Già vincitore della Palma d'Oro per The Square, Ruben Östlund si supera con Triangle of Sadness, satira nerissima e vendicativa del classismo

TRIANGLE OF SADNESS: LA RECENSIONE

Il regista svedese Ruben Östlund torna a casa, al Festival di Cannes, nelle sale che pochi anni fa gli avevano consegnato la vittoria con The Square, satira lattigionosa e tagliente della società da comunicazione scandalistica, sul palcoscenico di un non meglio identificato Museo d’Arte Contemporanea. Un non luogo come tanti altri. La Palma d’Oro del 2017 è ancora troppo ravvicinata, probabilmente, per scommettere su una vittoria di Triangle of Sadness a Cannes 75. Ma una cosa è certa, che nessuna pellicola era riuscita finora a ottenere reazioni di sala tanto incoraggianti: risate feroci da far crollare tutto il Palais des Festivals.

Triangle of Sadness: Promessa, Svolta, Prestigio

Inizia in modo fuorviante, Triangle of Sadness. Riportandoci a quelle ambientazioni asettiche e a quel ritmo pop ossigenato che avevano caratterizzato il museo di The Square. Solo che stavolta è peggio: il settore è quello della moda. Luogo del puro apparire, di vuotezza e vacuità, di promiscuità e prostituzione, viagra e botox. Anche qui la comunicazione è tutto: “We are all equal” – recita la sfilata degli orrori. Peccato che non sia così, non lo siamo affatto. A ricordarcelo il primo e più breve dei tre atti che costituiranno l’impalcatura del film. Se fossero le fasi di un trucco di magia, avremmo: la Promessa, la Svolta e il Prestigio.

Nella prima, Triangle of Sadness passa da fuorviante a semplice, per presentarci quello che – ancora non lo sappiamo – diventerà il punto centrale del film. Uno dei modelli provinati qualche scena prima si ritrova ora a cena, in un ristorante di lusso, con quella che sembra essere la sua ragazza. Lei, un’influencer, è letteralmente identica a Emily Ratajwowski – grande intuizione del casting – e al momento di pagare fa finta di non vedere il conto. Ne nascono dieci minuti di botta e risposta sull’ingiustizia e l’anti-femminismo di questa abitudine, esclama ovviamente l’uomo: l’umorismo è coeniano, dove più della battuta a far ridere è la sua ripetizione incredula; la filosofia quasi tarantiniana, di chi non da mance.

LEGGI ANCHE  Cannes 2022: tutti i candidati da David Cronenberg a Park Chan-wook

Triangolo delle Bermude

Sul set di Triangle of Sadness

Sul set di Triangle of Sadness

Rispetto al suo film precedente, Östlund amplia notevolmente lo spettro di fenomeni che saranno oggetto della sua critica spetiata: non più una porzione del mondo, che sia un museo o una casa di moda, ma il mondo tutto. Tanto che quella Promessa così specifica e ridotta, si trasforma ben presto, con l’arrivo della Svolta, in un ecosistema a gironi infernali che brucerà fin nelle fondamenta. Con dimostrazioni ideologiche, alle volte, forse leggermente tautologiche e autoevidenti, dette e ridette: ma è quando si passa all’azione e alla rivoluzione, che Triangle of Sadness diventa qualcosa che non si era mai visto, almeno da molto tempo a questa parte, sicuramente a Cannes.

A bordo di una crociera in compagnia di docili nonnini trafficanti di armi e oligarchi russi trafficanti di merda – “I sell shit” – i due scopriranno una fauna stomachevole che si fa però rappresentazione del mondo. Tanto stomachevole da portare l’intera compagnia – in una scena di proporzioni cosmiche, cinematografiche e ribelline – ad annegare nella sua stessa abbondanza, nei frutti del loro operato. Cioè nelle feci e nel vomito per il troppo champagne e le troppe ostriche, a scivolare nel rollio di una nave a picco e negli schizzi d’acqua salmastra che entrano da ogni paratia e nei bottini che escono da ogni buco. Bottini di merda, non pieni d’oro. Anche se per qualcuno potrebbe essere la stessa cosa.

LEGGI ANCHE  Il Buco: pro e contro del film più discusso del momento

Una lotta di classe contagiosa

Woody Harrelson al Festival di Cannes

Woody Harrelson al Festival di Cannes

Difficilmente qualcuno ha meglio rappresentato il concetto di stratificazione sociale e della lotta di classe che ne dovrebbe sorgere, di Louis-Ferdinand Céline nel Viaggio al termine della notte:

Alla fine siamo tutti seduti su una grande galera, remiamo tutti da schiattare, seduti su ste trappole a sfangarcela tutta noialtri! E cos’è che ne abbiamo? Niente! Solo randellate, miserie, frottole e altre carognate. Si lavora! Dicono loro. È questo che è ancora più fetido di tutto il resto. Stiamo giù nelle stive, a sputare l’anima, puzzolenti, con le palle che ci sudano. Ed ecco lì! In alto sul ponte, al fresco, ci sono i padroni e mica se la prendono, con belle femmine rosa tutte gonfie di profumo sulle ginocchia.

Bene, Ruben Östlund sembra voler quasi ribaltare quella galera perché l’ordinamento di classe – politico, etnico, sociale, economico e di genere soprattutto – risulti invertito, con il sopra che ora è sotto e il sotto che diventa sopra. Il risultato è uno dei film più feroci, cattivi e vendicativi di memoria recente. Che non risparmia nessuno: asini, bambini, bebè. E che si spinge infine, nel Prestigio, a rappresentare il classico scenario da Signore delle Mosche. Le sovrastrutture sociali e patriarcali vengono giù, assieme alla legge e al buon costume, ma al loro posto di fa largo un nuovo ordinamento che attinge le proprie regole dal mondo animale. Un mondo nel quale, scena geniale, è la donna a spiegare a un uomo tutti i trucchi e gli accorgimenti per non farsi stuprare.

Prendere l’ultimo anello debole dell’equipaggio di una crociera per ricchi – la donna, filippina, sguattera – e riposizionarlo sulla cima della catena alimentare, al posto del capitano americano e comunista di Woody Harrelson che, è già chiaro, rimarrà come un ruolo iconico. Questa la grande intuizione di redistribuzione portata da Ruben Östlund, salvo poi instillare il dubbio, per amor di vera parità, che non sia una questione di sessi e che chiunque, preso dal delirio di onnipotenza, trasformerebbe il giusto riequilibrio in una nuova dominazione. È intrinseco all’uomo come alla donna. Ma ormai, al Festival di Cannes, la caccia al ricco era scoppiata, il fuoco della vendetta divampato e mai sala cinematografica aveva riso e applaudito con tanta ferocia. Alla resa dei conti, è anche questo uno dei traguardi più potenti di Triangle of Sadness: aver trasformato la sala di un festival in una curva da tifo. Il coro? Muoia Sansone, con tutti i Filistei.

LEGGI ANCHE  La fattoria degli Animali: Andy Serkis ha in programma l'adattamento di Orwell

Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film della 75esima edizione del Festival di Cannes sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments