Incubo e sogno si confondono in Last Night in Soho: l'ultimo di Edgar Wright è un film dall'estetica perturbante e dai rimandi molteplici

L’abbiamo visto che era notte, a mezzanotte, Last Night in Soho, l’ultimo film di Edgar Wright, autore di una manciata di pellicole tutte diventate, però, degli instant cult. Oltre alla Trilogia del Cornetto, comedy horror demenziale a tema zombie con protagonisti Simon Pegg e Nick Frost, ha diretto Scott Pilgrim vs. the World e Baby Driver. Dopo la parentesi georgiana di quest’ultimo, Wright torna più britannico che mai, come nelle ambientazioni così nell’humor gustosamente british, per il suo nuovo lavoro che abbiamo avuto la fortuna di vedere, vuoi la stanchezza vuoi la collocazione atipica della proiezione, già avvolti in uno stato di onirismo. Vederlo a quell’ora della notte, a metà fra realtà e sonno, è stato qualcosa di ulteriore: il merito all’appena inaugurato Cinema Troisi, che a Roma ha concepito un unicum rispetto al panorama nazionale, fra le tante cose, con gli spettacoli notturni.

Old Fashioned

La Londra d'Anni '60

La Londra d’Anni ’60

Sinceramente? Questa recensione potrebbe tranquillamente aprirsi e chiudersi così: “Avevamo penna e taccuino alla mano, pronti a prendere appunti. Ma il film ci ha avvolto, rapito, fatto sognare. Poi ci siamo svegliati e lo spavento, il coinvolgimento, ogni cosa era a un livello tale da averci fatto dimenticare tutto, nonostante taccuino e penna fossero ancora lì, pronti sul comodino, la mattina dopo“. Restituirebbe l’idea, ma non le renderebbe giustizia. Come non detto, riavvolgiamo la bobina, ricominciamo da capo, dalla prima notte a Soho.

Interpretata dall’ottima Thomasin McKenzie (JoJo Rabbit), Eloise è una giovane, aspirante stilista della provincia britannica. La tipica ragazza di campagna in totale adorazione di un’epoca che non le appartiene, ma cui lei vorrebbe disperatamente appartenere: gli Anni ’60, con la loro estetica retrò, il fascino romantico del vintage e le canzoni – cosa dire delle canzoni, a parte che non se ne fanno più come-quelle-di-una-volta. Tipicamente, vive con la nonna (Rita Tushingham): una donna elegante e posata, che le ha trasmesso i vinili della sua epoca, nella quale poteva essere benissimo una stella del cinema – e così è, almeno per la Tushingham.

Com’è tipico, la nonna è fiera di questa giovane donna che vede diventare un’adulta consapevole e promettente. Ma vive anche in costante apprensione – e in questo non c’è niente di tipico – perché la madre è morta, suicida, a causa della sua schizofrenia, di cui è affetta anche Eloise. Per cui, quando la lettera che le annuncia la sua ammissione a una prestigiosa scuola di moda di Londra arriva nella buca delle lettere, quella che per lei è una fuga nel mondo dei sogni potrebbe essere leggermente “too much”: “Because you’re victim of bright city lights and you’re mind is not right” – come canta, nel trailer, il brano dei Kinks.

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Cosmopolitan

I protagonisti di Last Night in Soho

I protagonisti di Last Night in Soho

Arrivata nella cara vecchia Londra infatti, sconvolta dai tassisti che la molestano e dalle varie Jocasta sue compagne di dormitorio che tirano cocaina e le parlano dietro, si rifugerà in un attico decrepito di Soho, ospite di una vecchia misantropa e bacchettona – interpretata da Diana Rigg, ex bond girl. E lì, cullata nel sonno dalle insegne al neon a ritmo con la musica, avvierà una doppia vita: di notte è Sandie – la magnetica e inquietante Anya Taylor-Joy, che con quegli occhi a tutto tondo non ha bisogno del trucco per figurare in un horror – una bellissima cantante che vuole sfondare nei locali della città a metà 1960; di giorno torna a essere la ordinaria Eloise, che progetta i vestiti d’alta moda “rubandoli” alla Sandie del sogno.

