Nello scenario distopico di un cinema fatto solo di cinecomic, The Batman mostra l'alternativa: i super sono il soggetto, i genres sono altri

THE BATMAN: RECENSIONE NO SPOILER

E infine uscimmo da quella sala, tre ore dopo, accecati, investiti dalla luce pur tenue dell’ultimo pomeriggio, incapaci di racimolare i pensieri, come trasformati in creature della notte. Ma di una notte lunghissima e così densa di accadimenti, quella voluta da Matt Reeves, da riuscire non solo a inaugurare un nuovo, promettente canone di The Batman. Ma a mostrare una salvifica alternativa al panorama cinematografico, sempre più in crisi, in cui si inserisce. Un cinecomic annozero che grazie alla riappropriazione dei generi classici mostra che cosa un cinecomic debba essere: non un genere, quanto un contenitore di generi.

Questa città ha paura di me

Paul Dano in The Batman

Paul Dano in The Batman

Le strade sono lunghi rigagnoli. E i rigagnoli sono pieni di sangue. E quando alla fine le fogne si ricopriranno di croste, tutti i parassiti affogheranno, il sesso e i delitti accumulati come sudiciume li sommergeranno fino alla cintola e le puttane e i politici guarderanno verso l’alto e grideranno: “Salvaci!”. E io sussurrerò: “No”.

Sembra di ascoltare il Diario di Rorschach, mentre nelle prime scene di questa nuova e mai così cupa epopea del Cavaliere Oscuro, lo udiamo, mai vediamo aggirarsi nella penombra della notte eterna di Gotham. L’acqua alta arriva già alle caviglie, trasformando la città di una fogna a cielo aperto che si prepara ad affogare sotto un imminente Diluvio Universale. Neanche la luce lunare riesce a penetrare lo smog e il temporale: un solo plenilunio, fisso nel cielo come un simbolo di terrore, ricorda ai criminali che per i vicoli bui si aggira una promessa più sociopatica di loro. La Vendetta, perché ormai è tardi per la prevenzione o la redenzione.

Sono questi, i contorni da brividi del Batman portato da Matt Reeves e vestito da Robert Pattinson. Mai così agli inizi eppure mai così scoraggiato, efferato e violento. Grazie al lavoro di impostazione e di atmosfera delle prime scene, questo Batman fa ciò che il personaggio originale avrebbe sempre dovuto fare, per come era stato immaginato nei rotocalchi a fumetti, e che non aveva mai fatto. Paura: paura! Almeno, non a questi livelli. Questo è veramente il Batman che Gotham meritava e di cui aveva bisogno: qualcuno che giocasse ad armi pari con le sue nemesi. Che giocasse con le atmosfere dell’horror.

Gotham è un film dell’orrore, un luogo in cui nessuno può sentirti urlare e nessuno può vederti arrivare, tanto la pioggia è battente. Per combatterlo, gli eroi non possono esserle meno: Bruce sull’orlo della bancarotta; Bruce che vive nel castello gotico; Bruce che porta gli occhiali scuri di giorno perché non sa più cosa sia la luce. Perché ormai col costume ci dorme – lo leverà per quindici minuti su tre ore di film – tanto è il male da combattere, tanto è diventato un pipistrello, un nosferatu, un vampiro.

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The Batman: né circadiano né manicheo

Una scena di The Batman

Una scena di The Batman

Ma in questo mondo anti-circadiano (letteralmente, dove la notte vince eternamente sul giorno) e anti-diluviano (etimologicamente, prima del Diluvio), non è più così facile applicare la facile distinzione di Bene e Male. Tutti i personaggi, a partire dalla Catwoman mai così ben sfaccettata come quella di Zoë Kravitz, ne guadagnano in caratterizzazione, molto più sfumata. A partire da Batman stesso, per il quale non diventa poi così strano sedersi al tavolo delle trattative con il Pinguino, l’irriconoscibile Colin Farrell. Che non fa strano sentir pronunciare parole che Christopher Nolan aveva messo in bocca alla Setta delle Ombre: “Forse la città non si può più salvare”.

In questo buio totale, il contorno fra buoni e cattivi non è più così netto. I primi, troppo onesti come il James Gordon di Jeffrey Wright, finiscono relegati in un angolo, a ruoli marginali. Dei secondi invece, cosa non ci sarebbe da dire? Maniaci come l’Enigmista di Paul Dano appaiono solo come l’altra faccia di Batman: combattono anche le stesse battaglie, solo con armi letali, con la licenza di uccidere, che in una città irrecuperabilmente corrotta come Gotham parrebbe solo buonsenso. Ma tolto questo, gli rassomigliano: orfani vendicativi di padri colpevoli.

È a quel punto, dopo una prima metà di puro thriller, che questa completa reinterpretazione di Matt Reeves raggiunge il suo culmine nel creare nuovi intrighi, inaspettati, fra buoni non così buoni e cattivi non cattivi. Fra i Falcone di John Turturro e il Fondo Speciale per il Rinnovamento, la cui storia sporca ricorda quasi, agli spettatori italiani, gli esiti malavitosi di una Cassa per il Mezzogiorno. Forse non sono i cattivi ad aver creato Bruce Wayne, come voleva l’assassinio dei genitori da parte del Joker in qualcuno dei film precedenti: ma i Wayne, ad aver creato i cattivi, volenti o nolenti.

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Dissolvenze al noir del cinecomic (mai stato) genere

Jeffrey Wright in The Batman

Jeffrey Wright in The Batman

Horror, poi noir. Distopia, poi postapocalisse. Nel The Batman di Matt Reeves ci sono tutti gli elementi (e tutti i generi) che affrescavano l’aura del fumetto. Ottenuti, va detto, pur con un massiccio e mai sgradito rimescolamento del materiale originario, soprattutto nelle parentele e nei legami fra i personaggi. All’eroe senza sonno il compito di sbrogliare questo gigantesco intrico neo-noir che da metà film si fa complessa indagine investigativa, come solo il genere di riferimento sa fare.

Sì, c’è l’horror di John Kramer e sì, c’è il noir di David Fincher, da Seven a Zodiac, di cui fa dichiaratamente incetta assieme a un’infinità di altri riferimenti cinematografici alti. E sembra quasi a un passo dal parafrasare quell’inconfondibile dichiarazione di disfatta – “Lascia stare, è Gotham” – mentre collega il diorama con al centro una fantomatica talpa, che non si sa più chi sia, se un poliziotto infiltrato tra i criminali o un criminale fra i poliziotti, o tutta la polizia a far da malavita e molti (presunti) cattivi a combatterla.

È tutto Un oscuro scrutare, titolava un capolavoro del noir sci-fi che di ribaltamento di ruoli se ne intendeva. The Batman non lo è: non chiamatelo capolavoro. Film così, definirli suona riduttivo. Perché sono forse gli unici dopo il Joker di Todd Phillips – ma ancor più del Joker di Todd Phillips, che praticamente non lo era – a mostrare come il cinecomic non sia e non possa essere un genere, come da qualche anno a questa parte si sta facendo l’errore di credere, al prezzo di una generale crisi del grande cinema, quello vero.

Come nei fumetti i genres dipendevano dal super di riferimento, così il cinecomic deve farsi contenitore vuoto di altri generi: noir, horror, anche commedia sì. Dopo tre ore di orrore, The Batman si fa lanterna apripista. Il primo cinecomic del resto delle nostre vite, incrociando le dita. La ricostruzione di un cinema che invoca vendetta, terribile Vendetta. “Perché la notte è più buia subito prima dell’alba. E io vi garantisco, che l’alba sta per sorgere”.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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