Reduce dal film di Mainetti, il Miglior Attore al TFF interpreta un omosessuale perseguitato in Grosse Freiheit, toccante dramma carcerario

RECENSIONE NO SPOILER

Fine dei giochi, qui al Torino Film Festival. Due giorni fa sono stati proiettati i film vincitori nelle varie categorie, fra cui spicca nella selezione ufficiale Grosse Freiheit (Grande Libertà) di Sebastian Meise, selezionato per rappresentare l’Austria agli Oscar 2022 come Miglior Film Straniero.

Con dodici film in concorso e solo cinque premi principali da spartirsi, è difficile che una pellicola ottenga più di un riconoscimento. E se il film di Meise avrebbe potuto meritare il riconoscimento a Miglior Film, il suo protagonista invece era senza alcun dubbio il Miglior Attore designato. Stiamo parlando del poliedrico Franz Rogowski, conosciuto dal pubblico italiano per il ruolo del villain nel recente Freaks Out di Gabriele Mainetti.

Germania ’69: paragrafo omofobia

Franz Rogowski in Grosse Freiheit

Franz Rogowski in Grosse Freiheit

Il Miglior Attore al TFF interpreta Hans Hoffmann, un giovane tedesco che, alla fine della guerra, viene tradotto dal campo di concentramento dove era stato internato dai nazisti per la sua omosessualità, direttamente in carcere senza neanche passare dal via. Contro di lui il Paragrafo 175, un articolo del codice penale tedesco lasciato immodificato dal nuovo governo, che faceva rientrare l’omosessualità sotto il campo delle devianze punibili con il carcere.

Nella fattispecie di Hans, il codicillo sarebbe rimasto in vigore fino al 1969, soggetto a revisione e poi definitivamente abolito solo nel 1994. Fino alla fine degli Anni ’60, Hans farà fuori e dentro dal carcere, accumulando pochi mesi di libertà nel corso di un quarto di secolo ma mai rinunciando alla propria identità. La sua è una storia esclusivamente carceraria e i pochi momenti di intimità al di là delle sbarre vengono consumati, di nascosto, nel sudiciume dei bagni pubblici. E ripresi, con fare pruriginoso, attraverso uno spioncino, per poi essere proiettati come filmini porno in Super 8 per la presa visione di Vostro Onore.

Grazie a una serie di salti temporali che, avanti e indietro nel tempo, passano continuamente – e contiguamente, montati ad arte – da una fase all’altra della sua prigionia, vediamo ripercorsa la storia di Hans, disseminata di eventi drammatici. Tenuto a distanza e brutalizzato dagli altri carcerati, tenterà di costruirsi una vita e l’unica intimità possibile nelle ristrettezze del carcere, dandosi appuntamento all’addiaccio coi pochi altri Paragrafi 175. Fino all’incontro con un semi-ergastolano, Viktor (Georg Friedrich), con cui svilupperà, a partire dalla diffidenza reciproca, una lunga e crescente amicizia. E forse qualcosa in più.

LEGGI ANCHE  Freaks Out: uno strabordante blockbuster all'italiana

Grosse Freiheit e Piccole Concessioni

Hans Hoffmann e il suo compagno

Hans Hoffmann e il suo compagno

Se comparato alle molte altre opere prime e seconde che da sempre compongono la selezione ufficiale del TFF, di Grosse Freiheit colpisce l’insuperabile maturità. Ben più di una spanna avanti, come nella consapevolezza registica così nella trattazione della tematica, non ricade nelle ingenuità ricorrenti degli altri – non tutti – film in concorso. In questo, il film di Sebastian Meise non somiglia affatto a un’opera prima o seconda. Fosse anche solo l’aver gestito, e bene, un film di quella durata nelle ristrettezze del 3×4 metri d’ambientazione. Più i pochi spazi comuni: il cortile, la sartoria, il blocco d’isolamento.

Una gestione retta senz’altro e in gran parte anche dalla partecipazione di questo grandissimo interprete, Franz Rogowski: rispetto al Franz di Mainetti, l’Hans di Meise è ovviamente un ruolo completamente diverso. Né migliore né peggiore, semplicemente più sommesso come vuole la sua condizione e che torna a fare dell’imperfezione virtù. Quel riconoscibilissimo sigmatismo – volgarmente, la zeppola – che non gli ha impedito di imporsi come uno dei migliori attori del panorama odierno, prestato alle molte aree geografiche del cinema europeo.

A ridimensionare la grandezza di Grosse Freiheit, neanche un finale dal sapore (solo apparentemente) pruriginoso e visivamente provocatorio. Che ci ricorda inizialmente l’origine del titolo del film: forse quel Grosse Freiheit di Amburgo, antesignano di un gay village poi disseminato di locali a luci rosse. Un luogo dove la comunità LGBT+ poté trovare un nuovo punto di convergenza e di libertà identitaria, pur costretta (comunque) a esprimerla nell’oscurità delle catacombe. Forse, ci ricorda il vero finale, ciò che Hans e tutti gli altri andavano cercando non era poi una libertà così esagerata, ma solo quel piccolo spiraglio per poter seguire liberamente la propria identità e i propri amori. Senza quelli, non ha senso essere liberi: meglio tornare dietro le sbarre, se c’è il cielo in una cella, quando sei qui con me.

LEGGI ANCHE  Les Intranquilles: è con Damien Bonnard il miglior film visto (finora) al TFF

Questa e molte altre recensioni su tutti i film del Torino Film Festival sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments