda, la cui morte ha lasciato un vuoto enorme , la pioniera del cinema che spia, che si intrufola nelle intimità quotidiane delle persone comuni. L’ispirazione di Saintagnan è praticamente dichiarata, rendendo il suo titolo quasi un omaggio. La regista non nasconde che il suo film sia un tentativo di creare qualcosa di mai visto prima. Affidandosi alle tecniche di arte audio-visiva più remote, Saintagnan ha creato una nuova realtà, funzionale esclusivamente all’elemento del filmico, ovvero la proiezione della propria intimità su un qualcosa di concreto, in grado di stimolare i sensi del corpo, secondo la regista.

Il montaggio sonoro e visivo è dolce all’apparenza, ma infimo nel mostrare una realtà fittizia, filtrata dalle orecchie e dagli occhi della protagonista. Il suo è un feticcio dei racconti. La cineasta vuole placare la sua sete di racconto, accompagnando noi spettatori in questo viaggio visivo dedito a soddisfare questa necessità. Applicando quella che Warhol chiamava l’arte della sequenzialità, Éléonore Saintagnan crea un’opera prima difficile da accettare, appartenente forse più al mondo delle installazioni artistiche che a quello dei film da festival. Da un altro punto di vista, invece, il suo Camping du Lac potrebbe essere avanti per i suoi tempi, sperimentando tecniche che potrebbero facilmente essere applicate a un cinema di domani.

Lasciate che vi racconti una storia buffa

Il lago di Camping du Lac, da una scena del film

Éléonore Saintagnan si abbandona al piacere del racconto, offrendo immagini dettagliate associate a storie di cui godere ogni più nostalgico e intimo dettaglio. Quello era il suo scopo ed è riuscito in pieno. Camping du Lac assomiglia a quel parente lontano che nemmeno sapevi di avere, che all’apparenza ti sembra strano, ma che poi ti lascia addosso un senso di comfort strano ma accomodante, forse perché sai che questo parente non lo rivedrai alla prossima cena di Natale. Sono chiare le ispirazioni ad altri film, noi per esempio ci abbiamo visto un Big Fish, e non solo per la scena finale. Un film di una dimensione tutta sua, dalla realizzazione divisiva e dalla ricezione accomodante.

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