Nell'Egitto di Feathers, ossessionato dagli strozzini e la burocrazia, un marito e padre autoritario viene trasformato in un pollo

RECENSIONE NO SPOILER

A poco meno di una settimana dalla fine del Torino Film Festival, che ha visto trionfare a Miglior Film il turco Between Two Dawns, abbiamo deciso di riservare un’ultima appendice di spazio a un paio di pellicole fra quelle premiate. Le più stimolanti ma anche le più divisive, non per forza le più meritevoli.

Fra queste Feathers dell’egiziano Omar El Zohairy, già Gran Premio al Miglior Film durante La Semaine de la Critique a Cannes e che al TFF si è portato a casa il Premio Speciale della Giuria, andato anche (ex aequo) a El Planeta. A parte il fatto che non vediamo la ragione dietro questo pareggio, non diremo altro sul film di Amalia Ulman.

Tutto pollo e niente arrosto

Una scena di Feathers

Una scena di Feathers

Schermo nero, ancora nessuna immagine, solo dei suoni. Di un liquido sversato, di una miccia accesa, del crepitio delle fiamme e delle urla di un uomo. Una fiaccola vivente si staglia nel cortile di una fabbrica arrugginita. Non la manda a dire Feathers, mettendo in chiaro fin dalla prima inquadratura tutta la brutalità della situazione ma non l’identità di questo Jan Palach d’Egitto. Chi è quell’uomo e perché si è bruciato vivo? Una domanda che terrà avvinghiato lo spettatore per tutta la durata del film, anche nei momenti più calanti, senza però trovare risposta. Forse solo un altro disperato in un mondo di disperati.

Fra questi la famiglia protagonista. O meglio, la sua mater familias. Inizialmente soggiogata da un marito autoritario, che tiene i pochi risparmi sotto chiave e passa le giornate al di sopra delle proprie possibilità e responsabilità, narrando del suo passato in una fantomatica delegazione estera e bevendo latte fresco senza poterselo più permettere, operaio di fabbrica quale è diventato. Servito e riverito, scusate il francesismo, come un tipico stronzo maschilista. Almeno fino a quando, durante una festa di compleanno per i bambini, un mago chiamato a fare da animatore non lo fa entrare in un baule. E non lo trasforma in un pollo. E poi scopre di non saper invertire il processo.

Così questa moglie che tiene sempre gli occhi bassi e sopporta ricurva qualunque sopruso, prende le redini della famiglia più di quanto già non facesse. Per poi scoprire, assediata dai creditori e con uno sfratto pendente sopra la testa, che quel marito nullafacente, forse, si è dato alla macchia di proposito. Come se non bastasse una società che le rema contro e i tre figli da accudire – il più grande non arriverà agli otto, ma per quanto crescono in fretta potrebbe averne sei – questa donna al limite dell’esaurimento vedrà il pollo (suo marito) spruzzargli diarrea per tutta casa, richiedendo cure veterinarie sempre più costose. Ironia della sorte al limite del grottesco.

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Banconote e burocrazia, due feticci di carta

Una scena di Feathers

Una scena di Feathers

La sua storia di riscatto – ma di una tipologia impossibile, in una società così patriarcale – si staglia sullo sfondo di un Egitto raccontato per dettagli e inquadrature, con tutte le sue ossessioni. Due elementi soltanto, entrambi cartacei, scandiscono questo spaccato: le banconote e le scartoffie. Le prime rappresentano l’avidità di questi poverissimi, chi più chi meno, sempre intenti – in una cosa come cinquanta inquadrature – a contare le mazzette di banconote tutte diverse, di ogni corso e taglio. Le seconde sono di ogni tipo: ricevute, ingiunzioni di pagamento, ipoteche sulla casa, catene di una burocrazia labirintica.

Il gioco sta tutto lì: nel controbilanciare le pile. Se quella delle banconote aumenta, quella della burocrazia diminuisce, e viceversa. Ma questo gioco di equilibrismo si rivela tutt’altro che semplice per la protagonista, che non può sostituire il marito in una fabbrica-per-soli-uomini, ma può far assumere il figlio di pochi anni – sempre dopo aver compilato tutti i moduli che attestino la scomparsa, non sia mai, la legalità è tutto. In questi, Feathers ha un che di realismo magico, dove cioè l’elemento dell’assurdo non rinuncia poi all’iperrealismo del sacrificio: la sua protagonista non è un’eroina che, resistendo, alla fine ce la fa; ma che resiste proprio perché non riesce a uscire dall’impasse.

Almeno fino all’agghiacciante quanto inevitabile finale. Una conclusione salvifica che mostra Feathers, ancora una volta, per quello che è: una favola, ma di quelle nerissime, terribili proprio perché maledettamente reali. Sì, Feathers è irrecuperabilmente terribile, ma proprio per questo da recuperare, possibilmente al cinema, nella speranza di una distribuzione in Italia. Ci faremo trovare pronti, curiosi di vedere se quel finale, in sala, strapperà lo stesso, sonoro, scomodo applauso: di fatto, un endorsment alla ribellione, al femminismo ovviamente, all’eutanasia anche. E forse persino all’uxoricidio, ma al contrario.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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