Baby Reindeer è davvero la miglior serie Netflix degli ultimi anni?

Baby Reindeer è certamente la serie Netflix più chiacchierata del momento, anche a distanza di tempo dalla sua eccessiva. Una storia di stalking, una storia autobiografica che racconta il doloroso passato dell’autore e protagonista Richard Gadd, ma soprattutto una storia sulla ricerca di sé.
Richard Gadd in un poster della miniserie Netflix Baby Reindeer

Se c’è una cosa che il mondo dei social ha insegnato è l’innegabile bisogno di entrare nella vita delle persone, di scoprire ogni recondito segreto. Il concetto di privacy non è mai stato così labile dal momento che tutti disponiamo sogni, paure, successi e sconfitte in caroselli, stories o reels. Non stupisce quindi il fatto che Baby Reindeer sia diventata in poco tempo una delle serie di maggior successo prodotte da Netflix, senza necessitare di proclami o particolari promozioni, nonché uno dei prodotti audiovisivi più impattanti di questa prima metà dell’anno.

Una miniserie profonda e dolorosa che scava nelle emozioni umane, evidenziando per l’appunto il bisogno compulsivo di sfondare il muro della finzione e cercare ossessivamente un qualsiasi allaccio con la realtà. Tutti gli elementi che la compongono la rendono il perfetto prodotto da streaming da divorare in binge watching, da commentare voracemente previo rischio spoiler e purtroppo generatore di indagine a tutto spiano. La storia vera di Richard Gadd, che della serie è ideatore, sceneggiatore e attore protagonista, non è solo una doverosa denuncia ma la dolente dimostrazione di una realtà sempre sposta a guardare dalla finestra sul cortile.

Baby Reindeer: di cosa parla?

Richard Gadd e
Jessica Gunning in una scena della serie Baby Reindeer

Disilluso aspirante comico sulla trentina, Donny lavora presso un pub londinese quando, in un giorno qualunque, un suo semplice gesto, una tazza di té offerta, cambierà la sua vita per sempre. Dall’altra parte del bancone c’è Martha, donna in sovrappeso che millanta una sfavillante carriera pur non potendo permettersi mai nulla. Quello che inizialmente appare come un comune rapporto con un cliente abituale sfocia in un’ossessione. Donny diventa la “piccola renna” di Martha che tra visite al locale, email e messaggi sempre più invasivi, originando una non relazione malata e distruttiva.

Lo spettatore viene quindi coinvolto sin dai primi minuti nello scoprire perché, dopo le prime avvisaglie, il protagonista continui a tenere in piedi questo rapporto al limite del perverso. L’inizio della serie mostra difatti Donny in procinto di denunciare Martha alla polizia dopo sei mesi che questa sequela di eventi è cominciata. La domanda del poliziotto non può che essere: “perché ci ha messo così tanto a denunciarla?”. Il perché sarà una rivelazione graduale che porterà alla luce il disagio emotivo che controlla la vita di Donny.

Non solo una storia di stalking

Richard Gadd in una scena della serie Baby Reindeer

Nella realtà sono state 41.071 email, 744 tweet, 350 ore di messaggi, 106 pagine di lettere, 46 messaggi su Facebook e 4 account falsi creati. Tutto cominciato da quella tazza di tè. Baby Reindeer però va oltre il resoconto di una storia di stalking e non è neppure solamente la storia autobiografica di Gadd, anche se effettivamente lo è. La miniserie da sette episodi si sofferma soprattutto sul perché sia avvenuta ogni cosa, sulle motivazioni di tutti i personaggi coinvolti, cancellando l’idea di una singola vittima presente. A connettere Donny e Martha è innanzitutto l’attenzione reciproca ricevuta.

In quanto stand-up comedian allo sbaraglio protagonista è da sempre alla ricerca di un riflettore puntato su di sé, anche solo di un flebile spiraglio di luce che possa illuminare una vita nella quale ha ormai smesso di vivere realmente. Allo stesso modo anche la stalker è conquistata da quella tazza offerta a rappresentazione di uno sguardo compassionevole, delle prime attenzioni ricevute. Entrambi sono intervenuti inconsapevolmente nel rispettivo disagio, rendendo impossibile il distacco. Nella storia di Donny però è presente una parentesi buia che riemerge prepotentemente.

Il suo passato è segnato da un abuso subito, da una fiducia mal riposta nel tentativo di raggiungere la fama ad ogni costo, anche quello di annullarsi. Il contatto con una figura dello spettacolo sembra l’occasione a lungo attesa ma si rivelerà una discesa negli inferi. Una violenza che mette in dubbio ogni certezza di Donny, la sua mascolinità e sessualità in un contesto di perenne giudizio che lo relega in una posizione di inferiorità, trasformando la realizzazione di un sogno nella ricerca di un luogo in cui essere finalmente accettato. La figura di Martha, nella sua totale distorsione, diventa quasi salvifica, l’ultima ancora cui aggrapparsi per ritrovarsi.

Il fascino di Baby Reindeer

Richard Gadd in una scena della serie Baby Reindeer

Tutti questi elementi, così drammaticamente attuali che purtroppo sono parte della cronaca quotidiana, compongono il successo della serie, riuscita a compiere il mai semplice passaggio da pièce teatrale di un singolo a prodotto audiovisivo. A catturare da subito l’attenzione è la scrittura ponderata in grado di portare avanti una narrazione degli eventi immersiva che parla di disagio ma lo trasmette anche a chi osserva. Come in un puzzle siamo intenti ad unire i pezzi per rispondere alla domanda motrice del tutto. Non c’è retorica, né superfluo didascalismo, anche nei passaggi più drammatici e disturbanti.

Donny/Richard proietta così su di sé sentimenti contrastanti, facendo leva sulla stessa empatia che ha segnato ogni sua decisione. Lo spettatore è quindi attratto dall’invadere la vita dei protagonisti, coadiuvato da una regia volutamente oppressiva che lavora di primi piani, di dettagli, sollecitando la ricerca di indizi. Lo stesso avviene per mezzo della fotografia che segue l’angosciante evoluzione dei personaggi (sconvolgente la bravura di Jessica Gunning nel ruolo di Martha) raggiungendo picchi qualitativi nella resa visiva e musicale delle allucinate scene del tanto chiacchierato episodio quattro e nell’escalation finale (qui da noi spiegata).

In questo Baby Reindeer può essere annoverata come una delle migliori serie Netflix degli ultimi anni, tralasciando l’insensatezza della caccia al colpevole post visione, nel non voler solo rendicontare i fatti degenerati in un vortice di vergogna e menzogna ma nell’analizzare una condizione, addirittura nel reinterpretare catarticamente il proprio tragico vissuto. Un monito rivolto a chiunque, non solo a chi purtroppo è ancora o è stato vittima di stalking, ma a chi lotta con l’accettazione di sé e si nasconde dietro una maschera spaventato dall’affrontare questo mondo.

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