Ecco la nostra recensione di The French Dispatch, l’ultimo film dell'eccentrico regista Texano Wes Anderson, ora al cinema.

Dopo averne sentito parlare a lungo, The French Dispatch è finalmente arrivato in sala. Con una buona posizione in termini di incassi, grazie a un guadagno sul milione e mezzo al box office italiano, l’ultimo film del regista texano sembra infatti aver convinto i fan storici, grazie ad uno stile ancora più eccentrico.

Con The French Dispatch infatti una constatazione è certa: non siamo più di fronte al classico titolo dei primi anni 2000, con quel format riproposto più volte nel corso del tempo. Dall’introduzione del nudo integrale, all’uso inaspettato dell’animazione fino al cambio di rotta sull’impiego dei singolari color pastello, il nuovo film di Wes Anderson sembra davvero essere pronto per inaugurare un nuovo capitolo.

Se vi abbiamo incuriosito abbastanza, vi lasciamo alla lettura della nostra recensione.

Capitolo I – L’ultima genesi di Wes Anderson

The French Dispatch, come annunciato negli scorsi mesi da Anderson, vuole essere un “omaggio al giornalismo” con un particolare riferimento alla testata del New Yorker, ammirata dal regista texano per le sue graffianti rubriche di racconti.

Il film, come da tradizione per il regista, torna a dividersi nei classici (3) capitoli, una soluzione per mettere in scena alcuni dei migliori racconti del Liberty, Kansas Evening Sun. “Il capolavoro di cemento”, “Revisioni a un Manifesto” e “La sala da pranzo privata del commissario di polizia” rappresentano i nuclei principali del film, differenti per temporalità e tema, tutti uniti da un unica motivazione: l’omaggio al direttore del French Dispacth, Arthur Howitzer Jr.

Il film prosegue poi con tre narratori (Tilda Swinton, Frances McDormand e Jeffrey Wright) qui rispettivamente nei panni di una critica d’arte, una scrittrice sessantottina e di un ospite televisivo. Al loro fianco tornano poi alcuni storici interpreti del cast Andersoniano fino ad alcune nuove aggiunte. Da Benicio del Toro, Adrien Brody fino a Lèa Seydoux per il primo episodio, Timothée Chalamet, Lyna Khoudri per il secondo racconto fino a Mathieu Amalric, Willem Dafoe, Edward Norton per il terzo capitolo.

La storica narrazione fuori campo continua invece con la voce di Angelica Huston mentre il ruolo più eminente, quello del direttore – ruolo chiave del film – è affidato all’immancabile Bill Murray. Contornano poi brevemente la storia Rupert Friend, Christoph WaltzElizabeth Moss e tanti altri interpreti con dei brevi camei. In breve, un cast poliedrico e davvero armonico.

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Con una narrazione poi che travolge e non presenta – come forse è mai successo nella carriera del regista – dei momenti dispersivi, The French Dispatch non sembra mai avere una pedina fuori posto tanto da far apparire ogni ruolo come cucito a perfezione sopra ogni interprete.

Vi consigliamo poi di godervelo in lingua originale, un’esperienza che vi porterà dentro la creatività di Anderson, qui profondamente divisa tra la lingua inglese e quella francese.

Capitolo II – Geometria, Geometria, Geometria ma forse c’è di più

The French Dispatch è sicuramente un titolo che sublima le passioni di Wes Anderson, un film che ha riunito tutti gli elementi che abbiamo potuto ammirare sin dal suo esordio. Da qui la scelta e il bisogno di mantenere la tradizione senza però rinunciare al cambiamento. Uno dei tanti – eclatanti –  è arrivato con la scelta di proporre, per la prima volta nella sua cinematografia, una scena di nudo integrale con il personaggio di Simone (Léa Seydoux), una scelta che ha valso a Wes Anderson una censura per i minori (in America).

In seguito, è poi arrivata la necessita di allargare la location del film, prendendo sotto esame un’intera città francese, qui chiamata Annui – Sur – Blasé. Non potrebbe poi mancare un uso rinnovato e bilanciato del colore che, in The French Dispatch, non è solo più all’insegna della tinta pastello ma anche del granuloso bianco e nero, simbolo della narrazione al passato. Sulla stessa scia si pone invece un altro risultato esageratamente bilanciato, quello dell’impiego particolare del doppio schermo unito alla geniale prosecuzione del racconto sotto l’animazione. Anderson non poteva proporsi meglio.

Quello che invece non troverete cambiato è l’umorismo, tagliente, “freddo” e brillante, sempre più inaspettato e ricercato, fino poi alla cura sconfinata per il mondo delle miniature e del teatro.

Poche righe schematiche che semplificano l’ingente impegno che Anderson ha messo in questo suo ultimo titolo: The French Dispatch è semplicemente incredibile e visivamente coinvolgente in ogni suo tratto, una gioia per questi mesi invernali.

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Martina Folegnani

Martina Folegnani

Una piccola torinese con un grande amore per il magnificente mondo del cinema e dell’arte. Mi sono laureata pochi mesi fa al DAMS con l’obiettivo di diventare scrittrice di soggetti cinematografici.

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