Cosa ha reso La città incantata uno dei film più importanti della storia del cinema? Analisi dei temi e del successo del film di Hayao Miyazaki.

Nel 2001, più di vent’anni fa, arrivava nelle sale giapponesi La città incantata, solo uno dei tanti, in apparenza, film di animazione prodotti dallo Studio Ghibli destinati a un pubblico giapponese e a una nutrita nicchia di spettatori occidentali. Già da Princess Mononoke, in verità, la fama dello Studio Ghibli e del suo regista più rappresentativo, Hayao Miyazaki, aveva iniziato ad espandersi fuori dal Giappone grazie alla distribuzione internazionale di Buena Vista, società legata alla Disney. Il film del 1997 aveva funzionato da apripista in Occidente per una serie di tematiche e un modo di raccontare le storie che avrebbe trovato una prima consacrazione con la vittoria dell’Orso d’oro a Berlino di La città incantata, fino ad oggi unico caso di vittoria per un film di animazione del maggior premio di uno dei principali Festival cinematografici europei, e con il conseguente Oscar per il miglior film di animazione nel 2003.

Il successo internazionale di La città incantata fu il seguito di un successo nazionale che portò il film di Hayao Miyazaki a superare i 30,4 miliardi di yen di incassi e a rimanere per 19 anni il film con il più alto numero di incassi nella storia del Giappone (sarà superato nel 2020 da un altro film di animazione, Demon Slayer – Il treno Mugen). Ma come ha potuto una storia così intimamente incentrata su una cultura e un modo di vedere il mondo come quella giapponese rivelarsi un successo globale di dimensioni così grandi tale da perpetrarsi ancora oggi?

L’identificazione dello spettatore in ChihiroChihiro in La città incantata

La materia narrativa di La città incantata è apparentemente una delle meno “universalizzabili” dei film prodotti dallo Studio Ghibli. Si tratta di una storia ispirata da un romanzo che rielabora vari elementi di leggende giapponesi e si basa su una concezione della metafisica che è molto distante da quella occidentale.
Eppure proprio questa visione del mondo, percepibile in maniera così distante da quella Occidentale, è stato forse il principale ponte per far sì che La città incantata riscontrasse successo al di fuori del Giappone.

L’atmosfera che avvolge il film è in grado di evocare nello spettatore occidentale un senso di mistero pronto a tramutarsi in continuazione in sorpresa, elementi che nascono dalla consapevolezza di trovarsi, come la protagonista Chihiro, in un mondo fantastico capace di aprirsi a sempre nuove possibilità. L’esplorazione dello spettatore del mondo di La città incantata coincide in tutto e per tutto con l’esplorazione di Chihiro ed è proprio questa sovrapposizione a garantire un’immedesimazione nella protagonista e un’immersione nel mondo del film di Miyazaki totali.

L’abilità del regista nello scrivere i personaggi trova in La città incantata una cornice perfetta e la storia della protagonista, che segue pedissequamente quella della fiaba, diventa un vero e proprio bildungsroman, un genere narrativo che in Occidente riscuote successo sin dall’Ottocento. La prospettiva di Chihiro è, in fin dei conti, molto simile a quella dell’Alice di Alice nel paese delle meraviglie, ma con una differenza sostanziale: se nel romanzo di Lewis Carroll lo scarto fra realtà e fantasia appare netto, in La città incantata questo scarto, seppur evidente, viene reso meno discontinuo e la coerenza interna del mondo del film è tale da poter portare lo spettatore, come Chihiro, a familiarizzare lentamente con i personaggi, gli ambienti e le regole che dominano quell’universo.

L’importanza di La città incantataIl tunnel di La città incantata

E’ innegabile che per il cinema di animazione giapponese ci sia stato un prima e un dopo La città incantata. Se prima del 2001, infatti, il cinema di animazione giapponese aveva vari filoni e il suo successo in patria era principalmente basato sull’essere un adattamento cinematografico di opere manga, dopo La città incantata nacque una vera e propria corrente di opere simil-Ghibli che prendevano ispirazione proprio dalla commistione di fantastico e realtà, innervata anche da tematiche socialmente importanti come quella ecologica, propria delle opere dello Studio Ghibli. Se prima la casa di produzione era solamente nota per la qualità dei propri prodotti e par la quantità di pubblico che riusciva a chiamare in sala senza essere un modello, dopo La città incantata molti registi che si approcciarono all’animazione cercarono in ogni modo di inserire nei propri film elementi che potessero richiamare in qualche modo i film dello Studio Ghibli.

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In Italia, dopo l’enorme successo di La città incantata, iniziarono ad arrivare con diverse modalità non solo tutti i film dello Studio Ghibli, ma anche molti altri film che avevano avuto, nella migliore delle ipotesi, solo comparse fugaci relegate in eventi di nicchia. Nei primi anni 2000, infatti, si conta il maggior numero di film di animazione giapponesi distribuiti direttamente in home video nel mercato italiano. A partire dagli anni 2010, inoltre, si è diffusa grazie a Dynit l’uscita evento di film di animazione giapponesi. Nella pubblicità di questi film è spesso ancora oggi immancabile il paragone con film dello Studio Ghibli o di Hayao Miyazaki, un paragone utilizzato per chiamare in sala persone rimaste orfane dei film della casa di produzione dopo il momentaneo ritiro di Miyazaki, la morte di Isao Takahata e la problematica successione al padre di Goro Miyazaki.

La fiaba alle sue originiChihiro in La città incantata

La città incantata ha riscritto l’immaginario collettivo dell’animazione giapponese ed è ancora oggi una pesante eredità, un ingombrante termine di paragone non solo per i film prodotti in Giappone, ma anche per quelli prodotti nel resto dell’Asia e in Occidente. Il film di Hayao Miyazaki è presente in tutte le liste dei migliori film del 21° secolo che sono state fino ad oggi stilate da riviste, giornali e siti ed è diventato, assieme allo Studio Ghibli, un fenomeno culturale globale transgenerazionale. Anche in questo risiede l’importanza di La città incantata. Il suo aver perto a un pubblico non esclusivamente targetizzato in base all’età il panorama dell’animazione. Nessun film Disney fino a quel momento era riuscito in un intento simile e solo negli ultimi quindici anni abbiamo visto una maturazione narrativa nei film prodotti da Disney o da Pixar tale per cui un film possa riferirsi non solo ed esclusivamente a un target di bambini.

Se può sembrare strano che proprio un film come La città incantata, che è in fin dei conti una fiaba di formazione, ad essere riuscito ad aprire un pubblico di più ampie fasce di età al cinema di animazione, in realtà non c’è da stupirsi. La fiaba, infatti, ha sempre parlato a una collettività priva di barriere generazionali. Solo il cinema di animazione proposto dalla Disney, che ha portato a una sempre più evidente sottrazione ed eliminazione del dolore, del grottesco e del turpe proprio delle fiabe ha portato a creare un modello di film di animazione pensati solo per un certo tipo di pubblico. Hayao Miyazaki e gli altri registi dello Studio Ghibli hanno invece, con i propri film, mantenuto vivi tutti gli elementi propri delle fiabe che erano stati soppressi dall’animazione mainstream americana e, così facendo, hanno recuperato la portata transgenerazionale e autenticamente collettiva delle fiabe.
Anche questo è un merito di La città incantata. Anche per questo La città incantata ha cambiato la storia del cinema.

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Arturo Garavaglia

Arturo Garavaglia

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai "mattoni" filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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