Terzo film per il regista di Ex Machina e Annihilation: Men di A24 abbandona lo sci-fi in favore dell'horror femminista sul peccato originale

MEN: LA RECENSIONE

Arrivato ingiustamente sotto silenzio, per vedere Men c’è voluto un occhio di riguardo: oltre la competizione ufficiale del Festival di Cannes (concluso ormai da più di qualche giorno) in cui pure avrebbe meritato di rientrare; oltre i fuori concorso e le prémiere; addirittura oltre le sale del Palais des Festivals. Il film di Alex Garland, già regista di Annihilation ed Ex Machina che ha portato il suo horror A24 a Cannes, andava ricercato nella sezione parallela della kermesse nota come Quinzaine des Réalisateurs (Quindici giorni dei registi) che pure ha regalato sorprese interessanti. Men era una di quelle.

Wo-Men

Jessie Buckley in Men

Jessie Buckley in Men

Nonostante il titolo, protagonista di questo horror agghiacciante e attualissimo – un recupero, questo dell’horror come genere politico, che si rifà a una tradizione filmica di cui spesso ci si dimentica – è una donna. Una vedova, Harper, ritiratasi nella verdeggiante countryside inglese per sfuggire all’incubo di un matrimonio sfracellatosi su una di quelle caratteristiche staccionate in ferro (fences) lungo le rive del Tamigi. Per spazzare via il senso di colpa di un marito suicida, morto davanti ai suoi occhi e della cui morte si attribuisce (ingiustamente) la responsabilità.

Ma in questo Eden che richiama per la prima volta le origini geografiche dell’inglese Garland, altrimenti assenti nelle ambientazioni nelle sue opere prime, come l’omonima scrittrice Harper dovrà fare i conti con il buio oltre la siepe: oltre l’animo umano, oltre quello maschile. Tallonata, incolpata, stalkerata, stuprata, insultata e non creduta da una pletora di uomini ciascuno uguale all’altro e tutti pronti – eccolo, il punto di vista del carnefice – ad attribuirle la colpa, quasi un peccato originale, delle angherie e violenze che subisce.

Se tuo marito è morto, la colpa è tua perché volevi il divorzio, incapace di perdonarlo dopo che ti ha picchiata. Se un bambino ti dà della pu**ana, la colpa è tua perché non hai voluto giocare con lui, assecondarlo. Se un prete ti stupra, la colpa è tua perché ti sei resa oggetto del desiderio maschile. Se un satiro senz’abiti – allegoria di qualcosa di millenario – ti stalkera in ogni momento del giorno e della notte, la colpa è tua perché hai varcato una soglia che ti era proibita, rompendo la purezza di quel Paradiso Terrestre. E se infine il poliziotto chiamato a indagare lo rilascia, forse il problema è tuo che, presa dall’isterismo, non ti sei accorta di quanto fosse innocuo. Finché ovviamente non lo sarà più, ma per allora sarà già diventato un caso di femminicidio.

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Dallo sci-fi all’horror

Il peccato originale di Eva

Il peccato originale di Eva

Di questo, parla Men di Alex Garland. Della visione che si ha delle donne in un mondo di soli uomini. In un film pure capolavoro quale The House That Jack Built di Lars von Trier, un torvo Matt Dillon si chiedeva retoricamente, almeno per lui: “Why is always men fault?“. Appena prima di seviziarla, la donna, mutilarla e poi farla a pezzi. Qui, non risparmiando nulla al proprio genere, Alex Garland si chiede l’esatto contrario. E lo fa virando decisamente verso un genere che diventa strumento di terrore negli occhi della protagonista e quindi, volutamente, anche dello spettatore. Meglio se uomo, ché il film è stato fatto per lui.

Da Annihilation a Ex Machina, Garland ha migliorato le proprie capacità registiche – banalmente, il secondo è un film di molto migliore del primo – ma sempre preferendo la fantascienza all’horror, pur egualmente presenti fin dagli albori della sua carriera. Qui invece abbandona del tutto la prima e si va a situare, senza dover invidiare nulla, ai tre più grandi nomi attualmente in circolazione in questo settore. Tutti e tre venuti allo scoperto, almeno dietro la macchina da presa, più o meno nello stesso periodo (se si considera un arco lungo). Tutti e tre arrivati, proprio in questa stagione, alla loro terza pellicola in contemporanea: Jordan Peele (Get Out e Us) con Nope, Robert Eggers (The VVitch e The Lighthouse) con The Northman e Ari Aster (Hereditary e Midsommar) con Disappointment Blvd.

Ora, alla pletora, si aggiunge un quarto, Alex Garland, capace di usare l’horror a livelli davvero notevoli per imbrigliare lo spettatore e incollarlo, terrorizzato, alla poltrona rosso sangue. Tenendo, nel finale ma senza spoiler, una scena che da sola vale come un manuale di regia: venti minuti di terrore, sudato e sanguinato centimetro dopo centimetro in un casale della countryside inglese, mentre sul pavimento si consuma l’orrore, quello vero, in un crescendo androgino e senza fine di morte, travaglio e rinascita che alla fine intende veicolarci un solo messaggio, molto semplice. Che se non tutti gli uomini sono uguali, alcuni sono più uguali degli altri.

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Not All Men

Rory Kinnear in Men

Rory Kinnear in Men

Ad Alex Garland e ad A24, casa di produzione indipendente sempre più encomiabile soprattutto per il lavoro che sta portando avanti nell’horror, il plauso per il controllo esercitato sullo spettatore, capace di fargli dimenticare dettagli fondamentali tanto è terrorizzato, salvo poi ricordarglieli giusto il tempo del finale, del climax, solo quando Alex Garland decide che così debba essere, perché fosse successo prima non avrebbe recepito il messaggio. Ché forse ora, dopo aver provato quella paralisi da terrore comunque neanche paragonabile, ci sentiremo molto stupidi la prossima volta che azzarderemo un: “Se eri terrorizzata, perché non hai urlato?“.

E a questi due interpreti, lei e loro, vittima e carnefici, che in coppia reggono, da soli (tolti un paio di ruoli minori), un’intera pellicola. Il Rory Kinnear già interprete dell’assistente di M negli 007 con Daniel Craig, che qui si presta a ricoprire ogni singolo ruolo maschile, a rendere ancor più esplicito il messaggio. E la Jessie Buckley già protagonista di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, qui capace di veicolare il terrore provato e di renderlo terrore condiviso: rammentandolo alle spettatrici e segnalandolo agli spettatori. Alcuni, fra i secondi, dopo aver visto questo film o letto questa recensione, potrebbero avere la tentazione di aggiungere un Not All davanti a quel titolo.

Not All Men: non tutti strupriamo, stalkeriamo e picchiamo le “nostre” (ma lo sono davvero?) donne. Ma tutti abbiamo bisogno di film così a rammentarci che anche quando ci limitiamo a criticarli, film così, diventiamo partecipi del problema o quantomeno ne rimaniamo coinvolti, anche se ci raccontiamo che questi fenomeni non ci riguardano, quando la questione è sociale e collettiva e non solo privata. Forse anche biblica, le cui radici di un albero di mele, ci ricorda il film, affondano nel peccato originale di questa Eva moderna. Se poi il padrone di casa la condanna, segnalandole che quella mela non andava colta, è perché anche Dio, è solo un altro di questi uomini.

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Questa e molte altre recensioni su tutti gli ultimi film della 75esima edizione del Festival di Cannes sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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