Il castello errante di Howl esplora alcuni dei temi più cari a Miyazaki, fondendoli in una narrazione fresca, riflessiva e quanto mai simbolica.

Con Il castello errante di Howl si conclude la rassegna “Un mondo di sogni animati” che, fino a questo momento, ci aveva permesso di viaggiare attraverso alcuni dei capolavori del maestro di casa Ghibli, Hayao Miyazaki. Ci permettiamo di dire che, forse, non poteva esserci modo migliore per concludere questa iniziativa, che da La città incantata sino a questo titolo, ci ha trasportato in un mondo fatto davvero di sogni, di universi impalpabili, tanto sfuggenti quanto significativi.

Con Il castello di Howl, infatti, si chiude un cerchio, una circolarità narrativa che, ancora una volta, torna a “spolverare” alcuni dei temi più cari al maestro, quale l’interiorità più pura dei protagonisti, presentati nel loro essere semplicemente umani, con i loro amori, i loro sentimenti ed emozioni; non si fa da parte, anzi torna a farsi sentire, prorompente, la coscienza antimilitarista di Miyazaki, quello stesso rifiuto della guerra che ci aveva accompagnato, nel suo stampo antifascista, in quel 1992, con Porco rosso. Sebbene in misura più ridotta, invece, tornano a farsi sentire i riferimenti all’ecologismo, alla buona fede nel prossimo, e tutte quelle storiche riflessioni sull’amicizia, che, in breve, fanno di questa grande tappa un vero e proprio inno alla vita secondo il maestro Hiyao Miyazaki.

Quindi, ecco il ritorno di un prodotto che, a suo modo, sa come differenziarsi dai quelli concorrenti, collocandosi fuori da logiche classiche e scontate. La critica, nel 2005, facendo tesoro di questa espressione animata tanto raffinata quanto malinconica, presentava il regista come candidato agli Oscar, accanto a La Sposa Cadavere di Burton e al Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro di Steve Box e Nick Park.

Il sentimento di Miyazaki: come nasce l’amore in Howl

Il castello errante di Howl è tra i titoli dello scaffale Ghibli che più riesce a differenziarsi per una componente che possiamo definire romantica. Più che la guerra – lasciata sullo sfondo -, infatti, risulta centrale un amore, quello tra Sophie, una giovane cappellaia tanto dolce quanto risoluta, e Howl, un mago potente legato a un castello errante per via di un patto siglato con il demone del fuoco, Calcifer.

Tuttavia, scopriamo ben presto come entrambi abbiano bisogno l’uno dell’altro, oltre a quanto i loro destini siano inevitabilmente intrecciati; l’amore sincero di Sophie per Howl, alla fine dei giochi, sarà l’unica via di uscita per tornare alla normalità, quella che non contempla più la guerra e la morte. L’amore, dunque, risulta essere l’unica cura a un mondo tormentato, che consuma l’individualità e l’interiorità di ogni protagonista.

Ad arricchire questo schema, ci pensa ancora un elemento immancabile per i soggetti firmati dallo studio Ghibli: la magia. Sarà proprio una maledizione, quella lanciata dalla strega della Lande, a complicare la storia tra i due protagonisti; Sophie assume infatti le sembianze di una donna anziana, motivo che, inevitabilmente, la porta a meditare su una prospettiva diversa dell’amore, quella più matura, e lontana dalla concezione adolescenziale a cui era legata. Ma non c’è spazio solo per questo tipo di amore: Il castello errante di Howl, infatti, ci permette di riflettere su altri tipologie di sentimenti e affetti, come le amicizie inaspettate che Sophie e Howl impareranno a stringere durante la propria avventura.

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La bravura di Miyazaki nel sapere costruire attentamente una dimensione psicologica ed emotiva per ogni personaggio, inutile dirlo, rende ancora più potente la rappresentazione di un sentimento così complicato.

Le origini: dove nasce il capolavoro di Miyazaki

Dove nasce un prodotto estremamente fantasioso come Il castello errante di Howl?

Forse non tutti sanno che, quello di Howl, non è un soggetto originale; in questo caso, infatti, non gioca solo un ruolo di primo piano la bravura di Hayo Miyazaki, bensì c’è da aggiungere anche il talento di una scrittrice ugualmente fantasiosa: la britannica Diana Wynne Jones, che, nel 1986, arrivava nelle librerie con la sua omonima versione cartacea. Riadattata per lo schermo dal maestro Miyazaki, che ha scritto e diretto il film, la fonte della Jones, inoltre, presenta alcuni elementi che combaciano con quanto trattato dallo stesso regista in alcuni titoli precedenti.

Ci sono molteplici punti di contatto; in primis, vediamo come la cappelleria di famiglia, dove Sophie lavora, e il successivo salvataggio da parte di un bel giovane come Howl, vadano ad aprire le porte a un classico incipit da favola di casa Ghibli. Non mancano, inoltre, le maledizioni a cui Sophie e Howl sono legati, dando così spazio a quella componente magica, che, in vari titoli, regna indisturbata in quella normalità della vita quotidiana.

Tra dettagli steampunk, inoltre, si fa spazio quell’usuale atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio, ancora una volta legata a un’impronta di casa Ghibli.

Sappiamo, invece, che alcuni temi presenti sullo schermo non sono gli stessi che la Jones aveva tenuto a mentre durante la stesura finale del libro; Miyazaki, ad esempio, come accennavamo precedentemente, inserisce brillantemente quella coscienza ecologica che avevamo già imparato a conoscere ne La Principessa Mononoke: si parla, soprattutto in relazione agli effetti della “brutta faccenda della guerra” (come accenna Sophie), di terribili distruzioni e di povere creature che vengono spazzate via.

Siete pronti a recuperarlo al cinema?

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Martina Folegnani

Martina Folegnani

Una piccola torinese con un grande amore per il magnificente mondo del cinema e dell’arte. Mi sono laureata al DAMS con l’obiettivo di diventare scrittrice di soggetti cinematografici.

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