Nato sequel meno necessario degli ultimi tempi, Top Gun: Maverick è un action di livello clamoroso: in confronto, oggi sono tutte canzonette

TOP GUN: MAVERICK, RECENSIONE NO SPOILER

Avevamo davvero bisogno di Top Gun: Maverick? Del sequel (inizialmente) meno necessario degli ultimi anni, che riapre una storia chiusa da un terzo di secolo senza che avesse neanche dato il via a una saga, condizione ricorrente dei revival dell’ultimo periodo? Questa domanda affollava le nostre menti prima di entrare alla première fuori concorso, qui al Festival di Cannes. Una volta usciti, di fronte all’adrenalina pura di un sequel che fa scuola, non avremmo mai creduto di scrivere che il film con Tom Cruise si è trasformato, sotto i suoi rispetti ovviamente, in una delle scoperte più clamorose di questo primo terzo di festival. Affermazione che farebbe sorridere chiunque, persino chi l’ha appena pronunciata.

Prendere esempio da Top Gun: Maverick

Il Top Gun del '86

Il Top Gun del ’86

Sì, Top Gun: Maverick è davvero uno dei migliori titoli visti finora a Cannes, se si esula da quello che il Festival è o pretende di essere, cioè non uno spazio per blockbuster. Questo non vi faccia valutare il programma della 75esima edizione, alla luce di questa affermazione, come automaticamente carente. Della serie: “Se Top Gun è il migliore, pensa gli altri“. È l’esatto contrario, il che rende ancora più incredibile il risultato.

Ancora di più se si considera che sì, Top Gun: Maverick si è davvero trasformato da uno dei sequel più non necessari, quale era in partenza, a uno dei più strepitosi degli ultimi anni. Esattamente ciò che un sequel old fashioned dovrebbe essere. Un sequel per ghermirli e riportarli tutti a scuola in un settore sempre più proiettato al blockbuster e sempre più incapace di farlo come si deve. Anche solo gestire l’adrenalina sembra diventato un compito impossibile ed è proprio da lì che riparte Top Gun: Maverick, con un coinvolgimento dello spettatore talmente tridimensionale da rendere il 3D solo un brutto ricordo.

Esperienza sensoriale che si proietta al di fuori dello schermo, di quell’adrenalina che trasforma la poltrona da cinema in una cloche di comando, spingendoti quasi a schivare i missili assieme ai protagonisti e spingendoti un centimetro sempre più lontano dallo schienale e sempre più vicino allo schermo a ogni tacchettio del contachilometri. Elemento che nell’economia generale si prende prepotentemente – e giustamente – buona parte della pellicola, assieme a un balzo in avanti nell’effetto speciale che ovviamente, di quei trentacinque anni di distacco, ne giova eccome. Ma non c’è solo questo.

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Come gli action che furono

Una scena di Top Gun: Maverick

Una scena di Top Gun: Maverick

Il sequel di Top Gun è un film tutt’altro che ridondante rispetto all’originale, che non si ripete come vorrebbe il tirannico fanservice, ma anzi si costruisce una trama e un motore narrativo che vivono sì degli eventi del precedente ma vivono anche della propria autonomia e originalità, assieme a un apporto action dal dosaggio molto diverso. Solo a quel punto, una volta creata un’impalcatura che si regga da sé, ci si può concedere la giusta dose di nostalgia e di eco al passato, sempre gradito e mai troppo generoso in Top Gun: Maverick: più a stuccare le rifiniture che a fungere da cemento armato.

Infine, il vero ingrediente ormai insopportabile di questo tipo di prodotti, il guizzo di ironia, reso insopportabile dal fatto che non è più guizzo ma ingombrante imbarazzo. Al contrario di Top Gun: Maverick, dove tutto, per l’ennesima volta, è esattamente dove dovrebbe essere e nella quantità in cui dovrebbe essere. Ma soprattutto, Top Gun: Maverick è un film che sa cosa voglia dire gestire una regia, in generale e nell’action in particolare, grazie alla direzione inaspettata di Joseph Kosinski, che a parte Oblivion ha avuto l’interessante precedente di Tron: Legacy, uscito a quasi trent’anni di distanza dall’originale.

Sui combattimenti aerei, semplicemente, non c’è storia, nonostante quello dell’action d’aviazione sia un campo che non funziona più dagli inizi del duemila, dove le aquile non osano più da un pezzo. Ma anche senza la testa fra le nuvole e con i piedi per terra, Kosinski regge lunghe scene a suon di glam rock, da David Bowie a T. Rex, giusto il tempo di far esplodere poi una sequenza aerea con il grido liberatorio di Won’t Get Fooled Again degli Who, la Fortunate Son nell’era degli F-14.

A fare la differenza un montaggio che meriterebbe una candidatura all’Oscar per direttissima, trasformando le acrobazie aeree in un duello fra proiettili mentre il cuore va a mille e le parole volano sulla tastiera perché vorrebbero rompere anche loro, la barriera del suono, solo per riecheggiare il brivido e la vertigine che questo film porta con sé. E poi quel finale: senza spoiler, ma che finale. Potrebbe essere durato quindici come quarantacinque minuti, senza un contagiri non sapremmo dirlo. E il fatto che sia impossibile da determinare ha a che fare con la percezione del tempo e con la gestione stessa della regia: se controlli la seconda, controlli anche il primo. Non è il tempo a determinare la durata di una scena, ma la scena a piegare quel tempo, ormai solo relativo.

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La percezione a stelle e strisce

Miles Teller è il figlio di Goose

Miles Teller è il figlio di Goose

Oltre a tutti questi elementi però – e oltre a un cast in ottima sinergia che conta Miles Teller, Jon Hamm e Jennifer Connelly fra i tanti – questo Top Gun è un film che non lesina neanche su temi e contenuti. Maverick si trova infatti in un’era che lo tratta ormai come un esodato da museo, una reliquia dell’anteguerra tanto bella quanto inutile. Un asso prossimo al congedo a causa della crescente disoccupazione tecnologica che ben presto lo sostituirà con droni e missili, come i recenti teatri (reali) di Afghanistan e Ucraina ci hanno ben dimostrato. Eppure capace, nel film come nel panorama dell’action, di calare dal cielo e riportare tutti in riga, all’addestramento base, facendoli passare per un branco di novellini.

Il resto è ovviamente un grande connubio dei classici cliché dell’americanata classica: lui ama lei, ma ama anche le stelle e strisce e la vittoria finale del mondo libero sulle forze del male. Come dell’originale di Tony Scott in piena Amministrazione Reagan, ma forse ancora di più considerando la situazione odierna, è forse questa la grande idiozia di Top Gun: Maverick, che è poi la stessa del suo Paese di provenienza. Questa percezione costante di una crisi della sicurezza che spinge a vedere nemici a ogni angolo, intervenendo militarmente dovunque si ritenga necessario.

Nonostante, in questo caso, la missione suicida preveda il bombardamento di uno stabilimento nucleare apparentemente in piena Madre Russia, anche se nessuno è disposto a nominarla. E anche se nessuno sembra preoccupato del fatto che di reazioni, soprattutto se si parla della Russia, ce ne sarebbero eccome: apocalittiche, nucleari. Ma è tipico degli americani questo senso di onnipotenza a farli sentire immuni a qualunque rappresaglia. In fondo, persino in questa sua ingenuità, Top Gun: Maverick appare come un film riuscito: dalla parte sbagliata forse, ma se si ribalta in forma d’autocritica, è come se il patriottico si fosse appena dato del fesso.

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Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film della 75esima edizione del Festival di Cannes sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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