Sir Gawain e il Cavaliere Verde di David Lowery è un film esteticamente perfetto, ma che non sempre riesce a dare alle immagini la giusta profondità.

Dopo il bel Old Man & The Gun David Lowery torna a dirigere un film per A24, a 4 anni di distanza da A Ghost Story, e conferma tutto il proprio talento nel costruire immagini estremamente suggestive e cariche di fascino, ma l’azzardo di trasporre per il cinema un testo come quello di Sir Gawain e il Cavaliere Verde non ripaga appieno gli sforzi del regista e dello spettatore.

SINOSSIIl Cavaliere Verde al centro della tavola rotonda

Sir Gawain (Dev Patel), nipote di Re Artù e cavaliere di poco conto nella Tavola Rotonda, per ottenere l’onore e la gloria che non ha mai avuto nella sua esistenza decide di partecipare al gioco del Cavaliere Verde, creatura leggendaria che irrompe nella corte del sovrano il giorno di Natale e invita i cavalieri di Re Artù a sferrargli un colpo per ottenere la sua ascia, a patto che essi si ripresentino l’anno successivo alla Cappella Verde per riportare l’ascia al Cavaliere e farsi sferrare da lui un colpo.
Un anno dopo aver accettato la sfida del Cavaliere Verde, Sir Gawain si mette in viaggio per compiere il proprio destino e ottenere la gloria che non ha mai avuto.

UN FILM DI SIMULACRIdev-patel-solleva-un-ascia

La trama del film di David Lowery riprende abbastanza fedelmente quella del poema cavalleresco di riferimento, appartenente al Ciclo Arturiano e, da sempre, fra i testi più dibattuti della letteratura inglese per la molteplicità di simbologie e di riferimenti ai codici cavallereschi e dell’amor cortese che aprono dilemmi che gli storici della letteratura hanno provato a interpretare nel corso dei secoli e che, ancora oggi, sono oggetto di analisi.

Il problema sostanziale del film di David Lowery è, però, proprio l’adattare un poema estremamente ambiguo che rappresenta un viaggio mistico e allegorico per il grande schermo affidandosi solo e unicamente a una presunta potenza evocativa delle immagini e non dando mai allo spettatore la parvenza che esse possano nascondere altro se non quello che comunicano a primo impatto.

Quello che, a parole, è un viaggio denso di simboli e, in definitiva, una grande allegoria del percorso di un cavaliere, diventa, al cinema,  un film di metafore mancate, di simulacri che dovrebbero rimandare a un altro, come proprio dell’allegoria, ma che finiscono per essere vuoti e privi di mistero.
Le poche volte in cui il regista cerca di svelare, esplicitamente, il simbolo che si nasconde dietro alle immagini ottiene un risultato o eccessivamente pomposo e sin troppo esplicito, o del tutto pacchiano.

UN’INDIGESTIONE DI SUGGESTIONISir Gawain contempla i giganti

Sir Gawain e il Cavaliere Verde è un film carico di suggestioni e immagini che definire splendide è riduttivo, ma che non trovano poi riflesso in un corpo narrativo che le giustifichi e che le renda memorabili.
Probabilmente la via scelta da Lowery per adattare un poema cavalleresco e far arrivare alcune tematiche al pubblico contemporaneo è la migliore possibile. Le atmosfere, infatti, sono certamente in grado di interessare lo spettatore e la cura formale di ogni singola inquadratura e ogni singolo movimento di camera non possono che essere accolte positivamente da chi, in un film, cerca soluzioni visive affascinanti.

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Ma, strano a dirsi in un periodo in cui il cinema sembra muoversi sempre di più verso un rifiuto delle immagini, la sola suggestione visiva riesce raramente a spingere lo spettatore oltre le immagini, a scoprire e decifrare un sostrato che stia sotto, o sopra, esse.
Ciò causa, in ultima analisi, un disinteressamento progressivo e un’indigestione di “belle inquadrature” che non viene sanato neanche da un finale, quasi del tutto privo di parole, insoddisfacente.

UN FINALE PRIVO DI FORZADev Patel su una canoa in una scena del film

Se c’è una cosa che Lowery cambia radicalmente dal poema cavalleresco di riferimento è il finale, un finale che in definitiva appare più moraleggiante (ed è grave, visto che siamo nel 2021) di quello del Sir Gawain e il Cavaliere Verde del XIV secolo.
Tutto si riduce a un vanità di vanità che è ben diverso dal finale del poema del Ciclo Arturiano, più aperto a un’analisi del concetto di vergogna di quanto non lo sia il film di Lowery e, soprattutto, più conclusivo ed esplicativo.

La sensazione è quella che il regista statunitense abbia voluto fare un film cercando di rendere il più possibile affascinante un poema che ha radici lontane da noi e che racconta di tematiche che non sono più così attuali e abbia perso le poche occasioni per rendere contemporanee le suggestioni del testo che più si prestano a essere comprese anche nel 21° secolo.

Il risultato è quindi un film privo di una forza comunicativa propria, che si affida solo ed esclusivamente alle atmosfere, a un’estetica e a un comparto tecnico (musiche e sonoro da Oscar) abbacinanti e a un Dev Patel alla sua miglior prova, ma che non riesce quasi mai a restituire quel senso di mistero e di misticisimo che caratterizza tutti i poemi del Ciclo Arturiano.

In definitiva The Green Knight è certamente un buon film, se per buon film si intende un film ben diretto e con una cura maniacale dell’immagine, ma dà la sensazione che poteva essere qualcosa di più se David Lowery avesse trasposto l’apparato metaforico del testo di riferimento con una maggiore profondità anche a costo di sacrificare, perchè no, qualche bella inquadratura o bel movimento a favore del ricorso al simbolo, che manca in quasi tutto il film e la cui mancanza è inaccettabile.

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Arturo Garavaglia

Arturo Garavaglia

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai "mattoni" filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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