È un fuori concorso il protagonista della prima giornata del Festival di Torino: Coming Home in the Dark, brutale rape and revenge

RECENSIONE NO SPOILER

Ieri è stata la prima giornata del Torino Film Festival, rassegna dedicata a opere prime e seconde (perlopiù) di cinema indipendente. Il film d’apertura è stato Sing 2 di Garth Jennings (Guida galattica per autostoppisti), pellicola d’animazione canora e sequel del blockbuster del 2016 realizzato da Illumination, sussidiaria Universal. Noi non l’abbiamo visto.

Invece abbiamo visto un altro film, un fuori concorso proveniente dalla rassegna Le stanze di Rol, dedicata a quel cinema di genere derubricato a b-movie fino a qualche anno fa, ma che oggi si preannuncia la sezione più interessante di tutta la dieci giorni di festival. Primo lungometraggio per il regista James Ashcroft, che avrebbe potuto ambire alla selezione ufficiale, Coming Home in the Dark è un r-rated che rispecchia e al contempo spiazza tutti i canoni del rape and revenge.

Funny Games to play…

La coppia di sequestratori

La coppia di sequestratori

Un’allegra famigliola si reca in gita lungo un tratto di costa isolato, dove nessuno può sentirli urlare: papà, mamma, figlio numero uno, figlio numero due. Dopo soli cinque minuti, neanche passato il tempo regolamentare di relativa tranquillità, figlio numero uno vede due figure, in controluce, sulla cima della scogliera. Una delle due gli fa un cenno con la mano, lui ricambia il saluto. Arrivati sul picco, non fanno in tempo a stendere le tovaglie da picnic e farsi la foto di rito – rigorosamente con l’autoscatto, perché in giro non c’è proprio nessuno – che i due cattivi del film fanno la loro comparsa.

La coppia di sbandati, armati di carabina, inizia a ripulire la famiglia di portafogli e chiavi della macchina. Ma poi la mamma chiama il papà con un soprannome, per farsi coraggio. Non l’avesse mai fatto. Il cattivo più carismatico – quello che da gli ordini, non quello che sta sempre zitto – ha un’illuminazione: ha già sentito quel nome, durante la sua terribile infanzia in orfanotrofio, uno di quelli alla Sleepers di Barry Levinson. Papà è l’equivalente di Kevin Bacon.

Si tratta effettivamente di una coincidenza, l’incontro non era premeditato e i due non stavano “giocando” con la famigliola – la prima rottura di una ricorrenza di genere. Ma ora giocheranno, sequestrandola, torturandola psicologicamente e brutalizzandola, lungo un viaggio all’inferno che ripercorrerà molti passaggi narrativi canonici e ne romperà degli altri. Su tutti, le tempistiche dell’escalation, che toglierà fin da subito ogni speranza: ai sequestrati, quando l’incontro subitaneo con i possibili salvatori (una volante della polizia e altri campeggiatori) viene ignorato; allo spettatore, quando il primo sangue arriva brutale, inaspettato, istantaneo, lasciandolo a bocca aperta.

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…in the Carnage Park

Una scena di Coming Home in the Dark

Una scena di Coming Home in the Dark

Coming Home in the Dark  è un film gustosamente di genere, un rape and revenge al maschile che ricorda però – per i più avvezzi alla tipologia e i meno deboli di stomaco – il Carnage Park (2016) di Mickey Keating in fatto di brutalità e il Funny Games (2007) di Michael Haneke per quanto riguarda il rigetto del tempo consono e degli stereotipi di soggetto.

Ma si vena anche, come molte altre pellicole appartenenti a quest’area cinematografica dei bassifondi, meticcia e bastarda, di altre contaminazioni di genere. Come quando il villain, con la sua voce acuta e gracchiante, viene sempre ripreso dal basso o in controluce, accresciuto nel suo carisma similmente a come si faceva per i cattivi barbuti dei vecchi spaghetti western. Come vuole il genere, l’unica grande pecca in questi casi sono le prove attoriali, qui almeno valorizzate dalla caratterizzazione, semplice ma efficace, di Matthias Luafutu (Ghost in the Shell) e Daniel Gillies – l’invecchiatissimo John Jameson nel secondo Spider-Man di Sam Raimi.

Di fronte a pellicole di questa caratura, spesso sottovalutata o invisibile al grande pubblico, il genere d’appartenenza si riconferma simile – per amor di metafora – a quelle canzoni di cui è sovente popolato, soprattutto nelle scene più cruente: country, apparentemente “basso”, ma capace di far nascere giganti. Forse è davvero un piccolo mondo. O forse è pieno zeppo di bastardi. Quando si incontrano l’un l’altro, escono fuori film così.

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Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film del Torino Film Festival sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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