Per quanto diversi possano essere i loro film, c'è sempre qualcosa che ritorna nel mondo dei fratelli Coen: ecco la nostra speciale guida al Coen-verse

Siamo giunti alla fine della decennale collaborazione tra Joel e Ethan Coen. O almeno così sembra… Dopo l’annuncio fatto da parte di Ethan qualche mese fa, infatti eccoci al primo film – The Tragedy of Macbeth (trailer) – che porta la firma solamente di uno dei due geniali fratelli del Minnesota. Quale momento migliore allora per tirare le somme, a nostro modo speciali, in attesa di futuri sviluppi?! Arrivati infatti ad avere un insieme di ben 18 film distribuiti nell’arco di 35 anni, qualche considerazione generale possiamo anche permetterci di farla. E che i Coen non ce ne vogliano, ma un po’ di ordine a quel caos, che a loro tanto piace, ogni tanto non fa male!

Quindi, se anche voi fate fatica a capire cosa ci sia di comune in questo vortice di personaggi, storie, omicidi, paesaggi, ironia, follia e dramma che sono i film coeniani. Se vi trovate, come il Drugo, coinvolti – vostro malgrado – in un brutto scherzo del destino e per il quale sareste costretti a dover lasciare i vostri spinelli e il vostro bowling per iniziare a scervellarvi nella risoluzione del mistero di questi film, niente paura… Eccovi il nostro foglietto illustrativo con 10 prescrizioni/avvertenze semplici e immediate per l’adeguata assunzione di ogni film dei Coen. Così saprete tutti riconoscere, sempre e comunque, se quello che avete di fronte è un’ulteriore invenzione del diabolico duo di registi o solo qualche film generico venduto sottobanco.

AVVERTENZE: Non è previsto alcun tipo di controindicazione. Potete tranquillamente continuare a sorseggiare il vostro White Russian in santa pace mentre vi leggete questa lista.

EFFETTI INDESIDERATI: gli SPOILER non sono voluti, ma spesso necessari.

1. Alta concentrazione di “americanità”

Il drugo vola su Los Angeles in Il grande Lebowski dei Coen

“E quello è Drugo, a Los Angeles.” (Il grande Lebowski)

Che sia in fuga dai criminali nel deserto del Texas, alla ricerca di rapitori tra le nevi del Minnesota o all’interno dei maestosi uffici della metropoli finanziaria di New York, ogni film dei Coen presenta un alto tasso di “America”. Ogni pellicola fa la sua parte nel mostrarci le mille facce di questa nazione così controversa, ma allo stesso tempo anche così affascinante.

E come se ciò non bastasse, le loro pellicole si muovono anche nel tempo. Dal vecchio West de Il grinta alle derive cospirative dell’America post-11 settembre di Burn After Reading – a prova di spia, il Monte Rushmore delle storie coeniane si arricchisce sempre di più di questi immaginari che questo strambo “stato composto da 50 stati” gli offre.

Forse è il caso di dirlo: “Coen bless America!”.

2. Sovradosaggio di personaggi memorabili

Personaggi memorabili in 4 film dei Coen

E se la detective che indaga una serie di rapimenti e omicidi fosse al settimo mese di gravidanza? Oppure se lo spietato serial killer avesse i capelli a caschetto e uccidesse le sue vittime con un’arma ad aria compressa per la macellazione del bestiame? Persino… se un personal trainer, sempliciotto e pieno-di-sé, si mettesse a trattare materiale compromettente con l’ambasciata russa?

Probabilmente a leggerle, queste descrizioni farebbero scappare un sorriso poco convinto a chiunque – immaginatevi la faccia di un qualunque produttore durante un pitch di presentazione di una nuova sceneggiatura tenuto dai due fratelli. Ma è proprio questo essere fuori dal comune a garantire un’unicità a ciascun personaggio dell’universo coeniano. I loro film sono infatti popolati da questi uomini e donne che, con la loro ingenuità, il loro “Io so’ io” e, molto spesso, con una buona dose di idiozia, danno vita a storie assurde, contribuendo a derive assolutamente non prevedibili.

D’altro canto, potreste mai immaginarvelo Il grande Lebowski senza “The Dude” come protagonista?!

3. Presenza di allucinazioni che provocano la visione di volti familiari

John Goodman, Frances McDormand e Steve Buscemi nei film dei Coen

A detta loro, i fratelli Coen lavorano solo con gli attori che gli piacciono e sono disposti ad aspettare che si liberino dagli impegni per averli tutti per sé. Non è un caso dunque di ritrovare (anche semplicemente in qualche cameo) gli occhi a pesce di Steve Buscemi che spuntano dal bancone di un bar o il sorriso a 32 denti di Clooney che si specchia su una macchina da presa.

