Siamo arrivati agli ultimi giorni dell'anno. Per l'occasione vi parliamo di quelli che secondo noi sono i migliori film del 2021.

Anche il 2021 sta volgendo al termine. Un anno, come il precedente, molto difficile per tutti. Lo è stato anche per l’industria cinematografica, tra le problematiche legate al ritorno in sala e quelle inerenti alla ripresa dei lavori sui set. Non è però stato un anno privo di qualità. Film con firme d’autore, opere indipendenti ma anche il ritorno dei grandi blockbuster che erano stati in buona parte assenti nel 2020 per ovvie ragioni. Finalmente abbiamo potuto ammirare No Time to Die, con il quale trova la sua degna conclusione la carriera come 007 di Daniel Craig. Senza contare della recente uscita di Spider-Man: No Way Home, con l’incredibile successo che sta ottenendo. Anche per il cinema italiano è stato un anno intenso. Oltre ai ritorni di successo di autori come Sorrentino o Martone, sono arrivate vere e proprie scommesse produttive come Freaks Out e Diabolik, senza magari raccogliere il successo di pubblico sperato ma andando a dare uno scossone all’industria italiana.
In questo articolo cercheremo di tirare le file di un anno, come visto, tanto particolare quanto cinematograficamente intenso. Abbiamo selezionato quelli che secondo noi sono i migliori film del 2021, considerando solo le prime uscite italiane (in sala o in piattaforme streaming) degli ultimi 12 mesi. I titoli sono proposti seguendo un ordine alfabetico.
Buona lettura e buon anno nuovo.

Drive My Car di Ryûsuke Hamaguchi

La coppia di protagonisti in Drive My Car

Il 2021 è stato senza ombra di dubbio l’anno di Ryusuke Hamaguchi che con Il gioco del destino e della fantasia e Drive My Car ha ricevuto premi a Berlino e a Cannes.
Drive My Car è un film di distanze, di vuoti incolmabili che cercano riempimento, di una comunicazione che cerca un linguaggio universale per farsi condivisione e  comprensione.
Sono tanti i dialoghi, perfetti, presenti nel film, eppure nessuno appare superfluo, nessuno appare sprecato o privo di significato nel telaio di umanità che Hamaguchi intesse con delicatezza ed efficacia, aiutato da una messa in scena essenziale e quasi rarefatta. Il turbinio di emozioni che il film riesce ad evocare è destinato sicuramente a rimanere a lungo impresso nella mente dello spettatore, che nel corso del film arriva a empatizzare così tanto con i personaggi da sentirsi partecipe in prima persona del loro dolore, delle loro imperfezioni e del loro turbamento, del loro essere umani.

Paragrafo a cura di Arturo Garavaglia

Dune di Denis Villeneuve

Immagine promozionale di Dune

Dune, l’ultima trasposizione cinematografica del romanzo di Frank Herbert da parte di Denis Villeneuve, ha davvero tutte le carte in regola per essere considerato come uno dei migliori film del 2021. Dune si distingue, e siamo certi che continuerà a farlo per molto tempo, per un grande bilanciamento. Pensiamo, ad esempio, all’incredibile e realistica caratterizzazione dello spazio, di cui rimane complice uno dei migliori impieghi tecnologici degli ultimi anni, aspetto ulteriormente sostenuto dalla colonna sonora tagliente e immersiva di Hans Zimmer. La cura maniacale con cui sono state realizzate le armature dei personaggi, ricche in ogni minimo particolare, e l’incisiva caratterizzazione psicologica che, in un film di fantascienza, potrebbe facilmente andare a discapito della narrazione. Ancora interessante si conferma la raffinata fotografia e la fredda palette cromatica, qui affidata a Greig Fraser (ora al lavoro con The Batman di Matt Reeves), e ancora all’ottima sceneggiatura firmata dalla mano esperta di Erich Roth.
Ma oltre alle ottime performance di Timotheè Chalamet, Oscar Isaac e Rebecca Ferguson che hanno saputo rendere giustizia all’austerità del mondo di Arakis, c’è come sempre una regia che si conferma elegante e ambiziosa. Villeneuve si conferma davvero una garanzia.

