Il primo senza Wes Craven, Scream 5 riesce dove sembrava impossibile grazie a un discorso metafilmico sulla crisi dell'horror e del cinema

RECENSIONE NO SPOILER

Da dove cominciare. Forse ammettendo che eravamo terrorizzati da Scream 5, dal rischio che si andava sobbarcando e dalla recensione che (pensavamo) ci avrebbe costretto a scrivere. Una paura non dettata dall’horror in sé ma dal fatto che fosse il primo senza Wes Craven, scomparso nel 2015, uno dei pochi a mantenere il controllo di uno slasher di queste dimensioni nel corso di tutti i sequel. Il quinto capitolo da oggi nelle sale conta invece sulla regia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.

Non siamo mai stati così sollevati dall’esserci sbagliati. Perché questo remake cut per cut che ha finalmente il sapore dell’homage, una nostalgia che sventra da parte a parte, si propone anche e soprattutto come discorso metacinematografico e autoironico all’ennesima potenza: sulla storia dell’horror, sul rapporto fra generazioni di spettatori e intrattenitori e sulla crisi dell’audiovisivo più in generale.

1. Se il telefono squilla, devi rispondere a Scream 5

David Arquette in Scream 5

David Arquette in Scream 5

Un telefono squilla nel buio della notte. Una ragazza, sola in casa, risponde alla cornetta. All’altro capo del filo c’è Robert L. Jackson, lo storico doppiatore di Ghostface nella saga originale. Finge di aver sbagliato numero, per poi attaccare bottone su quanto ami i film dell’orrore come Stab, la saga fittizia che nei film di Wes Craven era ispirata ai fatti di Woodsboro. La ragazza li tratta con sufficienza: ha visto a malapena il primo, figurarsi i sette evitabilissimi sequel che si sono susseguiti. “Quella è roba degli Anni ’90, non fa più paura da un pezzo“, mentre lei preferisce l’horror sperimentale a quello più viscerale: letteralmente, che sparge viscere su schermo. Cita Babadook e ne offre un perfetto pitch critico, parla della nuova wave di qualità aperta da nomi come Eggers, Aster, Peele. Tratta insomma Ghostface come un vecchio pensionato, un esodato di bassa lega.

Questo, il nostro iconico assassino armato solo di maschera e di un coltellaccio da cucina, non può sopportarlo. Non può lasciar vivere una generazione ignorante, ingrata, immemore della storia dell’horror, che si vanta di guardare solo quei film che abbiano un significato profondo, altrimenti sono “monnezza commerciale”. Così il suo sadico quiz si trasforma in una lezione di storia fra generazioni di vecchi intrattenitori e nuovi spettatori, ricreando una delle scene di apertura più iconiche nella storia dell’horror e del cinema più in generale, ma aggiungendovi anche qualcosa di ulteriore. Un discorso metacinematografico già presente fin dagli albori nei film di Craven, ma qui portato a un livello ulteriore nel corso di tutta la pellicola.

Ghostface è tornato e come sempre può nascondersi dietro chiunque, portando amici di una vita a dubitare l’uno dell’altro, a seguire pedissequamente tutte le regole per sopravvivere in un horror e a dimenticarsene poi perché il sangue scorra, a fiotti e senza pietà, in quel di Woodsbooro. Anche se Ghostface, come tutti i pensionati, sembra un po’ arrugginito, lasciando sul selciato più sopravvissuti di quante vittime riesca a fare. Eppure, nei suoi intenti pedagogici e metafilmici, è di una modernità che lascia esterrefatti, divertiti e semplicemente grati di un remake impossibile che è stato reso possibile. Forse Scream 5 era altamente evitabile, come tutti i remake, prequel, sequel e reboot che stanno invadendo le sale da qualche anno a questa parte. Ma a differenza di tutti gli altri fanservice, è perfettamente conscio di esserlo. E di essere anche molto di più.

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2. Guarda dietro di te, le risposte sono nel passato

Courteney Cox in Scream 5

Courteney Cox in Scream 5

Wes Craven è morto. E con la scomparsa di uno dei più grandi se non il più grande maestro dello slasher, continuatore imperterrito di Scream ma anche iniziatore di cult immortali come NightmareLe colline hanno gli occhi, si assiste alla fine di un’era. Lo slasher non solo non fa più paura, ma non è mai stato neanche all’altezza dei veri cinefili. L’horror è diventato una cosa seria, perché It Follows è sulla bocca di tutti e “Jordan Peele spacca“. E non si può più pretendere di tagliuzzare una ragazzina indifesa nel cuore della notte, spaccarle una caviglia fino a maciullarla, aprirle la gola con un bel primo piano di ventitré coltellate e pretendere ancora, dopo tutto questo tempo, di star facendo il grande cinema. Queste le critiche rivolte dalla nuova generazione di spettatori qui declamate dai protagonisti di Scream 5.

