Il già vincitore della Palma d'Oro per Un affare di famiglia torna a Cannes con Broker e consegna a Song Kang-ho il premio al Miglior Attore

BROKER: LA RECENSIONE

Tempo di consuntivi (non più) in diretta dal Festival di Cannes. Le premiazioni della 75esima edizione si sono chiuse da qualche giorno, lasciandoci il tempo di depositare, recuperare le forze e dedicare ora la giusta attenzione ai tanti gioiellini passati per Cannes 75. Una spartizione, per tornare ai premi, che ci ha lasciato più che soddisfatti. Felicissimi per la Palma d’Oro a Triangle of Sadness, avremmo forse voluto un Prix d’Interprétation Masculine a Pierfrancesco Favino per Nostalgia. Ma non possiamo non riconoscere i meriti di Song Kang-ho in Broker, dolcissimo road movie che unisce le energie produttive della sempre crescente Corea del Sud con il nome del giapponese Kore’eda Hirokazu, già vincitore della Palma d’Oro nel 2017 per Un affare di famiglia.

Parasite Lookalike

Una scena di Broker

Una scena di Broker

Pioggia battente nella notte dell’abbandono. Perché tutte le storie di orfani, iniziano con un cesto lasciato sotto un porticato, nel mezzo di un acquazzone. Fuori dal porticato, il mondo con i suoi pericoli; dentro il cesto, un neonato e i suoi vagiti. A portarlo in grembo, sotto l’impermeabile, una figura di donna, minuta, le cui gambe nude e ossute si imperlano dei rigagnoli in cui annegano le strade, le insegne e le scalinate. Di questa città verticale che ci ricorda però, così avvolta nel suo manto di pioggia e di semafori a intermittenza, le gradinate torrenziali di Parasite di Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’Oro solo due edizioni fa.

Nessuna svista, perché sopra quelle scene si stagliano i cieli di Busan. Cosa ci fa allora uno dei principali autori giapponesi del panorama recente, prosecutore di una delle tradizioni filmiche più mature nel viaggio da Oriente verso Occidente, nella più grande città portuale della Corea del Sud, a girare in sudcoreano e con interpreti sudcoreani, primo fra tutti l’attore feticcio di Bong Joon-ho? Vale a dire in una delle geografie produttive in più rapida ascesa, nella nuova Via della Seta aperta da Oriente verso Occidente? Ci realizza un road movie – riducendo all’osso, riducendo al genere – capace di riunire due o tre tradizioni geografiche del cinema contemporaneo e non. Di avvicinarle, come avvicina questa dolcissima famiglia non tradizionale resa protagonista.

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Il Neonato, il Broker, sua Moglie e l’Amante

Song Kang-ho in Broker

Song Kang-ho in Broker

Un neonato, la prostituta che gli ha dato i natali, due uomini tallonati dai creditori, due poliziotte che li indagano per traffico di bambini, tutti si mettono in viaggio a bordo di un pulmino, di città in città, per vendere o quantomeno far adottare il neonato in questione, ognuno con le sue motivazioni. La prostituta è la figura minuta avvolta nella pioggia, conscia di non poter crescere il figlio ma decisa a farlo adottare da una coppia amorevole. I due uomini, invece, si improvvisano broker, intermediari, parassiti, fra quelle coppie che per varie ragioni non potrebbero adottare e quei bambini che per questa ragione rimarrebbero in orfanotrofio vita natural durante. Infine l’altra famiglia, quella dei veri cattivi, creditori e mafiosi, che incombono minacciosi lungo il percorso.

Una storia che ripercorre – prima tradizione a far da madrina a questo film, quella del regista e dell’autore – tutte le tappe classiche del cinema di Hirokazu: la famiglia, i rapporti interpersonali e l’elaborazione del lutto. Perché molti dei personaggi, a loro volta, ci raccontano di legami con il tema della natalità e dell’essere orfani. Uno dei due uomini ha una storia familiare molto simile a quella del neonato che intende vendere; la poliziotta che li insegue ha forse perso un figlio; il quinto membro, aggiuntosi in corsa per completare il quadretto di questa famiglia non tradizionale, è un giovane orfano egli stesso. Tutti insieme, legati, si scopriranno una famiglia capace di restituirgli ciò che hanno perso. E scopriranno, forse, di non voler più dirsi addio.

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L’importanza produttiva di film come Broker

Song Kang-ho vince a Cannes

Song Kang-ho vince a Cannes

Kore’eda che va a girare in Corea è un segno produttivo importante e va a sommare il secondo tassello di questa storia fatta innanzitutto di temi, di tatto e di gentilezza nel trattarli. Il segno che la Sud Corea sta diventando effettivamente il centro di tutto, facendosi promotrice di un viaggio non più solamente dall’interno verso l’esterno – banalmente, il resto del mondo che ne scopre e apprezza le opere – ma anche dall’esterno verso l’interno – per ora, il resto dell’Asia che vi si reca per produrvi le proprie opere. Opere che, più per i mezzi di trasporto che per i motori narrativi, potrebbero spingere l’Occidente – il terzo tassello – a vedere in Broker, dall’altra parte della Baja California, un remake d’oltreoceano di Little Miss Sunshine.

Ma a spingere all’analogia può essere solo il filtro dell’egemonico dello spettatore nostrano. La verità è che, piuttosto, di qui a qualche anno non sarebbe così strano – e se non lo fosse, dovremmo auspicarlo – trovarsi nelle sale un remake hollywoodiano di Broker come a suo tempo era stato annunciato per Parasite. Non avremmo certo le capacità, ancora, per renderlo con questa dolce semplicità e rischieremmo di trasformarlo in un’altra commedia da musica leggera. Ma sarebbe il segno, ancora una volta, che l’Asia in generale e la Corea del Sud più nel particolare – passate alla ribalta proprio in concomitanza con le due Palme d’Oro a Un affare di famiglia nel 2017 e a Parasite nel 2019 – siano pronte a farsi apripista in un cinema sempre più arroccato nella sfera Occidentale e per questo sempre più in crisi. Guardiamo a film come Broker, per auspicarci un cinema del domani.

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Questa e molte altre recensioni su tutti gli ultimi film della 75esima edizione del Festival di Cannes sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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