Wrath of Man (Furia di un uomo) rinnova la collaborazione fra Guy Ritchie e Jason Statham, ma l'attore prevale su un regista irriconoscibile

RECENSIONE NO SPOILER

Sembra di assistere a un déjà vu con Wrath of Man, l’ultimo film di Guy Ritchie di recente approdato su Prime Video nel più completo silenzio, anche a causa di una campagna marketing mal gestita. Un film che segna in qualche modo l’avvento di una terza fase, inedita, per il regista, troppo diluitosi o forse troppo incancrenitosi nel suo genere di riferimento tanto da risultare cupo e antiautoriale.

Sembra di assistere a un déjà vu rispetto al penultimo film, The Gentlemen, suo riuscitissimo ritorno a casa rilasciato su Prime in questo stesso periodo e con scarsa promozione, esattamente un anno fa, con il quale il regista di Snatch ripescò la sua inconfondibile marca registica regalandoci uno dei migliori titoli della sua filmografia. Lo stesso però, non si può dire per questa nuova collaborazione con Jason Statham.

Lo chiamavano Gentleman…

Jason Statham in Wrath of Man

Jason Statham in Wrath of Man

Per parlare di Wrath of Man, non si può non parlare di The Gentlemen e del ritorno alle origini che ha rappresentato e sta rappresentando nell’ultimo itinerario ritchiano. Tolto Travolti dal destino, incomprensibile flop-remake della pellicola del ’74, nell’arco della filmografia di Guy Ritchie si possono riconoscere due principali gruppi di film, nettamente divisi nel tempo ma che vivono di una reciproca contaminazione. Da un lato c’è il primo Ritchie, con la sua ritmica irriproducibile, i cast corali che entrano in collisione nei modi più sfortunati e questa narrazione gustosamente di genere dei bassifondi londinesi.

Tutti elementi che hanno reso Lock & Stock e Snatch dei cult d’autore a tutti gli effetti. Poi fu la volta di RocknRolla, non al livello dei precedenti e che costrinse quindi Ritchie a reinventarsi. Dal 2009 prende così il sopravvento l’altro blocco, quello per il grande pubblico, non ancora snaturato nella doppietta di Sherlock Holmes ma decisamente commerciale, invece, in Operazione U.N.C.L.E. e nel live-action Disney di Aladdin, che tutt’ora molti stentano ad associare a Ritchie. King Arthur, dal canto suo, proponeva qua e là sketch chiaramente ritchiani, ma finiva per mettere insieme il meglio e il peggio dei due mondi.

Con The Gentlemen però, che richiamava ai vecchi cult fin dalla locandina, il regista si riscoprì sé stesso, addirittura arricchito dall’esperienza maturata presso il filone mainstream. Un po’ come una vecchia Mustang che, senza cambiare cilindrata, si fosse dotata di una nuova livrea in fibra di carbonio. Lo stesso, invece, non si può dire per Wrath of Man, che somiglia piuttosto a un rigurgito eccessivo, frutto di tutto quel politicamente corretto accumulato. Quasi un ritorno al ritorno che, per recuperare il tempo perso, propone un cinema di genere all’ennesima potenza, ma non lascia spazio alla cifra autoriale del regista.

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…continuavano a chiamarlo Wrath of Man…

Josh Hartnett in Wrath of Man

Josh Hartnett in Wrath of Man

Nel bene e nel male, soprattutto nel male, la vera forza trainante di Wrath of Man, ciò che determina l’essenza stessa di questo film, è Jason Statham. Patrick “H” Hill è un uomo taciturno, spigoloso e dall’oscuro passato che si fa assumere in una ditta di portavalori rimasta vittima di una serie di furti, sanguinari e ben organizzati. L’ultimo, ripreso su schermo nel chiaro stile dell’heist movie, ha lasciato due guardie giurate sul selciato, ad agonizzare, più un terzo civile di cui non si conosce il volto.

Questo perché Ritchie, fin dalla prima scena, adotta una regia che più che originale sembra solo censurante, limitante: l’inquadratura fissa, costretta nel retro del furgone blindato per tutta la durata della rapina, accresce la suspance ma rimane asservita a una narrazione forzatamente non cronologica, tesa a un twist ending che ha solo il sapore del flash forward. Rispetto alla vecchia guardia rappresentata da “Bullet” – l’Holt McCallany di Mindhunter – e alla retroguardia di “Bimbo Bello” – il pavido e spaccone Josh Hartnett – H ha le movenze di un ex mercenario.

Stragista di rapinatori, temuto come il diavolo nei corridoio del malaffare e stranamente interessato a chi ha organizzato quel colpo iniziale. Questo perché H, s’intuisce, nella vita fa tutt’altro, overquialified per un lavoro che per lui si trasforma in realtà in un’indagine dall’interno, una giustizia privata per rintracciare dei rapinatori apparentemente irrintracciabili. In questo senso, Statham rappresenta la vera anima di Wrath of Man.

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…cupo e svogliato: poco Ritchie molto Statham

Scott Eastwood in Wrath of Man

Scott Eastwood in Wrath of Man

Il grande merito di Guy Ritchie, ciò che rende il suo cinema così inimitabile, è stata proprio quella sua capacità di trasformare tutta una fetta molto particolare del cinema di genere in cinema d’autore. Oltre a trovare un’inedita aura dal grigiume british, la classica storia della giustizia privata o della vendetta su strada di cui titoli come Taken rappresentano i capostipiti più famosi – e quelli da evitare – guadagna nuova nobiltà nelle mani di Ritchie.

Così non è per il suo ultimo film, dove il regista ripropone le sue strutture asincrone ma senza riuscire a donargli un’organicità finale: quel momento in cui tutto alla fine diventa chiaro e i personaggi trovano disposizione in un diorama impossibile ma perfettamente ordinato nelle sue connessioni. Quel momento, che qui non c’è. Come manca l’elemento umoristico, sostituito da una cupezza e una violenza (quella vera) sconosciute al regista, che trovano sfogo nell’inquietante cattivo di Scott Eastwood, figlio di Clint: buono il trucco, pessima la monoespressività di memoria paterna. Esemplificativa la presenza-assenza di Andy García, scomodato per un personaggio che appare a malapena due volte, all’inizio e alla fine, mettendo in moto la spirale di morte e raccogliendone i cocci.

Un alto funzionario che renda possibile il tutto, un MacGuffin che fornisca un salvacondotto senza prima averne fornito uno per sé stesso, per giustificare quantomeno le direttive che lo spingono. Una collusione fra malavita e governo a malapena funzionale, esigenza di sceneggiatura che ci spinge ancor di più nella direzione della giustizia privata. Di un ennesimo, evitabile, film con Jason Statham. E non del nobilitante, secondo ritorno a casa di Guy Ritchie, che forse con questo genere cinematografico voleva soltanto divertirsi e divertire. Lui e pochi altri: perché a noi, con tutto quel dark molto più scuro del gray, rimane poco di che ridere.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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