A Killer Paradox, recensione: la giustizia karmica secondo Netflix

Siete alla ricerca di una serie che sappia mescolare più generi in un thriller grottesco, folle e con un pizzico di K-drama? Allora A Killer Paradox è ciò che fa per voi. Approdato da poco su Netflix, la serie saprà rapirvi e stupirvi. Continuate a leggere per togliervi qualsiasi dubbio.
Choi Woo-shik e Son Suk-ku nel poster della serie tv A Killer Paradox

Immaginate di trovarvi in una situazione di pericolo. Venite aggrediti da uno sconosciuto, ma la vostra reazione causa accidentalmente la morte dell’aggressore. Bene, provate a pensare alla vostra reazione una volta presa coscienza dell’accaduto. Cosa provate? Senso di colpa? Paura? Ma se ora vi dicessi che quell’uomo era un pluriomicida ricercato dalla polizia, la vostra opinione cambierebbe? Vi sentite meno colpevoli? Su questo si interroga A Killer Paradox, serie sudcoreana approdata di recente su Netflix. 

Adattamento dell’omonimo webtoon Naver di Kkomabi, lo show è un thriller psicologico nel quale horror, noir e atmosfere grottesche si mescolano in una combo di omicidi, colpi di scena e dilemmi morali. Scritta da Kim Da-min e diretta da Lee Chang-hee, la serie dimostra da subito le sue origini coreane, dando l’impressione di avere davanti un Park Chan-wook o un Bong Joon-ho (qui i suoi film dal peggiore al migliore). In effetti lo show condivide il protagonista con Parasite, Choi Woo-shik, e chi tra voi ha visto Decision to leave potrebbe notare qualche elemento comune.

Infatti nonostante si tratti di una serie tv, e diciamolo, di un prodotto Netflix, A Killer Paradox dimostra una costruzione solida. Narrativamente compatto, accattivante e tecnicamente molto più vicino a un prodotto cinematografico, lo show mette insieme, pezzo dopo pezzo, un palcoscenico sul quale bene e male si scontrano, si confondono, si mescolano per non lasciare nient’altro che un dubbio: alla fine chi ha vinto veramente? Forse sta a noi deciderlo, o forse è solo il caos karmico che detta legge.

Trama di A Killer Paradox

Ma di cosa parla A Killer Paradox? La serie comincia presentando il nostro protagonista, Lee Tang, un universitario privo di prospettive, svogliato, che osserva la sua vita scorrere inesorabile nell’attesa di un qualcosa senza identità. Per non gravare economicamente sulla famiglia, Lee Tang lavora part-time in un minimarket della sua città, trascorrendo le sue serate dietro un bancone a servire i clienti che la notte guida attraverso gli scaffali. Durante uno dei tanti turni, il nostro protagonista si imbatte in un cliente particolarmente molesto e nell’amico cordiale e gentile.

Tornando a casa, Lee Tang incontra nuovamente questi due personaggi, finendo per essere aggredito da uno di loro. Stanco di venire vessato da tutti, Tang estrae un martello preso in prestito dal lavoro e colpisce l’aggressore in testa, mettendo tragicamente fine alla sua vita. In attesa della sua punizione, Lee Tang si rifugia in casa, scoprendo che l’uomo da lui assassinato era in realtà un pluriomicida ricercato da anni. 

Da quel momento, come un novello Kira, Tang inizia a professare il proprio senso di giustizia, attirando a sé le attenzioni di un detective ligio al dovere. Ha inizio una caccia all’uomo che metterà in discussione l’etica e la morale di tutti coloro che verranno coinvolti.

Un labile confine

Choi Woo-shik in una scena della serie tv A Killer Paradox

Se commetti cattive azioni e non vieni punito che cosa vuol dire?”, così recita Jesse Pinkman in Breaking Bad. Ma a chi scrive queste parole torna in mente anche un’altra frase: “Who Watches the Watchmen?”. Parole queste, che Alan Moore prende direttamente dal poeta romano Decimo Giunio Giovenale. Vi chiederete cosa c’entra Watchmen con A Killer Paradox, di fatto poco o niente. Entrambe le opere, con le dovute differenze, si interrogano sul ruolo del giustiziere. 

Quando la giustizia smette di essere tale e diventa punizione? Lee Tang, spinto da un delirio di onnipotenza, diventa giudice, giuria e boia, decidendo chi merita la morte e perché. Il karma si abbatte sui carnefici ora divenute vittime, proteggendo Lee Tang le cui tracce sulle scene del crimine spariscono inspiegabilmente. Se non vieni punito allora significa che sei dalla parte giusta? Uccidere chi uccide lava via le colpe? Sono alcune delle domande che tormentano il nostro protagonista nel suo viaggio.

Tang infatti si dimostra caratterialmente molto più complesso di quanto sembri. Choi Woo-shik restituisce un’ottima interpretazione, presentando un personaggio in costante mutamento, la cui psiche si riflette anche sulla postura e i movimenti del corpo. Sono molte le scene allegoriche nelle quali Tang lotta contro se stesso, tormentato dalle sue vittime ma al contempo convinto che le sue azioni abbiano un significato più grande. Lui stesso incarna il dilemma che la serie porta avanti dalle prime battute, giocando al gatto col topo con chi la risposta a questa domanda l’ha sempre saputa, o almeno crede di saperla.

La tecnica al servizio del messaggio

Choi Woo-shik in una scena della serie tv A Killer Paradox

La serie riesce a portare alla nostra attenzione diversi dilemmi che mettono in dubbio la nostra morale. Per farlo sfrutta una narrazione incalzante, ritmata al punto giusto e che non ci lascia tregua. I colpi di scena si susseguono, incollando allo schermo con nuove dinamiche, cambi di registro e rendendoci partecipi di questa costante corsa alla ricerca dei veri colpevoli. Questo avviene anche grazie all’utilizzo di un montaggio che sostiene il movimento e alterna con grande dinamismo le varie sequenze.

Visivamente la serie si difende a spada tratta, mescolando la realtà con la dimensione onirica. Presente e passato si fondono attraverso una resa scenica che spesso raggiunge una qualità da grande schermo. Il coinvolgimento con i personaggi e la loro psiche diventa un tutt’uno con la nostra emotività, lottando con noi stessi per non provare compassione per chi di fatto pensiamo non la meriti.

Lo show non si perde in perbenismi di sorta, ma con distacco ci porta all’attenzione di tematiche che coinvolgono una società nella quale i giovani lottano tra la noia e una solitudine esistenziale che li porta a commettere atrocità sugli altri e loro stessi. Denuncia e riflessione sono al centro di questo contorto sistema nel quale ognuno possiede il proprio senso di giustizia. Chi sono i giusti? Chi sono i cattivi? Sta a noi deciderlo, arrivando a dubitare della nostra morale chiedendoci se noi, al loro posto, avremmo fatto la stessa cosa.

Al di là di qualche lungaggine narrativa, Netflix confeziona un titolo divertente, d’impatto e che spinge lo spettatore ad interrogarsi su quanto visto. Ci poniamo le domande alle quali la serie non vuole dare una chiara risposta, lasciando a noi, e perché no, anche ai posteri l’ardua sentenza. La serie è già disponibile su Netflix, che andrà ad ampliare il suo catalogo con i titoli previsti per il mese di febbraio. Come di consueto vi aspettiamo nella sezione commenti per conoscere la vostra opinione su A Killer Paradox.

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