A Serious Man, la recensione del film più complesso dei fratelli Coen

La recensione di A Serious Man, un film difficile da approcciare ma che sotto la superficie nasconde un messaggio profondo. 

I fratelli Coen hanno sempre dimostrato di avere un fortissimo legame con l’ambiente in cui sono cresciuti: un misto di religione ebraica, esperienze scolastiche traumatiche e provincia della working class americana. L’estetica dei loro film oscilla fra il drammatico ed il grottesco, e si appropria di quell’immaginario kitsch che diventa preminente durante gli anni ’60 del secolo scorso. Attraverso il filtro della comicità l’ambiente sociale in cui essi sono cresciuti ha sempre rivelato le brutture nascoste sotto la superficie; si tratta di un elemento nascosto, non evidente, eppure i due fratelli di Minneapolis riescono attraverso le loro opere a farlo risaltare.

A Serious Man è ambientato, non a caso, proprio a Minneapolis, nello stesso sobborgo in cui i nostri sono cresciuti. Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg) è un uomo tranquillo e debole, incapace di rispondere con forza alle prepotenze che ogni giorno subisce dalle persone più varie. Nonostante questo, all’inizio sembra avere una vita equilibrata, diviso fra la famiglia (ospita a casa sua anche suo fratello Arthur) e il lavoro come professore di fisica. Quando la moglie Judith (Sari Lennick) gli chiede il divorzio però, per Larry comincia una parabola discendente che lo porterà a perdere il controllo della sua vita.

A Serious Man, la recensione del film più complesso dei fratelli Coen

In un contesto come quello della religione ebraica, in cui ogni azione ha una motivazione nella volontà divina, anche la tragedia più incomprensibile deve venire accettata, inglobata nel semplice ‘è la volontà di Dio’, eppure questo a Larry non può bastare. La vita dell’uomo si è basata, sin dagli albori, sulla ricerca di risposte. Ciò che contraddistingue l’essere umano è la sua continua sete di conoscenza, che si traduce in un instancabile tentativo di trovare un senso al disordine apparente. Il desiderio di verità, l’ambizione per il controllo ci spingono verso l’affermazione di un principio filosofico, e in seguito religioso, secondo cui il caso non esiste.

Esso è un rassicurante antidoto contro l’entropia dell’universo, ed evita il confronto diretto con una spiacevole verità. E’ un errore comune a tutte le epoche e a tutti gli esseri umani, ed è sostanzialmente condivisibile. Credere che ci sia un motivo per cui ogni cosa accade, non è altro che il tentativo di non accettare una condizione di per sé incomprensibile. Anche Larry inizialmente cerca di accettare la giustificazione secondo cui la volontà di Dio ci è sconosciuta eppure ha un percorso preciso. Ed una risposta del genere può bastare per i piccoli dispiaceri, per la fine di una relazione, per la perdita del lavoro.

A Serious Man, la recensione del film più complesso dei fratelli Coen

Ma come può essere sufficiente di fronte alla morte? La serie di disgrazie che colpiscono il protagonista è accompagnata da una perdita di fiducia verso le figure tradizionalmente deputate all’esercizio dell’autorità. Una crisi di valori che investe padri, professori e uomini di fede. Oltre a perdere la fiducia nella religione a causa dell’inaccettabilità delle scelte divine, Larry perde anche l’appoggio dei rabbini. Figure molto importanti nell’ebraismo, a metà fra un consigliere, un giudice, un amico ed un saggio, è a loro che spetta il compito di consolare ed aiutare i membri della comunità. Un compito che non svolgono nel migliore dei modi e per il quale si dimostrano inadeguati.

Il film è diviso strutturalmente in quattro parti, che corrispondono agli incontri con i tre rabbini della comunità più una lunga introduzione. Prima il rabbino Scott (Simon Helberg), poi il rabbino Nachtner (George Wyner), e in ultimo il rabbino Marshak (Alan Mandell). Nessuno dei tre riesce ad aiutare effettivamente Larry, anzi, il rabbino Marshak, l’irraggiungibile saggio, colui ritenuto da tutti l’unico in grado di dare al protagonista le risposte di cui ha bisogno, neanche lo riceve. L’unico a vederlo è il figlio di Larry, e qui Marshak, immerso in un’aura reverenziale, cita erroneamente i Jefferson Airplane e consiglia al ragazzo semplicemente di “fare il bravo”.

A Serious Man, la recensione del film più complesso dei fratelli Coen

Per l’intera durata di A Serious Man vediamo Larry vittima di disgrazie senza fine, sempre sull’orlo del crollo emotivo e psicologico, raggiunto solamente nelle sequenze oniriche, eppure la carica non esplode mai. La portiamo con noi, è ciò che conferisce alla pellicola la sua forza straordinaria. Un’esistenza in bilico pronta ad affondare da un momento all’altro. Eppure un messaggio risalta fra le linee della narrazione. Un messaggio che nasconde una profondità incredibile nella sua semplicità. Ciò che in molti continuano a ripetere a Larry, è che non ha senso cercare sempre una motivazione, una spiegazione alle azioni ed alle tragedie. A volte bisogna solo guardare le cose da una prospettiva diversa.

I Coen costruiscono allora una narrazione metatestuale che oltre a riflettere sull’esistenza umana, trovando una risposta nell’impossibilità dell’avere risposte, ed oltre ad essere una critica grottesca della provincia americana e della religione tutta, A Serious Man è anche un grande inno alla complessità dell’arte e del cinema, nel momento in cui il finale del film rimane volutamente impenetrabile. Perché non c’è bisogno di dare una spiegazione a tutto.

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