Princess Mononoke fu il primo film di Miyazaki ad arrivare nelle sale italiane. Il film è ancora oggi fonte di riflessione su varie tematiche.

Princess Mononoke è uno dei film più celebri di Hayao Miyazaki ed è, a distanza di 25 anni dalla sua uscita, uno dei suoi maggiori successi commerciali. L’importanza del film va però ben oltre i risultati che ottenne al botteghino dal momento che fu proprio Princess Mononoke ad aprire timidamente ad Hayao Miyazaki e allo Studio Ghibli, grazie all’ampia distribuzione di Miramax, le porte dell’Occidente, porte che sarebbero state spalancate qualche anno dopo con i numerosi riconoscimenti internazionali ottenuti da La città incantata.
Nel contesto italiano, nello specifico, fu proprio Princess Mononoke a far conoscere al pubblico e alla critica il cinema di quello che pochi anni dopo si sarebbe confermato come il più celebre regista di animazione al mondo.

Princess Mononoke, infatti, fu il primo film di Hayao Miyazaki ad arrivare nelle sale italiane. Uscì il 19 maggio del 2000, tre anni dopo il suo arrivo nelle sale giapponesi, forte di una distribuzione garantita da Buena Vista International. L’impatto sul pubblico italiano fu notevole.
Non era certo abitudine, in un cartone animato, assistere a rappresentazioni della violenza e alla problematizzazione di tematiche importanti ed urgenti come quella ecologica.
Il film folgorò la critica e il pubblico. La maturità e, ci concediamo di dire, l’attualità con cui il regista legava il disastro ecologico alla politica e la politica alla morale lasciò di stucco un pubblico abituato a vedere nelle sale film di animazione Disney che avevano un target specifico e seguivano una logica narrativa estremamente diversa dai film di animazione orientale.

Un film che non cede a semplificazioni

Ashitaka in Princess MononokeL’idea che con un film di animazione si potesse fare ben più di raccontare una fiaba depurata da qualsiasi tratto orrorifico o problematico a favore di metafore accomodanti e rassicuranti colpì profondamente il pubblico. Anche a distanza di più di 20 anni dall’uscita nelle sale italiane di Princess Mononoke stupisce la coerenza con cui Hayao Miyazaki porti avanti nel film un discorso etico, morale e politico che non cede dinnanzi a facili manicheismi, a semplici dicotomie fra bene e male, ma che sia anzi in grado di scandagliare alla perfezione entrambe le caratterisitiche delle due fazioni (umani e creature del bosco) cogliendo le sfumature interne ai due gruppi per arrivare a proporre una sintesi finale che va ben oltre la sua funzione narrativa di conclusione della storia.

Il personaggio di Ashitaka è un personaggio estremamente moderno che nei film di animazione occidentali (ma anche in quelli precedenti di Hayao Miyazaki) non si era mai visto. Il suo viaggio dell’eroe, infatti, inizia nel segno del determinismo come tutti i viaggi dell’eroe, ma la sua quest principale diventa secondaria quando decide – ed è importante il fatto che decida e non sia semplicemente “chiamato” – di fungere da intermediario fra umani e creature del bosco.

Ashitaka è il personaggio che rappresenta l’assenza di semplificazione delle contrapposizioni presentate nel film. Egli, infatti, non si schiera dalla parte delle creature del bosco per andare contro gli umani come fa San, ma per andare contro una deriva dell’uomo, incarnata da Eboshi e dai suoi seguaci, che sfrutta la natura per profitto dimenticandosi di quanto essa sia in realtà fondamentale per la sopravvivenza della comunità umana. Ashitaka, in realtà, si schiera a difesa dell’uomo.
Egli spende sé stesso per la comunità, come tutti gli eroi, ma lo fa mettendosi in una posizione di apparente contrasto con la collettività che intende difendere. Difficile non rivedere nel personaggio, soprattutto oggi che la crisi ecologica è sempre di più sotto i nostri occhi, una perfetta rappresentazione di come un’autorità politica che voglia effettivamente il benessere della popolazione di cui è guida dovrebbe porsi dinnanzi al problema ambientale, di come essa non dovrebbe preoccuparsi di risultare incompresa nel breve periodo se il fine a lungo termine è un bene comune ben più grande del rapido profitto.

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Due doppiaggi, due visioni dell’adattamentoPrincess Mononoke

Il ritorno in sala di Princess Mononoke ci ricorda infine un grande dibattito che è sorto su questo film a seguito dell’adattamento di Gualtiero Cannarsi effettuato in occasione della ridistribuzione del film nel 2014 operata da LuckyRed.
La versione in questione, che è quella che può essere vista attualmente nelle sale, presenta dialoghi che possono risultare particolarmente ostici e i frequenti riferimenti al “dio Bestia” che vengono presi di mira da miriadi di meme e video e ritenuti blasfemi. Di fronte a questo adattamento il pubblico insorse dal momento che in vari momenti del film la comprensione dei dialoghi risulta difficile per via di una sintassi e di un lessico decisamente desueti.

L’adattamento con cui il film arrivò nelle sale nel 2000, però, non è meglio. Se infatti il pregio dell’adattamento operato da Cannarsi è quello di essere filologicamente più adeguato nel riportare i registri linguistici giapponesi e il senso dei termini giapponesi nella lingua italiana, l’adattamento della versione del film che venne distribuito da Buena Vista è basato sull’adattamento in inglese del film. Come saprà sicuramente chi è attento alle diatribe sugli adattamenti, le versioni inglesi dei film dello Studio Ghibli presentano storture, dialoghi ex-novo, semplificazioni, tagli che in molti casi allontanano molto il prodotto adattato da quello originale.

Le due versioni dell’adattamento di Princess Mononoke (ed è un discorso che si può fare anche per La città incantata, anch’esso soggetto in Italia a due adattamenti), sono esemplificative di una diversa visione di adattamento che ci richiede di andare oltre la facile ironia o la pura invettiva e ci fanno porre una domanda che può apparire scontata, ma lo è meno di quel che si pensi: è meglio un adattamento che tradisce la versione originale e pregiudica per lo spettatore la comprensione della complessità dell’opera di riferimento o un adattamento che non tradisce (o tradisce meno) la versione originale per proporre allo spettatore un prodotto più simile a quello originale a costo di essere linguisticamente più ostico?

Se nel primo caso comprenderemo alla perfezione il film con il rischio di vedere però un prodotto diverso da quello originale, nel secondo caso ci troviamo di fronte a un prodotto più vicino a quello originale, ma che rischia di non essere comunque del tutto compreso in virtù di un lessico e di una struttura grammaticale che richiedono un notevole sforzo per essere seguiti. Nel primo caso ci troveremmo a comprendere, ma a non sapere se quello che abbiamo compreso sia quello che chi ha prodotto il film sperava che comprendessimo. Nel secondo caso ci troveremmo a comprendere meno, ma a cogliere più da vicino, per quel che comprendiamo, le intenzioni di chi ha prodotto il film.
Meglio farsi ingannare dall’adattamento o farsi interrogare dall’adattamento? Entrambe le opzioni hanno dei pro e dei contro e forse una giusta mediazione fra le due istanze è quella che rende un adattamento veramente degno di essere tale.

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Arturo Garavaglia

Arturo Garavaglia

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai "mattoni" filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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