Butcher’s Crossing, recensione: Nicolas Cage western alla Festa di Roma

Di tutti i film visti finora nel corso di questa Festa del Cinema di Roma – neanche pochi – la maggior parte si sono rivelati una grande delusione. L’intera edizione è sottotono, soprattutto fra i grandi titoli, mentre le piccole sorprese si nascondono dietro gli indipendenti e i documentari. Al netto di più di metà kermesse, il miglior film resta Butcher’s Crossing, tratto dal romanzo di John Edward Williams, autore di capolavori come Stoner. Il western con Nicolas Cage però è già passato dal TIFF, assieme a molte altre seconde visioni “rubate” ai principali festival. Segno che questa 17esima edizione non ha granché da raccontare.

Old Wild West

Una scena di Butcher's Crossing
Una scena di Butcher’s Crossing

Butcher’s Crossing è un ottimo western vecchio stampo. O meglio, uno degli ottimi neo-western che il panorama recente sta regalando: il tono sporco, ruvido ed essenziale ricorda soprattutto Il Grinta dei Fratelli Coen. Ci troviamo nel Kansas della seconda metà ‘800, in piena espansione statunitense in territorio indiano. Un giovane di Boston abbandona Harvard per cercare fortuna nelle terre selvagge, dove in questo caso la Golden Rush è sostituita dal mercato delle pelli di bisonte.

Un mercato in perdita, che dopo i tempi d’oro delle 10.000 pelli di bestiame a mandria ha portato la specie all’estinzione e fa ormai fatica a trovare grossi carichi. Per questo, il giovane decide di affiliarsi a un cacciatore esperto e carismatico – Nicolas Cage, barba folta e testa rasata a pelle – che sostiene di aver aver incontrato una mandria ancora inviolata in una sorta di vallata promessa, a settimane di viaggio e in pieno territorio indiano. Assieme ad altri due cacciatori, diventerà la loro meta di destinazione.

Inferno rosso bianco

Nicolas Cage in Butcher's Crossing
Nicolas Cage in Butcher’s Crossing

Butcher’s Crossing è un film di poche parole come poche parole servono per celebrarne i pregi. Un film in cui convivono molte morali diverse, tutte già sentite ma non per questo superflue da ricordare. L’estinzione di una cultura e dei suo mezzi di sostentamento – gli indiani che da un singolo bisonte ricavano nutrimento, riparo dal freddo e utensili quotidiani – sotto i colpi della fame insaziabile del Sogno Americano, già esaurito, fanno da sfondo a una storia di violenza e crescente follia.

La sete di sangue e l’avidità, come sempre, trasformeranno questa spedizione di poche settimane in una prigionia destinata a durare un anno intero. Incuranti del sopraggiungere dell’inverno, i quattro uomini si troveranno a dover sopravvivere al freddo e alle astinenze, senza fiducia o rispetto reciproco, accumulando il più grande carico di pelli che si sia mai visto senza sapere che farne. E nel frattempo la follia cresce, gli uomini si fanno coyote e il sangue non è più solo quello del bisonte.

Le morali di Butcher’s Crossing

The Unbearable Weight of Massive Talent
The Unbearable Weight of Massive Talent

Quindi, la fine dell’età dell’innocenza, questa la morale che riguarderà direttamente il giovane protagonista quando (e se) farà ritorno a casa, ormai irrimediabilmente provato e inasprito. Quindi anche l’avventatezza della gioventù, la ricerca infantile di avventura e fortuna che è poi, a livello collettivo, l’insensato capitalismo del Sogno Americano.

Un sogno destinato, ironia della sorte, ad autodistruggersi proprio a causa di quelle stesse logiche di mercato e di inflazione su cui aveva basato la sua grande ascesa e ora la sua rovinosa caduta. Ora che forse, con un anno di ritardo, un cappotto di bisonte ce l’ha ormai chiunque e quelle pelli potrebbero non valere più un bel niente.

Tutto questo e anche di più convive in un film che è solo l’ennesimo, graditissimo esperimento di Nicolas Cage nel campo del cinema indipendente, dopo la grande caduta – economica e personale – seguita alla fase dei grandi blockbuster. Pig, Prisoners of the Ghostland, The Unbearable Weight of Massive Talent e ora Butcher’s Crossing: Cage dice che quelli che sta facendo negli ultimi anni sono i migliori film della sua carriera. Noi non possiamo che concordare.

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