Divi particolari che si prestano a impersonare i personaggi più disparati e che molto spesso vengono scritti su misura per loro. Collaborazioni proficue che durano nei film e negli anni, talvolta andando anche al di là del set cinematografico. Ad esempio, giusto per il piacere del gossip, Frances McDormand dopo Blood Simple ha deciso di condividere pure un matrimonio e tre figli con il nostro Joel.

Forse una delle poche eccezioni in termini di “facce nuove” potrebbe essere proprio l’ultimo La ballata di Buster Scruggs, dato che non presenta nessuno dei “soliti noti coeniani”. Ma chissà che anche il trasformista James Franco non diventi il protagonista di un loro progetto futuro.

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4. Gli effetti indesiderati del dramma possono essere minimizzati con un uso adeguato di ironia

 

“Ci sembra che la commedia sia parte della vita. Guarda al recente esempio delle persone che hanno cercato di far esplodere il World Trade Center. Hanno noleggiato un furgoncino per usarlo per l’esplosione e poi, dopo aver commesso il crimine, sono ritornati all’agenzia di noleggio per ritirare i soldi lasciati come caparra.”

(Joel Coen)

Di fronte a qualche sequenza dei film ci si trova tranquillamente interdetti a pensare: “Ma ora che faccio? Rido o piango?”. Il dramma, con i fratelli Coen, si trova sempre dietro l’angolo e dopo una risata fragorosa, anche quella intrisa di un black humor che pure gli inglesi più impavidi stenterebbero a eguagliare, si potrebbe trovare il nulla della tragedia umana. È proprio questo sapiente mix di assurdità, ironia (che quando non è esplicita, diventa ironia della sorte) e mestizia che ci lascia con l’amaro in bocca, sorpresi dal tranello nel quale siamo caduti.

Ma d’altronde, potevate aspettarvi altro in un mondo in cui la morte o la vita potrebbero essere decise semplicemente dal lancio di una monetina?!

5. Cautela deve essere prestata nel credere ciecamente a ciò che ci viene detto

Entrata di Brainerd con statua e neve

“This is a true story” (Fargo)

Questo è il memorabile incipit di Fargo, ma sfido voi a capire quanto di questa storia sia effettivamente “true”. Qui, come in altri mille esempi che si potrebbero fare, le carte in tavola della verità e della finzione sono mescolate e ci rendono impossibile tracciare la linea di demarcazione che le separi effettivamente.

Se le acque non fossero già torbide così, i due fratelli burloni sono soliti depistare ancora di più le tracce tramite le loro interviste. Giusto per fare un esempio, basta pensare che ben 15 dei loro film sono stati accreditati per il montaggio a un non meglio noto Roderick Jaynes, pseudonimo degli stessi Coen e usato – a detta loro – per non avere il loro nome in ogni voce dei credits finali. I due si sono spinti a tal punto in là con questa storia, da dare a Jaynes un’identità fatta e finita, facendogli rilasciare nel 2001 pure un’intervista al The Guardian, in cui raccontava come fosse il motivo principale dell’allora nuova pellicola che, guarda a caso, si chiamava proprio L’uomo che non c’era.

Per i Coen insomma la finzione è più vera della realtà e la verità più falsa del suo racconto. A noi non resta altro che accettare questa confusione, metterci seduti comodi e goderci semplicemente i loro film per quello che sono.

6. Probabili comparse spontanee di dibattiti comico-filosofici

Il tavolo della Hudsucker con il capo i piedi

La discussione sul punteggio da segnare sul cartellino per il proprio turno di bowling diventa una diatriba sul rispetto delle regole al giorno d’oggi. Il cinico confronto sul futuro della società in seguito al suicidio del boss in Mr Hula Hoop ospita una disamina sull’altezza del volo che ha fatto lanciandosi giù dal palazzo: erano 44 o 45 piani “contando il mezzanino”? In Ave, Cesare!, l’incontro di Mannix con i rappresentanti della chiesa per avere un parere su come rappresentare la figura di Gesù diventa uno scontro tra le varie dottrine religiose.

I dialoghi si fanno veloci e brillanti, esplodono dal nulla senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Ma non sono mai semplici scambi, sono ricolmi di comicità e tematiche filosofico-esistenziali, pensati e messi con intelligenza e una certa dose di leggerezza, che – diciamocela tutta – non fa mai male. Provate a pensare se solo la vostra professoressa di religione avesse usato la sequenza citata per spiegarvi come le dottrine cristiane e ebraiche concepiscono la diversa natura di Cristo… la scuola non sarebbe stata decisamente un posto migliore?!

