Il secondo capitolo di Man in the Dark è un horror pensato per soddisfare un pubblico ad hoc, ma che potrebbe rimanere comunque deluso

RECENSIONE NO SPOILER

Fra ventiquattr’ore soltanto le sale italiane si sveglieranno con un nuovo horror in programmazione, credendosi ancora avvolte nel buio e nel terrore di incubi notturni. Non fosse già chiaro, stiamo parlando del secondo Man in the Dark (L’uomo nel buio), sequel del thriller omonimo del 2016 con protagonista Stephen Lang, nota meno dolente di tutto il film, conosciuto principalmente per aver interpretato il ruolo del Colonnello Quaritch, principale villain nell’Avatar di James Cameron. Per questo secondo capitolo, Fede Álvarez lascia il timone dopo aver diretto il primo e affida le redini della regia al suo co-sceneggiatore, Rodo Sayagues.

Ma il grande nome dietro il progetto – a onor del vero, un gigante, nell’horror e non solo – è quello di Sam Raimi, prestatosi alla produzione di questa doppietta di thriller, smaccatamente splatter più che strettamente horror, per i quali non si renderà necessario il rewatch. Perché in alcun modo consequenziali fra loro se non per la presenza comune del freak di Stephen Lang, meno mostruoso e carceriere in questo secondo capitolo nel quale riscopre il suo lato d’accudimento. E dove, a dire il vero, i mostri sono ben altri.

La prima ora…

Stephen Lang è Man in the Dark

Stephen Lang è Man in the Dark

Otto anni nel passato, lunga panoramica aerea. Le fiamme stanno mangiando una villetta fatiscente fin nelle fondamenta, ma lasciano incolume la bambina che vi abita. Otto anni dopo la troviamo in un bosco tetro, fra strade deserte e auto abbandonate in uno scenario semi-apocalittico, braccata da Norman (Lang) e dalla sua inseparabile ombra, il rottweiler Shadow. Eppure, non è una loro vittima: il secondo lo accarezza e il primo lo chiama papà. L’ex navy seal, ora veterano dopo che una granata gli ha portato via gli occhi, la sta addestrando come nell’imminenza di una catastrofe inevitabile. Fuori, nel mondo esterno alla loro reclusione, una banda di rapitori sta facendo strage di bambini e dei loro organi, da rivendere al mercato nero.

Con queste premesse, Detroit è presa a modello di città al limite del collasso, disseminata di case diroccate o completamente rase al suolo, in uno scenario apocalittico che non è strano scambiare, almeno inizialmente, per una distopia post zombie. Nel centro cittadino non va meglio che in periferia, a comandare sono le bande e della polizia non c’è traccia, non una sirena in tutta la pellicola, meno quelle che si vedono in televisione, mondo lontano. Con l’esasperazione della realtà sociale di Detroit, una delle città con il più alto tasso di criminalità e disagio in tutti gli Stati Uniti, il secondo capitolo di Man in the Dark tenta il recupero – inedito rispetto al primo – di certe operazioni del cinema di genere. Complimento fin troppo lusinghiero, forse immeritato.

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…e cosa ci abbiamo visto

Fuga dal Bronx

Spesso lo si dimentica, eppure maestri dell’horror come John Carpenter, George A. Romero fino allo stesso Sam Raimi, hanno fatto la storia di un genere che, all’epoca, era uno dei più politicizzati. Nell’horror politico, la denuncia all’America zombificata e terrorizzata dagli effetti nefasti del capitalismo e della guerra, passava in sordina in un genere cui nessuno, né il pubblico né tantomeno l’ottuso censore, avrebbe conferito lo status di sovversivo. Un po’ come per quel caposaldo della fantascienza a nome Phil Dick, conscio di poter ricoprire, molto più di tanti altri scrittori impegnati, il ruolo di guerrigliero nella lotta al potere costituito: perché il suo genere era considerato, dallo status quo, a minaccia zero, innocuo, “una fantasia consolatoria per un pubblico di poveracci“. Così era l’horror.

