Da Scott Derrickson di Sinister e Doctor Strange, Black Phone è tratto dal romanzo del figlio di Stephen King: palpabile lo Shining

BLACK PHONE: RECENSIONE NO SPOILER

In arrivo nelle sale dal 23 giugno, intorno a Black Phone di Scott Derrickson – già regista del primo Doctor Strange – aleggiava una certa curiosità, sadica e voyeuristica. E per un motivo molto preciso e dichiarato: non solo vedere Ethan Hawke nei panni di un cattivo, ma di uno dei peggiori che ci siano, serial killer di bambini nella piccola comunità americana di fine Anni ’70. Il regista si lega nuovamente all’attore dopo averlo diretto già in Sinister, considerato all’epoca uno degli horror più spaventosi degli ultimi anni: ma qui prende una direzione tanto diversa quanto completamente inaspettata.

Che strano registro!

Cito dagli appunti presi, in sala, alla visione del nuovo film di Scott Derrickson. Pagina uno: “Che strano registro!“. Ora quel registro – concetto vago, diciamo piuttosto: atmosfera, tono, sviluppo – trova perfetta collocazione alla luce di un’intera visione e all’interno di intenzioni decisamente atipiche, per un horror che sembrava partire da tutt’altre premesse. Ma a quella pagina uno, quando ancora Black Phone era iniziato da una ventina di minuti appena, la direzione intrapresa da Derrickson suonava quasi una (gradita) stranezza.

Di certo non ci si aspettava di uscirne col sorriso, quasi divertiti, da un film come Black Phone. E questo perché, per una volta, il materiale scelto per promuoverlo – il trailer soprattutto – non gli rendeva davvero giustizia. O quantomeno non rendeva appieno le fattezze di concetti che, nell’horror, si sono persi da un po’ di tempo e che Scott Derrickson recupera: la vendetta, il ribaltamento dei ruoli e il romanzo di formazione. No, Black Phone non è affatto un horror come gli altri, nonostante il trailer facesse in tutti i modi per farlo sembrare.

Normalmente, per recensire un film, dei trailer non si parla, almeno a posteriori. Se non per gridare alla truffa, in quei rari casi in cui, effettivamente, il trailer appare molto più lusinghiero di quanto il film poi non contenga. Per Black Phone è l’esatto contrario. Criticandone un trailer che sembra omologarlo a un genere sempre più consumistico e sempre uguale a sé stesso, non ci sembra di fare un torto a Universal e Blumhouse – storica casa di produzione dell’horror – ma anzi di gettare le basi per un monito felice: “Questo andate a vederlo, perché potrebbe stupirvi“. E lasciarvi col sorriso, che per un horror è già enorme motivo di curiosità.

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Parlateci di Black Phone

Ethan Hawke è The Grabber

Ethan Hawke è The Grabber

Tratto dall’omonimo romanzo di Joe Hill – figlio di Stephen King che sembra aver raccolto l’eredità paterna e si sta facendo le ossa, negli ultimi anni, con tutta una serie di romanzi adattati per grande e piccolo schermo – Black Phone punta la lente d’ingrandimento sulla classica comunità d’anni settanta (Colorado, USA) macchiata da una serie di scomparse e (probabilmente) brutali omicidi fra i giovanissimi. Probabilmente, perché pur scomparendo a decine, i corpi non si trovano e le autorità sembrano inermi di fronte al serial killer di turno.

Sotto la maschera – inquietante, componibile e azzeccatissima – c’è The Grabber (Rapace), interpretato da un Ethan Hawke effettivamente lodevole ma fondamentalmente secondario, almeno in termini di minutaggio, rispetto a molti altri spunti inediti del film: quelli dimenticati dal trailer o poco accennati, quelli più interessanti e soprannaturali, vale a dire quelli che rendono questo un horror a tutti gli effetti più di un semplice thriller.

Questo perché, quando nel mirino del Rapace finirà il nostro giovane protagonista, il sadico rapitore dovrà fare i conti con un nuovo potere, una sorta di “luccicanza” comune al ragazzo e a sua sorella più piccola – un modello di scrittura e d’interpretazione, forse la migliore di tutto il film – nonché alla madre defunta. Una sorta di preveggenza ereditaria che il padre e vedovo interpretato da Jeremy Davies (Lost) aveva sempre cercato di annegare ad alcool e cinghiate. E che ovviamente si dimostrerà una formidabile arma di difesa per i due giovanissimi.

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Eredità e citazioni

The Shining di Stephen King

The Shining di Stephen King

In questo, Scott Derrickson non ricade nell’unico, potenziale problema etico di un film del genere, mostrandoci cioè il Rapace nell’atto di fare a pezzi e seviziare le sue vittime. Creando piuttosto intorno al protagonista una scia di vittime da ripercorrere, un puzzle di errori da ricomporre per non cadere anche lui vittima del mostro. È in questo, che Black Phone si dimostra un perfetto esempio di romanzo di formazione e di crescita: semplice, soddisfacente e rasserenante. Ma che non lesina sugli elementi dell’horror e dissemina anzi una manciata di jumpscare davvero ben piazzati. Detto da uno cui, quelle pagine di appunti, sono volate di mano due o tre volte.

Ciò detto, in Black Phone permane un fattore ingombrante, che occupa entrambi i lati della carreggiata e ostacola la via alla più completa originalità. Ma non dipende dal film, semmai dal libro di cui è adattamento e dalla storia familiare del suo autore. Senza spoiler e ricollocando completamente ambientazioni e rapporti fra personaggi, il libro di Joe Hill è spaventosamente simile ai capolavori che furono del padre: The Shining, ma sotto sotto anche Stand By Me – per la ricerca del cadavere e per il racconto di crescita – e persino It, che ne era un po’ la traduzione horror. La luccicanza, in questo, gioca un ruolo fondamentale e l’influsso paterno si sente. Solo che ovviamente manca, alla regia, uno come Stanley Kubrick, ché altrimenti anche Shining sarebbe stato un adattamento come un altro.

Consapevole di questo però, Scott Derrickson gioca la carta (e la gioca bene) della citazione implicita e di altre volutamente esplicite. Per questo i bambini citano The Texas Chainsaw Massacre e I 3 dell’operazione drago: anche i film d’arti marziali con Bruce Lee sono un riferimento e si trasformano, in una scena che fa sorridere in modo genuino, nel remake di Karate Kid giusto un po’ più horror. Per questo una bambina gira in bicicletta con impermeabile giallo (It) e un’aerea in chiusura ci mostra la via inondata di macchine della polizia (Scream). Per questo Black Phone sembra mischiare un Carpenter di Firestarter a un Carpenter di Grosso guaio a Chinatown. Perché Black Phone è un film che, vedendosi preclusa una completa originalità, si scopre originale nel recuperare e mescolare idee di cinema che non si vedevano da un po’.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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