Le stesse che questo gigantesco, rispettosissimo omaggio a Craven vuole invece smantellare, sia per mezzo del suo instancabile sottotesto metafilmico, che grazie a una buona dose di sangue e raccapriccio, sparsa con abilità registiche da applaudire e riapplaudire. Perché sì, Jordan Peele è senz’altro uno che spacca, ma prima di lui c’è stato altro. C’è stato Craven e tutti i portabandiera di una tipologia di pellicole che, a forza di sentirsi categorizzate come b-movie, hanno fatto la storia del cinema. Anche se ce ne siamo dimenticati o forse non abbiamo mai voluto ammetterlo. Questo ci dice Scream 5 e lo fa in tutti i modi possibili. Citando senza economia da una storia dell’horror semplicemente inesauribile, con la protagonista che di cognome fa Carpenter e ammette che sì: “Forse è un po’ uguale ad Halloween“.

Come ogni sequel di Scream ha saputo fare però, anche questo quinto capitolo si aggiorna rispetto alle modalità di produzione e fruizione del panorama dell’intrattenimento circostante: muovendo in partenza le critiche che operazioni del genere alimentano costantemente e a ragione; quasi scrivendosi da solo la recensione negativa in una scena semplicemente brillante. Ormai nessuno ha più idee, i legacy si sprecano e nessuno ci capisce più nulla fra remake, reboot e chissà cos’altro. Nel mezzo di questo virgolettato però, Scream 5 si autodistrugge e autodefinisce a un tempo: siamo di fronte a un requel, una via di mezzo fra reboot e sequel, che al recasting affianca i vecchi volti di Sisney Prescott, Gale Weathers e dello Sceriffo Riley.

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3. Vecchio a chi? Non dubitare mai di Scream 5

Ghostface in Scream 5

Ghostface in Scream 5

Più che una recensione, Scream 5 meriterebbe una cattedra di storia dell’horror, capace com’è di citare e addirittura assorbire le lezioni, pratiche e teoriche, di uno dei più grandi maestri del cinema: Alfred Hitchcock. Oltre alla famosa scena della doccia di Psycho, Scream 5 riesce a fare tesoro, fra le tante, dell’escamotage della bomba, emblematica lezione di suspance e jumpscare. Espedienti registici che, criticano ancora una volta i giovani snob, non funzionano più da un decennio. Forse, invece, bastava un film come questo, impareggiabile nel fomentare la credulità e l’attesa dello spettatore con strumenti apparentemente semplicissimi: un crescendo di soundtrack, tre porte che si chiudono, un lenzuolo bianco e nero appeso a un attaccapanni. Per poi farlo saltare letteralmente sulla sedia quando, arrogante, crederà di essere ormai al sicuro.

Jumpscare e suspance, sono questi i due elementi costitutivi di Scream 5, “un giallo super splatter” e fierissimo di esserlo, che ci prende allo stomaco e ci sventra da parte a parte con escamotage che credevamo obsoleti da tempo e scene di notevole impatto registico ed emotivo. Un film che ricalca quasi scena per scena, taglio dopo taglio, l’originale del 1996. Che allarga i suoi orizzonti citazionisti persino all’ultimo Tarantino – capirete quando lo vedrete – ma non sembra affatto intenzionato ad avviare un nuovo reboot multimilionario, il che gli fa onore. Di cliffhanger neanche l’ombra; la sceneggiatrice fittizia mette i remi in barca per evitare nuovi copycat ed emulatori; una citazione ce lo dice molto chiaramente: “Tutta la saga è andata a rotoli dopo il quinto capitolo“. Quasi un monito, un divieto: questo era per Wes, un omaggio cui non devono seguire altri.

In conclusione: uno Scream 5 potrebbe apparire non così indispensabile, ma rimane la più geniale operazione di ripescaggio di memoria recente. Ha dato una lezione ai suoi pari e l’ha fatto nel modo migliore possibile. Nell’unico modo possibile: forse, date le premesse metafilmiche, era l’unica a poterci riuscire. Giusto qualche riserva sul finale. Quando il movente, rivelato, paga lo scotto di tutta l’impalcatura metacinematografica, rendendo ancora più futili i motivi del serial killer di turno. Anche se forse, ci ricorda la pellicola del ’96: “È più terrorizzante quando il movente non c’è“. E forse, di fronte a un pubblico ormai annoiato, abituato alla violenza e inebetito dai blogger e dai forum, forse questo finale ci mette alla prova e in guarda anche da questo: da una nuova generazione di assuefatti, incapaci di distinguere il massacro che si compie su schermo da quello che si sta consumando intorno a loro e dentro di loro, nella finzione come nella realtà.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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