Il nuovo film di Jane Campion, Il potere del cane, è il racconto western dello scontro tra una vecchia e un'innovativa idea di virilità

Dopo aver ottenuto il Leone d’Argento per la regia all’ultimo festival di Venezia e dopo una breve apparizione in sala, arriva su Netflix il nuovo atipico western di Jane Campion intitolato Il potere del cane. Un film non completamente riuscito e non particolarmente incisivo (qui la nostra recensione), che riesce però a portare avanti un discorso personale e molto coerente sulla figura dell’Eroe e in particolare su quella del maschio.

Abbandonato infatti il tema portante del suo cinema, ossia l’erotismo esplorato dal punto di vista femminile, qui la Campion sembra fare una traslazione di genere. Ad essere indagata in questo Il potere del cane è dunque la stessa idea di mascolinità. Messa in dialogo con il genere virilmente eroico per eccellenza – il western -, il film mostra un racconto di incontro/scontro fra tipologie diverse di mascolinità. Una sua messa in discussione, un rinnovamento e – perché no – anche un avvertimento per tutti.

Andiamo a vedere perché e, come sempre, attenzione agli spoiler.

Un western crepuscolare: l’avvento del moderno

Phil e George a cavallo

Non è un caso che il discorso sulla mascolinità venga qui fatto attraverso il genere western. Da sempre infatti il western è stato il genere cinematografico che si è fatto carico della mitologia americana in toto. Una mitologia che, non serve nemmeno ricordarlo, si fonda su concetti quali la conquista, la violenza e la prevaricazione del più forte sul più debole. Non è certo la prima volta che questa retorica eroica e dominante viene messa in discussione all’interno dello stesso genere (da Pekinpah ad Eastwood, passando per Ang Lee), ma in questa opera viene fortemente connessa all’idea di virilità.

Il potere del cane per attuare questa critica sceglie poi un taglio western decisamente improbabile e quindi più crepuscolare. Non ci troviamo infatti nei grandi deserti del Nuovo Messico o dello Utah, tra Alamo e Santa Fè. E non ci troviamo nemmeno in preda a quel fermento di fine Ottocento che dava il là allo sconosciuto e dirompente ventesimo secolo. Il film è invece ambientato nel 1925, in un ranch sperduto del Montana, ultima vera frontiera dove è possibile respirare quell’ideale bucolico e revanscista che il western porta con sé. Insomma il gusto rozzo e selvaggio sembra dover lasciare il posto ad una raffinatezza inusuale (e femminea). Le tavole delle taverne si imbandiscono con tovaglie ricamate e si decorano con fiori di carta; gli avventori vogliono divertimenti di vario genere che non siano solo prostitute e alcool, ma canti e compagnia.

In questo contesto, che ha apogeo nel ranch dei fratelli Burbank, si svolge tutto il racconto de Il potere del cane. È qui che Phil (Benedict Cumberbatch), il più bello e arguto tra i due fratelli, vive il suo personale scontro con questa travolgente “modernità”. Figlio di una cultura machista, sadica, cinica e pure infantile, nonché di un’imperativo di virilità dettato dal suo mitologico, quanto inesistente, Bronco Henry, Phil tenterà di proteggere il suo Eden ideale. Uno spazio che è quello del suo dominio e del suo privilegio effimero, ma è anche quello dello stesso Mito (del West, dell’Eroe, dell’Uomo), ormai invasi dalla Realtà.

LEGGI ANCHE  "Gli spietati" di Clint Eastwood: l'ultimo grande western americano

Phil e Peter: uomini a confronto

Peter costruisce un fiore di carta

Il film è poi la storia di un confronto fra quelli che sono effettivamente i due protagonisti: Phil e Peter (Kodi Smit-McPhee). Decisamente diversi per impostazione, ma con molti punti di contatto, le vicende dipendono effettivamente dal dialogo, spesso silenzioso e solo fisico, che si viene a creare fra i due.

Phil, come abbiamo già accennato in precedenza, è un mandriano di mezza età totalmente proiettato in questa dimensione ideale e infantile. Costantemente minacciato dal cambiamento, il cowboy è ancorato all’idea di un passato perfetto. Dorme ancora nella sua cameretta con il fratello e reitera, con il ricordo e con i modi, il momento in cui ha imparato ad “essere uomo”. Un momento che per Phil ha il nome di Bronco Henry, ma che è anche sinonimo di una virilità sbandierata e inutilmente prevaricante. Un’idea di mascolinità del tutto performativa ed esteriore, ancorata ad un modello mitizzato e totalmente astratto, che ha il compito di (mal)celare le pulsioni erotiche più destabilizzanti.

Dall’altro lato c’è Peter. Un ragazzo esile e minuto, figlio di un padre suicida, cresciuto con la madre Rose (Kirsten Dunst) e all’apparenza molto sensibile e delicato. Peter passa infatti le giornate a studiare nella sua cameretta, aiutando la madre nelle faccende domestiche e costruendo delicatissimi fiori di carta. Peter è però tutt’altro che ingenuo, come ben dimostra la scena della dissezione della lepre. Il ragazzo inizierà infatti ad entrare in contatto con Phil, scovando i suoi punti deboli, prima fra tutti la sua omosessualità latente, e ad utilizzare la sua arguzia per vendicare la madre e se stesso. Phil, dall’altro lato, si fa aggirare da questa ritrovata empatia e vede in Peter la possibilità di incarnare lui stesso la figura del mentore, diventando così un “nuovo Bronco Henry” per il giovane ragazzo. Il suo tracciato sarebbe compiuto, il suo ruolo osannato, il mito della mascolinità rinnovato.

Mascolinità violata

Rose con il vento in faccia

Simbolo e incarnazione di quell’Eden inviolabile e mitizzato di Phil sono la stessa casa e il ranch dei Burbank. Spazi letteralmente fuori dal tempo in cui il dominio ideale e virile di Phil può agire incontrastato. Ma questa stasi e questo equilibrio, che sono sì reale ma anche psichici, sono però presto minacciati.

L’arrivo della nuova moglie del fratello George(Jesse Plemons), Rose, prima e del figlio poi nel ranch diventa così una vera e propria violazione. L’alterità di un femminile che non era mai davvero stato presente in quello spazio porta con sé un potere del tutto sovversivo. Phil infatti si troverà a fare i conti con questa disgregazione dei confini (psicologici) del suo essere e del suo vivere, nonché con quella parte più sensibile che da sempre ha cercato di contenere e celare – e che la stessa Rose rappresenta. Una violazione a cui il cowboy risponde con una violenza subdola e vessatoria che spingerà la donna, ora vittimizzata, a cadere nell’alcolismo.

Non è un caso, parlando sempre di luoghi e confini, che tutta la passione carnale di Phil per Bronco sia mostrata e consumata in privato, a bordo di un bacino lacustre da cui si accede solo attraverso un cunicolo fra le sterpaglie. È solo infatti quando questo nascondiglio viene letteralmente violato da Peter che il ragazzo può cominciare a smontare le maschere del cowboy. Merito anche di Jane Campion che qui fa segno nel rendere visivamente l’effimerità delle radici della virilità. Lo spazio dell’uomo non è altro che un costrutto psichico, basato sulla dissimulazione e la bugia, che si rende potente solo se non viene minimamente messo in discussione dall’esterno.

Il potere del cane: una nuova mascolinità?

Peter e Phil intrecciano la corda nella stalla

“Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane”. Questo il versetto del Libro dei Salmi che dà il titolo al film e che Peter legge prima di compiere il suo atto di vendetta finale. Il potere del cane, quello stesso cane che sia Bronco che Peter vedono nelle ombre della collina che circonda il ranch, non è altro che l’immagine tossica della mascolinità a cui tutti sono soggetti. Un misto di pulsionalità violente e brutali, da tenere a bada senza farci mai i conti, capaci di rendere l’individuo sia carnefice che vittima allo stesso tempo.

Sarà proprio Peter, portatore di una nuova immagine di mascolinità, ad invertire la rotta. Utilizzando a suo favore l’empatia sviluppata con Phil, il ragazzo riesce ad annientare quest’ultimo attraverso l’inganno e la strategia. Ma quella che è negli effetti una forma di vendetta e liberazione in favore e a sostegno del “nuovo”, non è altro – a vedere meglio – che un’ennesima violenza ancora più sottile e più “intellettuale” della precedente. E a confermare questa teoria vi è l’ultima inquadratura del film. Il torbido sguardo che Peter rivolge all’abbraccio tra George e Rose spiandoli dalle tende della sua cameretta è così un indizio.

Anche Peter non vuole altro che creare il suo personale e inviolabile Eden con l’unica figura con cui è stato per tutta la vita: la madre? L’imperativo di dominio virile smetterà di travestirsi con nuove maschere? Il potere del cane potrà mai essere debellato definitivamente?

LEGGI ANCHE  I migliori film del 2021 secondo IndieWire

Per news e altri approfondimenti dal mondo del cinema e delle serie tv, continuate a seguirci su CiakClub.it!

Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments