American Graffiti: 50 anni del cult generazionale di George Lucas

Qualche anno prima di dirigere il primo Star Wars, e dare vita a uno degli universi cinematografici più importanti della storia del cinema, George Lucas realizzò American Graffiti, un vero e proprio cult generazionale. Oggi ricorre il 50° anniversario dalla premiere mondiale nel 1973, e questa è la nostra recensione.
American Graffiti: 50 anni del cult generazionale di George Lucas

Prima ancora di creare quello che sarebbe diventato uno degli universi cinematografici più influenti nella storia della settima arte, George Lucas diede vita a un vero e proprio cult senza tempo, capace di rappresentare, come forse nessun altro è riuscito a fare, l’America dei primi anni ‘60. Un anno dopo fece il suo esordio sulle televisioni americane Happy Days, diventando ben presto un fenomeno generazionale, mentre una decina di anni più tardi Stand by Me riuscì a fare altrettanto, confermandosi ancora oggi come uno dei coming of age più apprezzati dal grande pubblico. Nessuno però riuscì a sostituire American Graffiti nell’immaginario collettivo. 

Eppure il film di George Lucas non ha certo il frenetico e travolgente ritmo di Happy Days, né tantomeno l’irresistibile comicità della pellicola diretta Rob Reiner, ma ha qualcosa, ha sempre avuto qualcosa, in grado di renderlo probabilmente ancora più iconico. American Graffiti è malinconico, tremendamente nostalgico, non soltanto per tutti coloro che hanno vissuto l’adolescenza a cavallo tra gli anni ‘50 e i ‘60, quanto piuttosto per chiunque abbia sognato almeno una volta di vivere quel sogno. Oggi ricorre il 50° anniversario dalla première mondiale. Quale momento migliore per ricordare, con nostalgia appunto, un assoluto cult generazionale. 

American Graffiti: quattro amici al Drive-In

Ron Howard, Paul Le Mat e Cindy Williams in American Graffiti
Ron Howard, Paul Le Mat e Cindy Williams in American Graffiti

Tutto ha inizio nel parcheggio del Mel’s Drive-In, dove i quattro amici, intorno ai quali ruota la narrazione di American Graffiti, si apprestano a vivere la loro ultima notte insieme, in quella che oltretutto è l’ultima sera della loro estate. Notte prima del college, potremmo dire, almeno per Curt e Steve, che la mattina seguente hanno in programma di partire e lasciare la cittadina californiana dove vivono. È proprio di fronte a quel Drive-In che, dopo aver incontrato John e Terry, le loro strade si separeranno per l’ultima notte di libertà. 

Curt scorgerà un angelo biondo in una Ford Thunderbird bianca, una donna bellissima, che seguirà per tutta la notte, cercando di capire chi sia. Steve invece trascorrerà la serata insieme alla fidanzata Laurie, sorella di Curt, che vorrebbe non partisse, invitandolo così a rimanere con lei. 

Terry, da ragazzo impopolare qual è, conoscerà invece una ragazza bellissima e disinvolta, e cercando di fare colpo su di lei si caccerà in qualche guaio tragicomico. Infine John, conosciuto per non aver mai perso una sfida di velocità con la sua macchina, stringerà un legame con Carol, una ragazzina che vorrebbe sembrare adulta, e troverà qualcuno che metterà a rischio il suo ruolino di marcia in quanto a imbattibilità. Una notte indimenticabile.

Sogno di una notte di mezza estate

John in una scena del film di George Lucas
John in una scena del film di George Lucas

Sogno di una notte di mezza estate. Non che ci siano similitudini evidenti tra il film di George Lucas e la commedia di William Shakespeare, ma questo titolo potrebbe riassumere perfettamente l’essenza di American Graffiti. Le tre storie d’amore che si intrecciano, diventano quattro storie di adolescenti in cerca del proprio posto nel mondo, mentre camminano in bilico su quel filo che li separa dall’età adulta. 

American Graffiti e l’età della spensieratezza

John in una scena del film di George Lucas
John in una scena del film di George Lucas

Tutti, una volta varcata quella soglia, abbiamo pensato almeno una volta di voler tornare adolescenti, a quel periodo della vita che identifichiamo come l’età della spensieratezza, dimenticandoci però quanto effettivamente, in alcuni momenti, quella fase che ricordiamo con estrema nostalgia, possa essere stata difficile da affrontare. Quei momenti in cui, un po’ come Atlante, sentivamo il peso del mondo sulle nostre piccole e fragili spalle, per poi scoprire, citando Zerocalcare, di essere soltanto un filo d’erba in un prato.

Mentre Truffaut raccontava queste sensazioni magistralmente, e con grande drammaticità, ne I 400 Colpi, George Lucas racconta i piccoli grandi problemi dei quattro protagonisti con fare tragicomico, mantenendo sempre quella certa dose di malinconia di chi effettivamente ha vissuto la propria giovinezza all’apice del sogno americano. Desiderosi di scappare dall’adolescenza, per avere un assaggio di ciò che la vita ha in serbo per noi, finiamo per comprendere di non poter più tornare indietro, guardando con nostalgia a quella spensieratezza, minata da problemi che ci apparivano irrisolvibili, ma che nonostante tutto rimaneva tale.  

In quella notte in cui si svolge American Graffiti, l’ultima passata insieme, giocando a fare i grandi, qualcuno scoprirà di essere pronto a fare il grande passo, nonostante i timori iniziali, mentre altri sceglieranno di posticipare, di concedersi un altro anno di spensieratezza, da ricordare con nostalgia.

La fine dell’adolescenza come metafora

Richard Dreyfuss nei panni di Curt
Richard Dreyfuss nei panni di Curt

Tornando a William Shakespeare e alla sua Sogno di una notte di mezza estate, i due mondi contrapposti diventano l’adolescenza e l’età adulta, che si fanno però a loro volta metafora di due epoche. Non è certo un caso che George Lucas abbia ambientato American Graffiti nel ‘62. L’anno seguente avverrà il secondo evento più drammatico nella storia degli Stati Uniti. Il Presidente J.F. Kennedy verrà assassinato, in un momento che sancisce il definitivo crollo socio-culturale dell’America, che metterà fine alla spensieratezza. 

Sarà poi la Guerra del Vietnam a spingere quel declino verso un abisso mai così tetro, influenzando inevitabilmente anche il cinema e la rappresentazione della società – Taxi Driver di Martin Scorsese è un chiaro esempio. Ecco spiegato la nostalgia di George Lucas, che dopo aver vissuta l’adolescenza a cavallo tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60, si è trovato nel 1973 a realizzare questo film. Ma soprattutto ecco identificato quel qualcosa in più di cui parlavamo all’inizio, che ha permesso a American Graffiti di rimanere un cult indiscusso per 50 anni. 

Sul finale di Stand by Me Gordie rivela: “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?”. Vedendo Curt volgere lo sguardo fuori dal finestrino dell’aereo nella scena finale di American Graffiti, potremmo sentire l’eco di quelle parole, e magari vedere il volto di George Lucas in quello del ragazzo, immaginando che quella Ford Thunderbird bianca rappresenti la spensieratezza, sottratta da quel futuro amaro che risiede nelle didascalie finali. Forse è per questo che il regista qualche anno dopo ha creato una galassia lontana lontana

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