Forse Sandie è esistita davvero e il suo spirito aleggia ancora fra quelle vie, come ci ricorda il proverbiale e sottilissimo humor all’inglese: “Tu credi negli spiriti?” – chiede sovrappensiero una cameriera, alla barista, mentre osserva un bicchiere di whisky – “Cosa dovrebbe significare? Quella roba marrone ti paga lo stipendio!“. E infatti, per ogni idillio, c’è un prezzo che prima o poi va pagato. E il sogno nostalgico alla Midnight in Paris si popola di demoni – più che altro zombie, autocitazione di Wright – e diventa un incubo alla Nightmare, dal quale non si può più uscire, che invade la realtà e spinge all’insonnia forzata. Perché il principe azzurro di Sandie, Jack – l’altrettanto inquietante e torvo Matt Smith di Doctor Who – si rivela un pappone assassino. E perché le donne, nella cara vecchia Londra, sono sempre e comunque sfruttate, stuprate, uccise, oggi come allora.

Un taglio inaspettato e attualissimo, quello del femminicidio, che avrebbe potuto arricchire il film se solo Wright, in un finale dal twist decisamente sdrucciolevole, non l’avesse ribaltato. Trasformando cioè le eterne vittime in efferati carnefici e viceversa, giocando quindi con un tema che, per come è posto, non aggiunge niente e anzi indebolisce il tutto. Forse è meglio soprassedere, forzarsi a dimenticare che questa pellicola abbia anche un risvolto etico e limitarsi invece alle sue premesse di genere: perché quando vi si attiene , regala una delle migliori esperienze cinematografiche degli ultimi mesi. Una volta liberato da questa sua morale confusa insomma, Wright cade raramente in fallo.

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Anya Taylor-Joy è Sandie

Anya Taylor-Joy è Sandie

A stupire più di tutto, in Last Night in Soho, è l’incredibile cura nella tecnica e nelle soluzioni che adotta. Oltre a fare sfoggio di una fotografia a incandescenza e al neon, accecante, che però non scade mai nell’esagerazione, il film non si vergogna affatto, intriso com’è di una colonna sonora ricchissima e preponderante sulle scene, di trasformarsi quasi in un musical, studiando ogni coreografia e ogni alzata di sopracciglio a tempo con la musica. Ma la genialità della regia si vede tutta nelle… come si chiamavano? Ecco, le transizioni! Sono così fluide da far quasi dimenticare il termine tecnico, in sala, per poi rimembrarlo prepotentemente, stupendo e stordendo ancora una volta.

Durante i lunghi (e stupendi) piani sequenza, un’attrice esce fuori campo per lasciare il posto a un’altra, al termine della piroetta, in un costante scambio di partner di ballo. Per non parlare dei giochi di specchi (fittizi), che rendono perfettamente il processo di immedesimazione di Eloise in Sandie. La facilità con cui Wright passa insomma dal sogno alla realtà, da Eloise ad Alexandra e da Sandie a Ellie, è talmente magistrale da ricordare, a tratti, quella struttura geometrica su cui David Lynch aveva imperniato il suo Mulholland Drive. Il Nastro di Möbius, forma geometrica paradossale ma non impossibile, è una superficie circolare a due facce, percorribili in modo continuato e senza uno scarto di spigolo fra l’una e l’altra. Allo stesso modo, Last Night in Soho mescola ininterrottamente notte e giorno in una perfetta soluzione di continuità.

Difficile da visualizzare, senza un esempio fisico. Vi basti sapere questo: è come svegliarsi da un incubo e scoprire che il mostro ci ha seguito anche al di fuori di esso. Come nell’horror. E di maestri, dell’horror e di altri generi, Last Night in Soho ne recupera tanti. Quel desiderio irrefrenabile di cacciarsi nei guai, fra insegne notturne e vecchi avvolti nei cappotti, rammenta il Kubrick di Eyes Wide Shut. Ma è soprattutto Dario Argento, a essere omaggiato fra luci, ombre e coltelli che ricordano decisamente Suspiria. Per arrivare a un finale che, dovendo esplodere rispetto a un film che scoppietta già dal minuto uno, risulterà forse eccessivo in fatto di computer grafica. Ma che, come vuole la regola base del genere, ci ricorda che anche se le cose sono tornate al loro posto, l’incubo è ancora lì, comunque e sempre pronto ad attenderci dietro l’angolo.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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