È stata la mano di Dio ha ridimensionato la marca del regista in favore di una narrazione più personale, quella che cercava da tutta una vita

Ha il sapore dell’atto politico, ben lontano dalla semplice coincidenza, che Paolo Sorrentino abbia scelto proprio la giornata di ieri come data d’uscita, nelle sale, del suo ultimo film: È stata la mano di Dio, in arrivo su Netflix il 15 dicembre, passato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e attualmente in corsa per la cinquina di candidati a Miglior Film Straniero ai prossimi Academy Awards – statuetta che il regista si è già portato a casa una volta, nel 2014, con La grande bellezza.

Non è un caso cioè che abbia scelto di barrare il calendario nella vigilia di una triste ma fondamentale ricorrenza: la morte – esattamente un anno fa, oggi – di Diego Armando Maradona. Leggenda e idolo; ora venerato come una reliquia ora vittima di damnatio memoriae; più un rivoluzionario, che un giocatore; qualcuno che il pallone lo usava per fare politica, il più delle volte anche inconsapevolmente; il più grande calciatore di tutti i tempi e uno dei maggiori simboli del XX secolo.

E non è un caso perché in questo suo ultimo film, autobiografico all’ennesima potenza, Sorrentino mescola la vicenda privata alle sorti collettive di un intero popolo, rendendo Napoli grande protagonista con le sue icone e della sua irrinunciabile campanità. E regala un linguaggio registico completamente nuovo rispetto al suo modo di fare cinema, forse quello che è andato cercando per tutta una vita. In un certo senso, È stata la mano di Dio è il primo (vero) film di Paolo Sorrentino.

“Oh mama mama mama…

Saverio e Fabio Schisa

Saverio e Fabio Schisa

Sorrentino non ha mai fatto mistero di quanto la figura di Maradona abbia rappresentato nella sua crescita: o meglio, nella possibilità stessa di continuare a crescere. Altrettanto vale per il suo giovanissimo alter ego su schermo Fabio Schisa (Filippo Scotti) – da tutti chiamato Fabietto, vien da chiedersi se fosse stato lo stesso per Paoletto – un sedicenne che va a scuola dai salesiani, venera il calciatore del Napoli ed è segretamente innamorato di sua Zia Patrizia, procace donna del sud vittima delle angherie del marito e drammaticamente tendente alla schizofrenia.

Oltre a Fabietto, compongono gli Schisa: il fratello Marchino, che vuole fare l’attore e viene rifiutato ai provini con Fellini; la sorella Daniela, che passa le giornate chiusa in bagno per la toiletta e non viene inquadrata (quasi) mai; la madre Maria, sempre radiosa e in vena di scherzi; il padre Saverio, banchiere qui interpretato da Toni Servillo, eterno feticcio di Sorrentino. Nel complesso formano un quadretto semi-idilliaco, rotto neanche dai routinari tradimenti del marito dopo anni di matrimonio, presto dimenticati: viene cacciato il lunedì e riaccolto in tempo per il pranzo domenicale.

Ma la tranquillità viene spezzata troppo presto da un evento drammatico, che lascia Fabietto/Paoletto senza genitori, quando il nuovo caminetto nella nuova casetta di villeggiatura li avvelena per una fuoriuscita di monossido di carbonio. Bene – o meglio, male – ma cosa c’entra Diego Armando? Racconta lo stesso Sorrentino: “A me Maradona ha salvato la vita. Da due anni chiedevo a mio padre di poter seguire il Napoli in trasferta, anziché passare il week end in montagna, nella casetta di famiglia a Roccaraso; ma mi rispondeva sempre che ero troppo piccolo. Quella volta finalmente mi aveva dato il permesso di partire: Empoli-Napoli. Citofonò il portiere. Pensavo mi avvisasse che era arrivato il mio amico a prendermi. Invece mi avvertì che era successo un incidente“.

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“Sai perché mi batte il corazón?”

Diego Armando Maradona

Diego Armando Maradona

Quello del lutto però è solo uno, non l’unico dei tanti passaggi ripercorsi da Sorrentino in questo personalissimo romanzo di formazione, col suo protagonista chiamato a crescere troppo in fretta rispetto agli interessi cui dovrebbe limitarsi la sua adolescenza: il calcio, sempre guardato e mai giocato; la propria passione, il cinema, che regala infatti qualche accenno di metacinematografia, con lo schermo nello schermo ma con estrema parsimonia; le donne, che fanno sperimentare pulsioni sempre crescenti ma che inizialmente cadono nel mucchio. Più del primo amore, è ancora questione del primo sesso.

Sullo sfondo, che diventa anzi protagonista, un moderno Regno delle Due Sicilie, il Napoli e la Napoli di Diego Armando Maradona: È stata la mano di Dio sì ripercorre un arco temporale specifico nell’adolescenza segnata di Sorrentino, ma è anche e soprattutto un omaggio allo spazio fisico in cui quell’adolescenza si forma. Un luogo nel quale, di fronte all’annuncio di una mera compravendita di giocatori, un nuovo, tarchiato beniamino a indossare la maglia azzurra della Buitoni può far dimenticare ogni cosa: ci si dimentica dei tradimenti con Maradona; delle eiaculazioni con Zia Patrizia; dell’essere orfani, ci si dimentica, anche solo per un piccolo istante. Perché, come cantavano gli Opus sui palleggi del Dios a scarpe slacciate, “Live is Life“.

