Diabolik è un omaggio al cinema di genere (italiano) e una lezione su come si adatta (davvero) un fumetto: posto questo, c'è poco da obiettare

RECENSIONE NO SPOILER

Questa recensione inizierà nel peggiore dei modi, con la speranza però che possa riservare al Diabolik dei Manetti Bros. quel beneficio del dubbio che gran parte della critica italiana – a differenza del pubblico, in parte entusiasta – non ha voluto concedergli. Inizierà con tre dichiarazioni programmatiche, affinché si capisca il senso dell’operazione. Ma tre dichiarazioni che, per ragioni opposte, faranno storcere il naso agli entusiasti come ai dettrattori. E con quella soggettiva, quell’Io di chi scrive, assolutamente da evitare.

Innanzitutto sì, il Diabolik dei Manetti va bene, fila benissimo. Mi è piaciuto, ma in tutt’altro senso rispetto ai criteri cinematografici normalmente condivisi. Tuttavia, escusatio non petita che suonerà forse una sorpresa, non ho mai neanche sfogliato, figuriamoci letto un solo albo di Diabolik, anche se come ogni italiano ne conosco la portata e cosa ha rappresentato non solo nella storia del fumetto, ma nella società d’Anni ’60 più in generale. Infine, un’accusatio ancor più manifesta: l’Io di chi scrive, a dirla tutta, è un completo profano dei fumetti.

E pur si muove…

Il fumetto di Diabolik

Il fumetto di Diabolik

Eppure, pluralis maiestatis adesso, ci è piaciuto: meglio, lo abbiamo capito. Contro i molti che, titoli delle più importanti testate alla mano, hanno parlato del “disastro che è il Diabolik dei Manetti“. Qualcuno invece – i pochi, più lungimiranti – ha parlato di un film fedele al fumetto, che ha incrociato e fuso due storie distinte partorite fra gli albi delle Sorelle Giussani: due avventure intrecciate dell’uomo senza volto e della sua, qui ancor più iconica, complice. Lei è Miriam Leone, perfetta per una parte del genere: si guardi bene, non semplicemente per il ruolo ma per l’operazione stessa in cui si inserisce. Lui invece un volto l’ha eccome. Ed è quello tagliente, riconoscibilissimo e asettico di Luca Marinelli.

Qualcuno ha parlato di un film fedele al fumetto. Chissà. L’ignoranza ci è alleata, perché ci spinge a portare questo giudizio a un livello ulteriore. Diabolik non è affatto un film con la staticità di un fumetto, ucciso nei ritmi e nel pathos con una pugnalata alla schiena da parte dei Manetti, come certa critica ha voluto. Diabolik diventa un fumetto vivo grazie al film che lo proietta, al di fuori delle sue pagine ingiallite, su grande schermo. Mereghetti, una delle voci più influenti della critica nostrana – è anche superfluo ricordarlo – ha parlato di un prodotto che è molto fumetto e poco film. Forse allora, bisognerebbe iniziare a valutarlo secondo altri, i suoi, di criteri.

A considerarlo come un film, certo, ma che vuole essere fumetto. Che fin da una regia apparentemente frammentaria, aritmica e singhiozzante, arriva laddove il montaggio, pur preponderante, non riesce o non può farsi sentire. Che la disposizione delle immagini ricalchi in tutto e per tutto quella delle tavole su pagine, apparirà ovvio e ancor più esplicito quando è lo stesso schermo, verso il finale, a suddividersi in più riquadri – espediente che, anzi, si sarebbe potuto adottare molto prima. Ma persino nelle sequenze continue e nelle zoommate, la camera sembra andare a scatti, suddividendo il flusso in più porzioni sempre più ravvicinate. Ancora, come nelle strisce di un fumetto.

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Il disastro che non è, questo disastro voluto di Diabolik

Valerio Mastandrea è l'Ispettore Ginko

Valerio Mastandrea è l’Ispettore Ginko

Sono due i principali aspetti, fra loro interconnessi, che portano avanti più di tutti questo tono fumettistico. Proprio quelli più vituperati. Fin dalla prima scena, le battute di Giorgio Caron (Alessandro Roia) e di Eva Kant ci introducono a una sceneggiatura scritta male e interpretata peggio. Se stessimo parlando di un’operazione esclusivamente cinematografica. Ma più ci si abitua a queste prove attoriali, più ci si rende conto come non siano affatto carenti, inconsapevoli, frutto di scarse capacità: da attori come Alessandro Roia e Luca Marinelli poi, forse ci si dovrebbe fare una domanda. Piuttosto, come spiegato dagli stessi Manetti alla Festa del Cinema di Roma, è la natura sdoppiata della loro regia a permettere anzi una direzione attori millimetrica, sconosciuta ad altri autori che lavorino in singolo.

