Miglior Sceneggiatura al TFF, Une jeune fille qui va bien è tanto ingenuo quanto insolito: un film sull'olocausto, ma senza l'olocausto

RECENSIONE NO SPOILER

È passato più di qualche giorno dalla fine del Torino Film Festival, che in quest’ultima edizione decisamente sottotono ha visto trionfare tra i film in concorso Une jeune fille qui va bien (A Radiant Girl) alla Miglior Sceneggiatura. L’opera prima di Sandrine Kiberlain è il solito, caro vecchio film sugli ebrei e il nazifascismo.

Una pellicola che però, nella sua inedita narrazione dell’olocausto, non ha proprio nulla di classico. Un approccio, il suo, che fra grandi leggerezze e altrettanto grandi assenze, potrebbe far storcere più di qualche naso. Ma che merita comunque, proprio per la sua originalità, di essere analizzato in retrospettiva.

C’era una volta…

Rebecca Marder in Une jeune fille qui va bien

Rebecca Marder in Une jeune fille qui va bien

Irène è una ragazza radiosa quanto l’attrice che la interpreta, la sbarazzina Rebecca Marder che qui si presta agli ingenui esperimenti facciali e corporei che un personaggio così ha da offrire. Irène è infatti attrice anch’ella – o aspirante tale. Ogni giorno esce di casa innamorata della vita e ogni giorno vi fa ritorno inondandola di tutta la sua gioiosità e giocosità, folleggiandosi da una stanza all’altra con quella consapevolezza corporea che solo il palco teatrale sa darle. Sotto lo sguardo amorevole ma perplesso della famiglia, che la osserva come si osserva un gatto fastidioso che ti sta distruggendo le tende, ma che comunque con i suoi comportamenti buffi ti irradia la giornata.

Questa è la storia di un’ebrea che vive nella Francia occupata dai nazisti. Mano a mano che le leggi razziali ne minacciano la libertà, la ragazza, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Il problema non è la minaccia, ma la deportazione.

Con lei vivono il padre André, capofamiglia un po’ attempato col suo lavoro di contabile presso l’amministrazione pubblica e burberità simpaticona alla Gérard Depardieu; la nonna Marceline, donna moderna dal capello corto e il sorriso sempre in volto, ereditato dalla nipote; il fratello più piccolo Igor, che si fa crescere un baffetto incolto per far colpo sulle ragazze e poi da consigli alla sorella su come far colpo sugli uomini – spoiler: “accarezzargli le palle, li manda fuori di testa“. Perché di spasimanti Iréne ne ha tanti, ma solo uno le fa arrossare le guance. L’assistente di un oculista con il quale fingerà di non vederci un’acca laddove un H giganteggia, invece, sulla tavola optometrica. Tutto per essere costretta a portare gli occhiali: non ci vedrà più nulla, ma almeno potrà continuare a vedere il suo amato, Jacques.

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Una ragazza radiosa…

Jacques e Iréne

Jacques e Iréne

Iréne è una ragazza radiosa che aspira a diventare attrice e vive nella più completa spensieratezza circondata dagli affetti e da una bellissima casa – le scenografie e la luce tenue a valorizzarle sono forse gli aspetti più pregevoli di tutto il film. Ma c’è un piccolo, enorme problema: le circostanze. L’anno è il 1942, lei è ebrea e la Francia è occupata dai nazisti. Une jeune fille qui va bien racconta proprio di questo: di come una minaccia inizialmente “morbida” come le leggi razziali si prendano prima i loro passaporti, poi il diritto di usare le scale condominiali, poi le radio e i telefoni, per impedire ogni forma di comunicazione con l’esterno. E di come, alla fine, si siano prese direttamente le persone.

Tutto, nel film, è pensato in virtù di questo assunto generale: che il genocidio vien di notte e senza lasciarsi annunciare, se non per piccole avvisaglie che spostano poco nel tranquillo scorrere della vita e delle speranze di tutti i giorni. Lo spaccato di una famiglia – come milioni di altre – incurante, là fuori, delle “cavalcate notturne di quei lugubri figli di puttana“, come scriveva Bertolt Brecht. Pochi i saggi in grado di prevedere il disastro, quasi sempre i vecchi. Come la combattiva Marceline, che rifiuta di consegnare i passaporti facendone una questione di principio, dando vita a piccoli bisticci familiari, rifiutandosi di credere che “abbassando la testa e rispettando le regole non ci succederà niente“. L’esatto contrario.

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Nella Francia occupata dai nazisti…

Una scena di Une jeune fille qui va bien

Una scena di Une jeune fille qui va bien

Questa minaccia che incombe, nel film, non viene mai mostrata. Non una svastica appesa, non una divisa in circolazione, né dal lato degli occupanti né da quello dei laissez faire, i collaborazionisti di Vichy. “Neanche un riferimento all’olocausto in un film che dovrebbe parlare di quello!“, s’indignano gli altri avventori una volta usciti dalla sala. Lamentando un’operazione che infastidirà molti, ma che pure nella sua ingenuità riesce a strappare margini di originalità in un genere cinematografico che, quando si presta alla dimensione privata del deportato piuttosto che al dramma storico del campo – vedi Il figlio di Sauldifficilmente riesce a non scadere nella banalità.

 Questa è la storia di un’ebrea che vive nella Francia occupata dai nazisti. Mano a mano che le leggi razziali ne minacciano la libertà, la ragazza, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Il problema non è la minaccia, ma la deport…

Senza spoiler ma anche senza chiusa, si conclude così Un jeune fille qui va bien. Con la nonna che, per dare una definizione a quanto sta accadendo, consulta il dizionario alla voce “minaccia”, rabbuiandosi in volto: “L’atto di minacciare, le parole con cui si minaccia, e in genere il fatto di promettere o annunciare un male, un danno, un castigo“. E la nipote, gioiosa, che attende risposta per quello spettacolo che ha provato per tutto il film. La attende in un tipico café francaise, sorseggiando vino e canticchiando il pop di un’altra epoca – quello dei Metronomy. Ignara dell’incappucciatore che ormai è proprio dietro le sue spalle, pronto a spezzarne la vita e le aspettative su cosa sarà. Ahinoi, per parte nostra, lo sappiamo bene, procedendo automaticamente a riempire quell’interruzione un po’ brutale ma decisamente esplicativa con un immagine: quella che hanno visto gli Alleati, attoniti, all’apertura dei campi.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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