Paragrafo a cura di Martina Folegnani – Leggi la recensione di Dune

È stata la Mano di Dio di Paolo Sorrentino

Fabio in È stata la Mano di Dio

Con il suo ultimo lavoro, E’ stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino si è garantito la presenza nella shortlist dei prossimi Oscar 2022. Siamo nella Napoli degli anni 80: sullo sfondo Maradona segna la storia del calcio e non solo, guadagnandosi un posto tra le divinità. In primo piano, invece, scopriamo la storia di Fabio (o Fabietto) Schisa: un giovane ragazzo con una passione per il cinema, la cui vita verrà sconvolta da un tragico incidente. È stata la mano di Dio è un film fortemente autobiografico, in cui Sorrentino raggiunge forse l’apice della sua carriera: senza mai tradire il suo immaginario, fatto di personaggi bizzarri e scene surreali, riesce tuttavia a coniugarlo con una spontaneità e sincerità nuove. La storia di Fabio e della sua famiglia, fatta di personaggi a tratti felliniani, è un percorso di crescita e una riflessione che Sorrentino affronta sulla propria vita e carriera: arriva così a dimostrare di avere realmente qualcosa da dire, senza mai disunirsi. Naturalmente, speriamo di tifare per lui anche durante la serata degli Oscar.

Paragrafo a cura di Gaia Franco – Leggi la recensione di È stata la Mano di Dio

France di Bruno Dumont

Léa Seydoux in France di Bruno Dumont

Con France Bruno Dumont firma una delle sue opere più complete, capace di farsi apprezzare sia dal grande pubblico che dalla critica e che trova in quella di Lèa Seydoux una delle migliori prove attoriali dell’anno.
La precisione con cui il regista francese descrive l’attualità del suo paese, tenendosi perfettamente in bilico fra il tragico e il grottesco, è solo uno dei tanti meriti di un film in cui a essere messo in discussione è lo statuto dell’immagine stessa e la sua infinita possibilità di manipolazione e manomissione.
Non sfugge poi al regista un’acuta osservazione del proselitismo e del paternalismo che attanagliano la classe dominante francese, che non arrivano comunque a cancellare e a risolvere il problema del male e della bestialità umana, temi fondanti della poetica di Dumont, che sono sempre pronti a emergere in nuove, o forse troppo vecchie, forme.
L’unione di tutti questi elementi fa di France non solo uno dei migliori film del 2021 ma uno dei più complessi e stratificati, nonchè l’ennesimo capolavoro di un regista che non ha mai smesso di stupire e che non sembra avere intenzione di farlo.

Paragrafo a cura di Arturo Garavaglia

One Second di Zhang Yimou

I protagonisti di One Second di Zhang Yimou

Dopo lunga assenza e un dimenticabile lapsus hollywoodiano, il regista culto del cinema cinese Zhang Yimou si fa perdonare ogni cosa con il film più bello della Festa del Cinema di Roma. Come da titolo, One Second racconta di un fuggitivo disposto ad attraversare deserti e mille peripezie per vedere… un film. Meglio ancora, a ossessionarlo è un singolo fotogramma, della durata di un secondo, nel noiosissimo cinegiornale che precede il film vero e proprio. Siamo infatti negli Anni ’60 della Cina maoista, fra Grandi Balzi in Avanti e Rivoluzioni Culturali. Non fosse che il cinegiornale viene rubato, poi restituito, infine aggrovigliato da una giovane orfana, che della pellicola ha bisogno in senso materiale. Tutti amano i film e ognuno a modo suo in uno dei più grandi omaggi al cinema di memoria recente, che al pubblico italiano ricorderà senz’altro Nuovo Cinema Paradiso. Ma assieme alla cinefilia si fa strada una certa sinologia: dietro i monologhi galvanizzanti di Mr. Film, eroico proiezionista con la sua sala d’essai propagandistica, si nascondono metafore geniali della rivoluzione comunista e della collettivizzazione del lavoro. Quindi dichiarazione d’amore, ma anche perfetto spaccato politico. E forse, in alcuni momenti, persino una non così implicita lezione di recitazione.