Sì, le battute suonano didascaliche, sovrainterpretate e senza colore. Mentre a tratti di colore ne hanno anche troppo, quasi onomatopeico. Perché è esattamente così che suona un fumetto, quando lo si legge. E ancor più didascalica la sceneggiatura, smaniosa di ricapitolare in ogni momento quanto visto fino a quel punto e di spiegare, anticipandolo, quanto sta per succedere. Un po’ come quei copioni di Libeccio cui lavora l’Alessandro di Boris, che non passa le selezioni da dialoghista perché è stato troppo poco didascalico, ha usato troppi pochi spiegoni: “Ogni cinque minuti, una vecchia deve poter accendere la televisione e capire tutta la storia senza aver visto nulla“. Se questo, si lascia intendere, era ovviamente malvisto in quel tipo di operazione, qui suonerà illuminante e straniante a un tempo, ma perfettamente in linea, ancora una volta, coi fini del film.

Una tendenza di cui si ha conferma finale – senza spoiler – nella scena della (presunta) decapitazione di Diabolik. Sequenza che nella mente dello spettatore dovrebbe avere il sapore del colpo di scena, ma che invece lamenterà come prevedibile, ovvia e scontata fin da qualche tavola prima. Perché, per l’ultima volta, come nei migliori fumetti, di quelli che ci tengono col fiato sospeso, è stato come interrompere la lettura e saltare una ventina di pagine. Anche solo per farci tirare un sospiro di sollievo e spoilerarci, per conferma, ciò che tanto già da tempo immaginavamo. E cioè che, come sempre ci è andato a genio, i buoni vincono e i cattivi perdono. Più semplice di così.

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Di genere, cinema e uguaglianza

La polizia sta a guardare

La polizia sta a guardare

Diabolik è quindi un grande omaggio al fumetto: ai fumetti, alla storia del fumetto e di come si adatta su schermo tout court. Ma non si limita a questo, che occupa solo metà della sua anima. L’altra, di nuovo, si rifà a un panorama volutamente sbagliato, negletto e “basso”, ma proprio per questo capace di lasciare un solco che il pubblico nostrano sembra aver dimenticato. Quel cinema di genere tutto italiano – non quello americano, non quello di Freaks Out – che nel corso degli Anni ’60 è diventato il motivo per cui, oggi come allora, lo spaghetti-western è considerato all’unanimità come vittorioso sul western.

Diabolik è un italian-spy che non ha bisogno di farsi definire, per certe scene, come “uno 007 all’italiana“: perché il riferimento cinematografico basta pescarlo nella nostra, di storia del grande schermo, in film come La polizia sta a guardare, nelle regie di Bruno Corbucci e nelle colonne sonore di Franco Micalizzi. Di tutto questo, vive Diabolik. Ma anche di una svolta femminista alla società del tempo, come fu quella delle Giussani: Caron come Diabolik, per ragioni e in modi diversi, sono due misogini e maschilisti; mentre è Eva Kant la vera protagonista, colei che, a differenza del prototipo della mogliettina sempre a casa, a casa non vuole stare. Non ci sta. E basta.

In conclusione, non serve ribadire quanto il giornalismo cinematografico e quello critico più in generale, a differenza di molte altre tipologie, rimanga irrevocabilmente e drammaticamente soggettivo, schiavo alla fin fine di ciò che piace o non piace al recensore di turno. Forse però, una soluzione potrebbe essere quella di iniziare (o tornare) a valutare i film per ciò che si ripropongono, piuttosto che per quello che – nella nostra limitatezza – riusciamo a incasellare come corretto o meno cinematograficamente parlando. Prima guardare alle intenzioni, e sulla base di esse parlare di “resa”, che presa singolarmente è solo un concetto di una vuotezza assordante. Anche perché è proprio qui che si gioca la grandezza del cinema: nella capacità di raccontare storie e di farlo in modo folle, sempre diverso. Sperimentando, ma in modo capace. E per Diabolik, una volta riconosciuta l’intenzione, dovrebbe bastare questo.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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