Pronto per approdare su Netflix, arriva al cinema Don't Look Up, la nuova esagerata dark comedy sulla società dello spettacolo di Adam McKay

Lo scorso 8 dicembre è uscito nelle sale Don’t Look Up, il nuovo film di Adam McKay, che approderà su Netflix appena in tempo per il Natale, il 24 dicembre. Dopo la denuncia ironica al corrotto sistema finanziario che ha portato alla crisi del 2008 e la dissoluzione/dissacrazione dell’icona Dick Chaney, eccoci ad un nuovo folle capitolo di satira sulla società americana.

Ma se con La grande scommessa e Vice (qui la nostra recensione) McKay manteneva un approccio quasi didattico, seppur con tutta l’imprevedibilità estetica del caso, qui si spinge ancora oltre. Don’t Look Up, in questo senso, è un film esagerato, esplosivo ed esasperato. Una modalità che rende il film interessante e ben ritmato, con picchi ironici e drammatici allo stesso tempo, ma che rischia facilmente di andare fuori dai binari.

Ecco la nostra recensione.

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La trama di Don’t Look Up

Randall e Kate ospiti al morning show

Se con i precedenti lavori ci trovavamo di fronte ad una vera e propria riscrittura, o meglio rilettura, della Storia, con Don’t Look Up il dito è puntato verso il futuro. Come recita il poster della pellicola infatti questa si basa su “fatti realmente possibili”. Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) dottoranda in astronomia e il professor Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) scoprono un’insolita cometa all’interno del sistema solare. Secondo i calcoli dei due scienziati però la cometa si sta dirigendo pericolosamente verso la Terra e in sei mesi causerà l’estinzione di tutta la popolazione mondiale.Ecco allora che i due si apprestano a comunicare al mondo, cioè agli Stati Uniti, la pericolosità della scoperta appena fatta. Un mondo che però sembra non ascoltare e utilizzare l’evento solo a proprio favore.

Il presidente degli Stati Uniti, Orlean (Meryl Streep), un miscuglio fra Trump e i Clinton, e il suo capo di gabinetto Jason (Jonah Hill), sembrano solo interessati ai sondaggi e al risultato delle elezioni di Midterm. Ma non va meglio nemmeno con la tv e i social media. I conduttori del The Daily Rip Brie (Cate Blanchett) e Jack (Tyler Perry) vogliono solo far battute e avere l’esclusiva sull’ultimo gossip dei vip di turno. La diva del pop Riley Bina (Ariana Grande) è pronta però ad appoggiare la causa con un singolo e tanti hashtag. Il giovane anticonformista Yule (Timothée Chalamet) e i suoi amici inneggiano alla distruzione totale anti-sistema. E nel frattempo il tech guru Peter (Mark Rylance), un abilissimo mix dei vari Bezos-Musk-Jobs, sembra avere trovato la soluzione definitiva…

La catastrofe astronomica diventa così solo un evento laterale. Nulla a che vedere con la catastrofe sociale patinata in cui tutti sono immersi – nessuno escluso. Insomma, anche in mezzo all’apocalisse, the show – che non è nemmeno più uno show – must go on!

Una distopia corale

La presidentessa e gli scienziati camminano in un corridoio

Adam McKay è bravissimo (e a tratti folle) nello scrivere e ancor più nel dirigere, ma ciò che in questo Don’t Look Up mette in mostra è la sua abilità nello scegliere la giusta posizione per i suoi attori. L’esagerata potenza del film non sarebbe la stessa se non ci fosse un cast così ampio, così stellare e dunque così preparato. Tutti infatti sono chiamati ad avere un registro perennemente sopra le righe che permette però il mantenimento di un margine di credibilità e se vogliamo anche di empatia.