LEGGI ANCHE  The Morning Show 2: la serie sarà riscritta per parlare della pandemia

Paragrafo a cura di Carlo Giuliano – Leggi la recensione di One Second

Pig di Michael Sarnoski

Nicolas Cage con il maiale in Pig

Veniamo al titolo più sottovalutato e probabilmente meno visto tra quelli che consideriamo i migliori film del 2021. Pig parte con delle premesse che fanno presagire di trovarsi davanti al più classico dei Revenge Movie. Rob vive isolato con la sua maialina Brandy, con la quale va alla ricerca di tartufi per poi scambiarli in cambio di materie prime a lui utili. D’un tratto Brandy viene rapita durante una irruzione violenta e Rob si troverà costretto ad andarla a cercare. Sostanzialmente l’incipit di un clone di John Wick. Ma l’opera di Michael Sarnoski gioca proprio sulle aspettative dello spettatore per sorprenderlo e piazzargli davanti uno splendido dramma minimal e crepuscolare. Molto lo si deve ad un superbo Nicolas Cage, capace di una prova tutta in sottrazione ed estremamente misurata, a conferma di un talento enorme e spesso dimenticato. Un ultimo plauso va a Sarnoski, al suo esordio assoluto alla regia di un lungometraggio, ed all’utilizzo che fa della macchina da presa. Dosato, con pochi movimenti, un approccio perfetto per affrontare un dramma così profondo ed essenziale.

Paragrafo a cura di Giacomo Lenzi

The Card Counter (Il Collezionista di Carte) di Paul Schrader

Oscar Isaac al tavolo da poker

William Tell è un ex militare ed ex detenuto che, una volta scontata la prigionia, passa la sua vita a vagare da un casinò all’altro, vincendo… ma mai troppo. La situazione cambia quando incontra Cirk, giovane ragazzo in cerca di vendetta che fa scaturire in lui desideri sopiti, e La Linda, un’intermediaria fra finanziatori e giocatori di poker. In questo Il collezionista di carte troviamo un Paul Schrader, qui regista e sceneggiatore, al suo apice. La regia sempre pulita e molto organica rende al meglio l’emotività, la sospensione e il clima rarefatto che dominano tutta la pellicola. Un film equilibrato e stratificato che fa del silenzio e della componente visiva, nonché di una calibratissima sceneggiatura, il fulcro di tutta la tensione sentimentale e morale. Un insolito thriller che a tratti assume i toni di un western in piena veste contemporanea. Da non dimenticare infine la solidissima performance di un quasi inedito Oscar Isaac. Personaggio sempre presente in scena, l’attore è infatti bravissimo nel sottolineare le sfumature e i cambiamenti di intensità tramite un volto quasi impassibile. Il tutto per un’opera semplice, delicato, e di intrattenimento allo stesso tempo, il cui senso si nasconde abilmente nei dettagli. Ampiamente uno dei migliori film del 2021.

