Il regista napoletano sceglie la sua città come protagonista di Nostalgia, oltre a un Pierfrancesco Favino al suo massimo a Cannes 75

NOSTALGIA: LA RECENSIONE NO SPOIILER

Da Roma arrivano notizie di una vittoria calcistica encomiabile. Ma se parliamo di tifo cinematografico, quest’anno per gli spettatori italiani c’è da essere orgogliosi sia in competizione che per i fuori concorso dell’attuale Festival di Cannes. Fra i secondi, il merito va a Esterno Notte di Marco Bellocchio. Ma per la prima, invece, le esultanze su udiranno soprattutto dalle parti di Napoli, anche se in quella di Mario Martone, il calcio e i calciatori, non c’entrano niente. Con il suo Nostalgia, appena uscito anche nelle sale nostrane, il regista rende la sua città protagonista a Cannes assieme al sempre meritevolissimo Pierfrancesco Favino.

Napoli Sotterranea

Pierfrancesco Favino è Felice

Pierfrancesco Favino è Felice

Strano modo di parlare di un film, dicendo quello che il film non è. Peggio. Dicendo quello che un film non ha, rispetto a un altro film. Sbagliatissimo. No. O meglio. Sì. Il Mario Martone di Nostalgia non è il Paolo Sorrentino di È stata la mano di Dio. Ovvietà, forse no. Soprattutto per una buona fetta di grande pubblico che, il rapporto di Mario Martone con la città di Napoli, potrebbe averlo scoperto solo con i suoi ultimi, ottimi film. Il secondo anche più del primo: Il sindaco del rione Sanità nel 2019 e Qui rido io nel 2021. Ma se la Napoli di Eduardo Scarpetta riusciva a smarcarsi dal facile paragone con l’autobiografia di Sorrentino sua contemporanea – non per epoche ma per anno di uscita – proprio grazie a un salto nel passato di un secolo e mezzo, quella di Nostalgia potrebbe fare più difficoltà.

La tentazione e la sensazione potrebbe essere di un qual certo rammarico, che la bellissima elegia e al contempo la terribile critica portata alla sua Napoli da Mario Martone, venga ridimensionata dalla coincidenza sfortunata di arrivare “seconda”, rispetto a quella maradonense di Paolo Sorrentino. Entrambi rendono Napoli protagonista ed entrambi, in un certo senso, sono racconti di un ritorno, nostalgici, su qualcosa che si è perso. Ma a ben guardare la Napoli che descrivono è diversissima, come anche la scintilla di partenza: nel caso di Martone si tratta di un adattamento dal romanzo di Ermanno Rea. Ma allora perché compararli? Forse a mo’ di provocazione, proprio affinché non venga l’istinto di farlo.

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È stata la mano di Martone

Sul set di Nostalgia

Sul set di Nostalgia

Quindi sì. Sicuramente, vista la tendenza del grande pubblico di creare paragoni monolitici, per cui una volta ottenuta l’epopea capolavoro di Napoli non se ne può avere una seconda prima di dieci anni, il Nostalgia di Mario Martone avrebbe giovato nell’immaginario collettivo di un panorama diverso. E la colpa è solo dell’immaginario collettivo, in caso. Ma no. Il film di Mario Martone non è affatto quello di Sorrentino. E allora cos’è? Non più bello, né più brutto: diverso. Se ci si ferma alla trama, è la storia di Felice (Pierfrancesco Favino), un uomo che dopo anni passati in Medio Oriente, dopo il matrimonio con una donna del Cairo, dopo la conversione all’Islam e la perdita quasi totale del suo accento natale, torna nella Napoli che gli fece da levatrice per assistere sua madre: una donna anziana, affetta da cecità e forse anche da una parziale demenza, truffata e sbattuta in un (quasi) seminterrato senza finestre.

In questo, già nelle prime scene di accudimento si assiste a una composizione dell’immagine quasi pittorica, anche grazie alla fotografia di Pietro Carnera, che sembra ormai destinato a illuminare quello che rimarrà come il grande cinema italiano di qui alle prossime decadi. Il soggetto, una madre, nuda e dalla pelle cadente e rugosa, costretta a farsi lavare dal figlio in una tinozza di uno scantinato, forse piangendo, forse riuscendo a trasmettere quel pianto stando semplicemente in scena. Ma ad attenderlo, oltre alla madre, c’è anche un terribile conto in sospeso con il suo passato. Ad attenderlo c’è Oreste – l’altrettanto magnetico Tommaso Ragno – suo amico di infanzia e di scorribande e di furti passato ora ad ambizioni più alte, boss locale dei quartieri. A dividere i due e a spingere Felice lontano da Napoli, un drammatico evento che potrebbe tornare a galla. Ma per quanto si susseguano gli avvertimenti, la nostalgia è troppa e Napoli non si abbandona.

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La bellezza della Nostalgia

Una scena di Nostalgia

Una scena di Nostalgia

La conoscenza è nostalgia. Chi non ha perso non possiede. (Pier Paolo Pasolini)

Se molti titoli riescono ancora a enucleare temi e concetti dei film per cui vengono scelti – tante altre volte, invece, sembra solo una scelta naive – raramente un titolo riesce a descrivere il motivo dietro alla grandezza di un film. Letteralmente, quando il titolo combacia con l’aggettivo che meglio descrive la bellezza di una pellicola. Raramente, ma non con Martone, che costruisce un film di esatta bellezza nostalgica in ogni aspetto della sua narrazione e della sua visione, su Napoli soprattutto. La nostalgia che si avverte primariamente nell’ennesimo fra i trasformismi vocali di Pierfrancesco Favino, di gran lunga preferibili a quelli fisici, quando troppo coprenti. Un trasformismo, poi, cui assistiamo in corsa: da napoletano ormai convertito – che suona e vuole suonare più come un egiziano che abbia imparato il dialetto, che non il contrario – della sua Napoli recupererà anche la cadenza.

Raramente un titolo e raramente una citazione, ormai altra forma naive e spesso superflua, tanto abusata e spossessata di un suo presunto significato didascalico e anticipatore, da diventare ormai inflazionata. Meno con Martone, meno con Nostalgia. Che quelle dieci parole esatte prestate da Pier Paolo Pasolini, ce ne accorgiamo appena le leggiamo, saranno la più perfetta e precisa anticipazione di tutto il senso del film di Mario Martone. Tranne un avvertimento, un consiglio di prudenza, a chi voglia tornare sulla strada di ciò che si è perso: non ci si può sentire al sicuro ancora a lungo, protetti dal vicolo buio della nostalgia. Se lo chiedete a noi, fra poche ore dovrebbe essere (ma non sarà?) di Favino la Miglior Interpretazione Maschile qui al Festival di Cannes. E il tifo, ancora una volta, non c’entra niente.

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Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film della 75esima edizione del Festival di Cannes sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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