Tolte le due star, coinvolte a malapena, Blood on the Crown è troppo per essere una ricostruzione storica e troppo poco per essere un film

RECENSIONE NO SPOILER

In termini di panorama attoriale, qui al Torino Film Festival il secondo film dopo Cry Macho di Clint Eastwood per portata hollywoodiana era sicuramente Blood on the Crown, cronaca storica che conta su una produzione internazionale davvero eterogenea e sulla partecipazione – in realtà marginale – di due mostri sacri: Harvey Keitel e l’invecchiatissimo Malcolm McDowell, già protagonista di Arancia Meccanica.

Malta Bread Party

Una scena di Blood on the Crown

Una scena di Blood on the Crown

Diretto dall’italiano Davide Ferrario, la cui carriera registica sembra costellata più da cortometraggi e documentari – aspetto che si avverte, non in positivo, nel suo ultimo film – Blood on the Crown ripercorre uno dei più drammatici passaggi nel lungo processo di indipendenza di Malta dallo status di colonia dell’Impero Britannico. Se il traguardo fu raggiunto solo nel 1964, il film di Ferrario punta la lente d’ingradimento sul Sette Giugno del 1919, quando le truppe inglesi spararono sulla folla inerme in seguito ad alcuni disordini.

Uno dei tanti momenti della Storia a cavallo fra ‘800 e ‘900 in cui persone disarmate, infuriate per l’aumento dei prezzi del pane, hanno affrontato milizie armate; e hanno perso. Ma che nella ricostruzione di Ferrario di trasforma in un nuovo “No taxation without representation” – formula citata nel film – spingendo i locali a un secondo Boston Tea Party che, però, si risolverà in un massacro.

Detta con le parole di Ferrario, presente in sala: “La solita vecchia storia sporca: di chi ha le armi e il potere e di chi, dall’altra parte, ha fame, le armi non ce l’ha ma vuole comunque la libertà. Ma non un film manicheista, di buoni e cattivi contrapposti”. Al di là dell’evidente contraddizione in termini, su cui fra l’altro ci permettiamo di dissentire, vien da chiedersi cosa sia, allora, Blood on the Crown: di certo, non un film all’altezza delle star di cui ha voluto fregiarsi. Apparentemente, solo una grande (e sprecata) operazione pubblicitaria.

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Chiamiamoli i cosiddetti cattivi

Ian Virgo in Blood on the Crown

Ian Virgo in Blood on the Crown

Le più grandi cantonate – e ce ne sono molte, nel film di Ferrario – sono attribuibili innanzitutto alla sceneggiatura di Jean-Pierre Magro, che ne è anche il principale produttore. Una fiera delle banalità, dal copione alle caratterizzazioni, che procedendo all’incontrario rispetto a quanto descritto da Ferrario mostra, da un lato, i potenti arroccati nei loro palazzi di marmo e cristallo; serviti e riveriti dal lacché di colore e dalle cantanti d’opera; intenti a litigarsi e spartirsi i rispettivi onori di una Grande Guerra appena conclusa, durante consessi segreti nelle segrete del buio castello.

Chiamiamoli i cosiddetti cattivi: certo, con qualche sfumatura, ma sempre irrecuperabili diavoli. Dall’altro i rivoluzionari, arrabbiati e appassionati, interpretati da una serie di volti maltesi la cui scuola attoriale risulta alquanto discutibile. Nel mezzo, “un gruppo di bravissimi interpreti inglesi” (cit. Ferrario), i militari chiamati a pattugliare le strade: urlatori che ringhiano in cagnesco, meglio non commentarli. Ogni battuta stereotipata vi possa venire in mente di mettere in bocca a un cattivo da figurina, Blood on the Crown ce l’ha.

Confusi drammi privati, remore etiche e senso di patriottismo cadono nel dimenticatoio di una sceneggiatura che, nemmeno nelle molte scene di combattimento, riesce a regalare un barlume di pathos. Non aiutano poi a risollevare la situazione certi sprazzi estemporanei di regia, dai piani sequenza iniziali alle riprese in 360, fino al contrappunto del massacro sulle note di Rule, Britannia!, apparentemente inconsapevoli che un virtuosismo privato delle sensazioni che dovrebbe trasmettere, rimane solo virtuosismo.

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Harvey Keitel in Blood on the Crown

Harvey Keitel in Blood on the Crown

Nel peggiore dei casi, Blood on the Crown somiglia a una ricostruzione storica da programma Rai, anche se troppo drammaturgica per salvarsi con questa scusa. Nel migliore, rispolvera una certa tradizione di kolossal di guerra sulla scia (negativa) di Lawrence d’Arabia: esagerati, stereotipati, male interpretati e peggio scritti. Di quelli che, a differenza del film sette volte premio Oscar con Peter O’Toole, non si ricorda nessuno. E come molti kolossal, ha di buono solo ciò che i soldi possono comprare. Su tutti, questi due giganti del cinema hollywoodiano, scritturati apparentemente solo per avere un grande nome in cartellone.

A interpretare la linea dura e della repressione, Malcolm McDowell fa di certo il suo nei panni di questo generalissimo di ferro, dalla voce gracchiante e il ghigno sanguinario. Harvey Keitel invece è solo una gigantografia da locandina: compare per cinque minuti, apre bocca per uno. Come il suo personaggio, in balìa di un ruolo che non avrebbe dovuto accettare. È ovvio che, persino in bocca a un attore come lui, certe frasi che dovrebbero suonare macigni voleranno via come piume: “Credi che la storia sarà clemente?“. Con certi film, parrebbe proprio di no.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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