Dopo la parentesi nella giungla e quella nello spazio torna James Gray con Armageddon Time. Un film in cui si racconta ma senza graffiare.

È interessante notare come, in un periodo difficile e tumultuoso come quello che stiamo vivendo, sempre più autori sentono la necessità di guardarsi alle spalle. Come se la totale incertezza sul domani abbia creato un cortocircuito in grado di sollevare domande la cui risposta risiede nelle proprie origini. Lo stesso fa James Gray con la sua nuova opera che abbiamo potuto vedere al Festival di Cannes 2022. Un film dichiaratamente autobiografico in cui il regista cerca di guardarsi alle spalle cercando alcune risposte sull’America di oggi. Ci sarà riuscito? Scopriamolo nella nostra recensione di Armageddon Time.

Anni ’80, Queens

Jeremy Strong ed Anne Hathaway in

Siamo nella classe di una scuola pubblica. Il giovane Paul Graff  è già dal suo primo giorno di scuola un ragazzo indisciplinato con una certa vena artistica. Fa comunella con Jonathan, l’unico bambino di colore presente in aula. Finita la giornata seguiamo Paul e andiamo a scoprire tutto il suo contesto familiare. Vive nel Queens, la sua famiglia è di origini ebree europee, ha un fratello che però frequenta una scuola privata. Questi sono i due punti di partenza fissati da Gray nei primi minuti di Armageddon Time: scuola e casa. Gli ambienti dove si forma chiunque e dove farà muovere il suo alter-ego bambino.
Scopriamo ben presto che Paul non è indisciplinato solamente a scuola ma ha dei problemi a rapportarsi e di disciplina anche in famiglia. Sembra non riuscire a entrare in contatto con i genitori e l’unico con cui riesce realmente ad aprirsi è il nonno materno interpretato da Anthony Hopkins.
I due contesti citati verranno sconvolti entrambi nel breve periodo. Da una parte Paul verrà mandato nella stessa scuola privata del fratello, nel tentativo di impartirgli una educazione più rigida. Dall’altra il nonno si ammalerà presto andando a modificare tutta una serie di equilibri emotivi. Sullo sfondo, a sfiorare tutto questo racconto molto intimo, c’è un’America che sta cambiando. Vediamo in più punti l’ascesa di Ronald Raegan, lo sentiamo pronunciare “Armageddon Time” in riferimento alla sua campagna elettorale e soprattutto notiamo tutta una serie di reazioni differenti alla sua corsa verso la Casa Bianca. Quello di Gray è un film che cova l’ambizione di voler raccontare una storia piccola per poter affacciarsi su dinamiche di scala maggiore. Vorrebbe essere un’opera a tratti politica e sociale ma anche una sorta di mea culpa sulla sua condizione e sui risultati che il regista ha poi raggiunto nella sua carriera. Purtroppo però di tutti questi obiettivi pochi sono quelli che vengono raggiunti.

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America di ieri, America di oggi

Madre e figlio in Armageddon Time

Il film cerca di tracciare un fil rouge volto a collegare l’America di ieri a quella di oggi. A mostrare come tante di quelle caratteristiche dell’epoca trumpiana fossero già presenti sia nel 1980 all’alba dell’era Raegan che in epoca precedente. Gray sottolinea questo razzismo recondito, questo sentimento descriminatorio presente in tutte le fasce della popolazione. Uno status mentale presente nella scuola privata totalmente pro Raegan, finanziata non a caso dalla famiglia Trump, così improntata al crescere i dirigenti del domani con l’unico obiettivo di emergere senza timore di calpestare gli altri. Ma lo abbiamo anche nella famiglia di Paul, spaventata dall’arrivo del nuovo presidente ma che non risparmia epiteti razzisti verso le persone di colore. Gray si sente parte e colpevole del processo e attraverso quest’opera cerca di fare ammenda senza però riuscire a graffiare veramente.
Attenzione non stiamo dicendo che Armageddon Time sia un film sbagliato o una sorta di fallimento. Anzi, siamo certi che nessuno si lamenterà di aver assistito alla proiezione del film di Gray. Semplicemente quello che abbiamo potuto riscontrare è una mancanza di focus nell’opera che rischia di trascinare presto nel dimenticatoio il lungometraggio.

Giacomo Lenzi

Giacomo Lenzi

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l'arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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