Del cinema di Sorrentino tornano molti aspetti ricorrenti. Torna l’umorismo sottile de Il Divo, le battute napoletane sì, ma mai sguaiate. Tornano i personaggi: eccentrici, surreali, mistici, postmoderni e postpunk. Una vecchia matrona con la pelliccia ad agosto, che si ingozza e si sbrodola di bufale e tira avanti coi vari “Afammocc” e “Ommemerd”; uno storpio col cancro alla gola, il laringofono e la voce metallica che riproduce; poi i vari freaks provinati da Fellini e le creature notturne che si aggirano, come la Madame Ardant ne La grande bellezza, in una Capri svuotata, onirica. Personaggi a tutti gli effetti felliniani e ora sorrentiniani.

“Ho visto Maradona! Ho visto Maradona!”

La casa di San Gennaro

La casa di San Gennaro

Ma sono anche molti gli elementi che Sorrentino ridimensiona nell’ottica di un vero e proprio, nuovo debutto stilistico: perché la grandezza di questo film sta nel fatto di essere, al contempo, il più personale e il meno sorrentiniano della sua carriera. Tutto questo sottobosco di personaggi, ad esempio, rimane sottobosco, non viene assurto a identikit prediletto, abuso troppo a lungo inflazionato dall’ultimo Sorrentino che, a forza di parlare di vuotezza, rischiava di scoprirsi sempre più vuoto a ogni nuovo film. L’impressione è che il regista si sia quasi autocensurato nella propria stilistica, forse davvero pronto a raccontare la Grande Storia senza bisogno di troppi artifici, simbolismi, simmetrie e movimenti di macchina per renderla tale.

È stata la mano di Dio è un film semplice, con pochi fronzoli ed estremamente – nel senso letterale della parola – silenzioso. Nei titoli di testa, la camera si apre sul Vomero in una lunga panoramica aerea, disturbata solamente dai tuffi degli scafi e le pale di un elicottero, forse proprio quello che sta girando, rompendo la finzione della regia e l’occultamento della cinepresa. Ma quel silenzio non prepara nessuna esplosione (o quasi), nessuna Carrà sulla Terrazza Martini: non è il coro iniziale de La grande bellezza. Tale è l’amore per il religioso silenzio, necessario a elaborare le urla interiori, che nemmeno il lettore CD, una volta azionato dal tradizionale CLICK!, riproduce musica: piuttosto, ricordi.

Anche il simbolismo trova, finalmente, una destinazione d’uso nel reale. Nessuna imponderabile metafora dietro la scelta di (mai) mostrare la sorella di Fabietto come un Gregor di Kafka, recluso in bagno per qualche strana ragione. Semplicemente, questo è il ricordo del ragazzo per come gli è rimasto impresso e per come lo spiega Sorrentino in una recente intervista: “Daniela era davvero così. Io la ricordo sempre chiusa in bagno. Era tanto più grande di me e per me era bellissima. Proprio perché era sempre davanti allo specchio del bagno“.

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“Uè, mammà, ‘nnammurato song”

Fabio a Stromboli

Fabio a Stromboli

Se c’è insomma una scena, in È stata la mano di Dio, capace di enucleare tutto ciò che questo film rappresenta, è quell’emblematica, albeggiante sequenza con Antonio Capuano – che qui interpreta il suo stesso alter ego, maestro e padre per Paolo Sorrentino, come nel cinema così in vita. Non l’ennesima scena peripatetica per le strade di Roma – o le spelonche di Napoli – ma una sequela di battute in grado di riassumere tutto il senso della ricerca di Sorrentino regista.

La tieni qualcos’a dicere? La tieni qualcos’a raccuntà? E dimmella!“. Così Capuano sprona il giovane Fabio/Paolo, senza più il diminutivo perché nel frattempo si è fatto uomo, ha dato prova della cognizione del dolore. La risposta è sì: con È stata la mano di Dio, finalmente Sorrentino ha detto tutto. Ha girato il film che doveva – e voleva – realizzare da tutta una vita. E che può solo farci sperare di vederlo continuare su questa linea: parlando per emozioni più che per noia, per sedimenti più che per vuotezze.

Solo allora ci si concede l’inquadratura giusta, la “sviolinatura” che però di negativo non ha proprio nulla, tanto è commovente. Il silenzio si riprende la scena, il CLICK del lettore portatile lo interrompe, lasciando qualche minuto di sospensione, come a far credere che quel ronzio perdurerà fino alla fine. Ma ora, stavolta e per sempre, Pinuccio Daniele se l’è proprio guadagnato. Come si è guadagnato ogni singola lacrima che scorre, assieme ai titoli, sulle note di Napul’è. Non sappiamo dire se ci troviamo in presenza di un capolavoro, non si riconoscono mai in anticipo. Ma l’ultimo di Paolo Sorrentino è sicuramente tutto ciò che un capolavoro dovrebbe essere.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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