Ecco, l’universo di narrazione in Man in the Dark si presenta – forse neanche troppo consapevolmente – con queste premesse (ma le abbandona dopo neanche cinque minuti). La sua Detroit pre-apocalittica potrebbe somigliare, alla lontanissima, a quelle città del crimine, a firma George Miller ed Enzo G. Castellari, offerte dai capitoli introduttivi di saghe come Mad Max e la Trilogia del Bronx. Ad abitarla, i figli bastardi e dimenticati d’America: “Congedati con disonore da una guerra disonorevole. Questo ci rende onorevoli, in un certo senso“. Tutti, nessuno escluso – l’antieroe, l’aiutante e persino il cattivo – sono i reduci bastardi di una guerra, quella in Iraq, che bastarda lo è stata ancora di più. E’ l’America dei veterani, che lasciati a brancolare nel buio e mai reintegrati in società, vi permangono, nel buio dei sensi. E in questo strano chiaroscuro, diceva qualcuno, nascono i mostri.

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La seconda ora…

Madelyn Grace è Phoenix

Madelyn Grace è Phoenix

Ma c’è (davvero) tutto questo in Man in the Dark? Probabilmente no. Tolti i primi venti minuti (scarsi), si inizia a godere di tutto quanto un film del genere promette ai suoi spettatori: il gruppo di mercanti d’organi, come prevedibile, s’intrufola nella casa di Norman, come nel primo film, per rapire la figlia. Ma il protagonista, protetto dal buio e affinato nei sensi a causa della sua cecità, si mostrerà più incattivito di loro, pronto a tutto per proteggere la piccola – che di nome fa Phoenix, perché è risorta dalle ceneri della casa in fiamme…

Norman si propone come una via di mezzo fra il Liam Neeson di Io vi troverò, perché gli rapiscono la figlia, e il Keanu Reeves di John Wick, perché gli hanno ammazzato il cane. Ma trasforma la sua casa in un teatro bellico in stile Vietcong, fra grandi sganassoni e coltelli fra i denti, come un moderno Rambo solo più vecchio, cieco e incazzato. Fin qui e per la successiva ora buona, il film procede relativamente bene: non perfetto, ma fa quello che deve fare, montando la suspance anche grazie a qualche interessante soluzione di regia. Ma come nel primo capitolo – che però lo manteneva – il survivalist a ruoli invertiti viene spezzato da un gigantesco colpo di scena che porta a rivalutare le reali motivazioni dei rapitori e getta nella mischia confusi messaggi sulle maternità surrogate e su quelle rubate.

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…e cosa non avremmo voluto vedere

Il villain di Man in the Dark

Il villain di Man in the Dark

Si fosse limitato a questoMan in the Dark avrebbe fatto il suo, portando a casa l’obiettivo senza perdersi, come poi accade, in una gigantesca e rapida escalation di assurdità e cliché di sceneggiatura, sui quali vogliamo spoilerare poco e non possiamo analizzare molto, ma che sono poi le ragioni per cui questa fetta di horror viene tanto bistrattata dalla critica, anche a ragione. Il film cambia di set, presentandoci il vero horror di questa umanità tossicomane, gretta e davvero orrorifica, interessata solo a sfruttare e fare a pezzi i propri stessi figli.

Tutto viene stressato verso un livello ulteriore, troppo raccapricciante per crederci e troppo splatter da non sembrare gratuito. I villain, tanto demoniaci e al contempo drammaticamente banali, prevedibili e piagnucolanti, si sprecano in una sequela di battute al limite del comico, che era meglio non sentire – doppiate poi, men che meno: “Bastardo traditore“, ma si tratta di un cane; “Quanti uomini ti servono? Tutti quanti!“, ma la cit. a Léon è sprecata e decisamente sovrainterpretata.

Insomma, vedere Man in the Dark – pur con il pregiudizio ridotto al minimo – significa assistere a due film della durata di un’ora ciascuno: la prima somiglia al film precedente, vola basso e si lascia apprezzare; la seconda prepara l’uscita di un successivo, speriamo solo che cambi atteggiamento. Perché con tutte le buone ambizioni, non basta un cliffhanger a fare una trilogia.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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