7. Effetti inaspettati sono generati da un sapiente uso della musica

Se c’è una cosa che decisamente non si può dire sia mai sbagliata nei film coeniani è la scelta musicale. Che sia composta su misura per il film – e in questo caso si deve ringraziare principalmente la loro collaborazione pluridecennale con il musicista Carter Burwell -, che sia una rivisitazione di classici americani, che sia un’incursione nel country, nel gospel, nel blues o nel folk (ehm… ehm… A proposito di Davis), persino che si tratti del completo silenzio, il suono assume sempre un ruolo di tutta rilevanza nello scorrere degli eventi della narrazione.

Tutti ricordiamo, così, il “No Dames!” ballato e cantato da Channing Tatum vestito da marinaretto oppure il “I Am a Man of Constant Sorrow” cantato da Everett (Clooney) con i suoi Soggy Bottom Boys in Fratello, dove sei?. E se, come in questo ultimo caso, i Coen sono riusciti persino ad entrare nella classifica country di Billboard con un brano cantato da una band fittizia, dobbiamo indubbiamente riconoscere loro di avere, oltre che un occhio, pure un orecchio alquanto geniale.

8. Elevato rischio di morte

 Intervistatore: “Cosa pensi accada dopo la morte?”

Joel: “Marcisci e ti decomponi”

Lo spettatore coeniano è senza dubbio obbligato ad un certo punto a fare i conti con la morte. Questa è presente in gran quantità in tutti film: suicidi, omicidi, torture, assassinii casuali sono infatti all’ordine del giorno – e, in questo senso, proprio La ballata di Buster Scruggs ne è forse l’esempio più lampante -. Anche nei rari casi in cui la morte non è rappresentata sullo schermo, rimane comunque una presenza incombente: e qui ricordiamo il presagio della malattia che incombe nel finale di A serious man.

Ma alla fine la morte per i Coen non è altro che l’ultimo, inevitabile, stadio della vita e in quanto tale va accettata, nella sua assurda casualità. Che sia per un infarto (Lebowski), per una sepoltura prematura (Blood Simple) o perché hai scambiato una pistola per un inalatore per l’asma (Prima ti sposo poi ti rovino), la morte è sempre dietro l’angolo ad aspettarti, e pure senza tanti convenevoli. Sì, sì, qui la toccatina scaramantica non ve la toglie nessuno!

9. Necessità di una guida durante la somministrazione

Cowboy seduto al banco che guarda in camera

Molte delle storie inventate dai fratelli Coen possiedono un narratore che le incornicia e che le presenta allo spettatore attraverso il suo commento puntuale e tagliente. Se quello più famoso e più evidente è Lo Straniero de Il grande Lebowski, di certo non dobbiamo dimenticare i racconti in prima persona dello sceriffo Bell (Non è un paese per vecchi) o di Ed Crane in punto di morte (L’uomo che non c’era) che racchiudono l’inizio e la fine dei rispettivi film; così come la voce che introduce la storia in Mr Hula Hoop oppure il sogno raccontato da H.I. in Arizona Junior.

In fin dei conti queste figure, un po’ a metà fra il personaggio e il cantore, sono solo uno tra gli espedienti usati dai due registi per aiutarci ad immergerci nei loro film che sono, a tutti gli effetti, nient’altro che favole nella loro versione per adulti.

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10. Produzione di un forte amore per il cinema

 

“Qui alla Capitol Pictures siamo sotto gli occhi di milioni di persone per l’informazione, il conforto e, sì, l’intrattenimento. E noi glielo daremo.”

(Ave, Cesare!)

Indubbiamente, dopo un’infanzia passata a divorare film classici ritrasmessi in televisione come unica occupazione per superare la noia del rigido inverno del Midwest, l’apprezzamento (e la conoscenza) dei Coen per il cinema è fuori da ogni discussione. Ave, Cesare! è, a suo modo, un’ode a questo mondo a metà fra fantasia e realtà.

Oltretutto ogni genere cinematografico è stato utilizzato e esplorato in più di 30 anni di carriera dei Coen: dal noir al western, dal thriller fino alla commedia romantica, ogni loro film diventa un omaggio a quello che il cinema è stato e che ci viene ridato decisamente sotto nuove vesti.

Sull’onda di queste ultime osservazioni, non ci resta dunque che lasciarvi con un’ultimissima considerazione che proviene direttamente dalle parole scritte dai due autori. Il cinema, per i fratelli Coen, non è altro che il dio descritto da Autoloco in Ave, Cesare!: “una verità oltre la verità […] scritta con la luce”.

 

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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