Primi fra tutti sono i due (falsi) protagonisti DiCaprio e Lawrence, impegnati nei ruoli macchietta del professore accademico introverso ma vanitoso e nella ragazza outsider tutta formule matematiche, cuffiette e Xanax. Personaggi entrambi che verranno quasi letteralmente dimenticati da McKay da metà film in poi per concentrarsi maggiormente sugli altri comprimari. Da citare infatti ci sono anche le perfette performance di una Meryl Streep allo stesso tempo disinteressata e over-the-top; la fintissima anchorwoman di una tiratissima Cate Blanchett; e menzione d’onore pure al tech guru impersonato dall’inespressivo Mark Rylance.

Ognuno di loro, stereotipato fino al midollo da McKay, viene letteralmente usato per lanciare messaggi ben precisi e legati al ruolo sociale che sono stati chiamati a rappresentare. Non cercate dunque l’empatia che pure si nascondeva tra le righe delle performance di Christian Bale con Vice e The Big Short. Qui tutto, anche le abilissime prove attoriali, è in funzione dell’immagine e dello spettacolo architettato dalla storia.

La società e lo spettacolo dell’eccesso

La presidentessa con cappellino e bandiera USA alle spalle

La satira americana, nonché tutto l’umorismo sofisticato, del cinema di McKay si basa su due elementi fondamentali: l’immagine e l’eccesso. Nel precedente Vice il regista si divertiva infatti ad utilizzare qualsiasi tipo di gioco linguistico/estetico per destrutturare l’immagine della politica a stelle e strisce (un esempio su tutti: i titoli di coda sparati a metà film). In questo Don’t Look Up l’asticella è posta ancora più in là.

Dalle inquadrature disturbate al montaggio interrotto a scena non finita, dall’utilizzo di registri visivi presi in prestito dalla tv o dai live concert fino all’esagerazione dell’utilizzo dei primi piani. E questo solo dal punto di vista delle scelte estetiche. A queste infatti vanno aggiunti i riferimenti tematici. Qui non si parla solo di finanza e politica, ad essere presi in considerazione ci sono anche i social media e i media in generale, il gossip, la difficoltà della divulgazione scientifica e la difficoltà di comunicazione tout court, il capitalismo, l’egocentrismo, l’imperialismo tecnologico, la società tutta. C’è n’è davvero per tutti.

Quella di McKay diventa quindi una critica fatta su tutti i fronti. Una critica ad una società ormai completamente nel baratro, pronta a creare fazioni opposte solo per darsi un tono e uno scopo (e frose una Realtà?). In questo contesto, l’arrivo di una cometa distruttiva suona da un lato dunque più come una liberazione da tutto questo, piuttosto che una minaccia.

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Un film alienante: errore o genialità?

Randall e Kate vengono trasportati su un velivolo

A tutto questo c’è un però. A causa di questa eccessiva dispersione di contenuti e input visivi, Don’t Look Up rischia di essere una satira che fatica a trovare un punto d’approdo. Nonostante un ritmo costante e un racconto che non perde mai di forza, il film risulta leggermente alienante. Il continuo portare all’estremo le situazioni, la costante esagerazione del taglio ironico divertono certamente – si ride davvero di gusto-, ma finiscono per distaccare lo spettatore da ciò che sta guardando.

Rimane dunque un dubbio: è un distacco utile quello che si prova? McKay è riuscito a creare un film perfetto, talmente alienante (e “inutile”) tanto quanto la stessa realtà simulacrale, ormai dominata dell’immagine, in cui siamo immersi tutti i giorni? Oppure nel voler sparare a zero su tutto e su tutti non fa altro che creare l’ennesimo divertissement filmico impregnato di black humor fine a se stesso? Insomma, siamo di fronte ad un capolavoro o ad un furbissimo intrattenimento? Noi davvero facciamo fatica a capirlo.

Anche perché, in fin dei conti, pure l’unico barlume di umanità, sincerità e rivalsa sociale rappresentato dalla giovane Kate si esaurisce in un’ossessione fine a sé stessa. Davvero l’unica cosa che ci rimane è passare il tempo a rimuginare sul fatto che ci hanno fatto pagare delle merendine gratis?

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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