Paragrafo a cura di Alberto Candiani – Leggi la recensione di The Card Counter

The Father di Florian Zeller

Olivia Colman e Anthony Hopkins in The Father

Adattamento cinematografico di una piéce teatrale del 2012, The Father è un film toccante e intenso, che ha conquistato pubblico e critica. Protagonista assoluto è Anthony Hopkins: l’attore, che ha per questo ruolo vinto il suo secondo premio Oscar, interpreta Anthony,  un uomo anziano affetto da demenza senile. Nonostante le cure della figlia Anne (Olivia Colman) la sua mente è sempre più annebbiata e confusa. Il film sceglie proprio il punto di vista di Anthony, permettendo allo spettatore di immedesimarsi nella sua difficile situazione. Confondendo realtà e immaginazione, perdendo ogni punto di riferimento, possiamo comprendere al meglio la frustrazione e lo spaesamento del protagonista. In questo ha un grande merito Anthony Hopkins, che ancora una volta conferma il suo talento con una performance che domina la scena, pur trasmettendoci tutta la fragilità del ruolo. Con pochi personaggi e una trama semplice e lineare, l’opera di Florian Zeller riesce ad essere intimo e intenso, delicato e straziante. Per questo lo consideriamo uno dei migliori film del 2021.

Paragrafo a cura di Gaia Franco – Leggi la recensione di The Father

Titane di Julia Ducournau

Una scena di Titane

Palma d’Oro al Festival di Cannes, Titane non è affatto – o almeno non eminentemente, come voleva il competitor Nanni Moretti – un “film in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac”. Recuperando tutto un filone dell’horror in cui Carpenter e Cronenberg suoneranno come i riferimenti più ovvi, non gli unici, Julia Ducournau si avvale di un linguaggio tecnico pressoché perfetto, disturbante e sconvolgente come le reazioni che intende suscitare. Per ringhiare, arrogante e conturbante, come farebbe una muscle car ai blocchi di partenza. Ma contro il cliché cinematografico, non brucia lo spinterogeno e anzi taglia il traguardo alla grande, spingendo l’acceleratore sui contenuti e scalando le marce tematica dopo tematica. Dietro il genere del body horror, Titane passa in rassegna le inquietudini più scottanti del nostro tempo: vita, morte e miracoli. Al centro Alexia, sociopatica killer seriale fusa al titanio, la cui gravidanza da Cadillac, percepita come mostruosa e non voluta, è solo il motore narrativo che da il là a un’infinità di esperienze umane. Maternità, famiglia, identità di genere e rapporti genitoriali e filiali. Grazie a un polimorfico cambio di registri, tutto convive in un generale invito all’accettazione del sé e dell’altro. E per estensione, di questo incredibile guardrail cinematografico.

Paragrafo a cura di Carlo Giuliano – Leggi la recensione di Titane

West Side Story di Steven Spielberg

Una scena di ballo di West Side Story

Difficilmente un nuovo lavoro di Steven Spielberg non presenzia nelle classifiche di fine anno. A conferma di ciò la sua versione di West Side Story finisce con merito nei migliori film del 2021. Spielberg è sempre stato un appassionato di musical, come possono confermare sia 1941 – Allarme a Hollywood che l’incipit de Il Tempio Maledetto, secondo capitolo della saga di Indiana Jones. E all’interno del genere ha sempre avuto una passione proprio per West Side Story, legame speciale condiviso con il padre (non a caso il film è dedicato a lui). Riportare al cinema il musical di Bernstein e Sondheim dopo l’adattamento del 1961 firmato da Wise e Robbins non era però una missione semplice. Il risultato è però splendidamente raggiunto. Con l’amore e la capacità immensa di Spielberg, West Side Story torna in una versione rivisitata e aggiornata con un approccio maggiormente realistico e non nostalgico. Realismo confermato anche dalla sceneggiatura di Kushner (alla terza collaborazione con il regista dopo Munich e Lincoln) volto a dare una lettura molto più politica e volendo attuale della vicenda. Se però il risultato finale funziona così meravigliosamente lo si deve in larga parte anche al lavoro Kaminski, direttore della fotografia di fiducia di Spielberg da Schindler’s List in poi. West Side Story si presenta quindi in questa nuova veste che non vuole sostituire l’originale ma semplicemente dargli un’altra chiave di lettura. Un film ricco di gioia e di amore ma che porta con sé un bagaglio politico e teorico non indifferente. Ancora una volta e sempre: grazie Steven.

Paragrafo a cura di Giacomo Lenzi

Giacomo Lenzi

Giacomo Lenzi

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l'arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments