Dune di Denis Villeneuve crea un'esperienza di cinema capace di immergere letteralmente lo spettatore in un mondo fantascientifico

Dopo la conferma del sequel e il successo ottenuto praticamente unanimemente nel mondo, non ci sono più dubbi: l’adattamento di Dune di Denis Villeneuve ha fatto centro. Si è fatto carico di aspettative altissime e di un’impresa che, almeno cinematograficamente parlando, aveva dell’impossibile. E ne ha fatto emergere un’opera davvero particolarissima. Un’opera capace di tradurre le complesse visioni metafisico-umane della saga di Frank Herbert e restituirle attraverso una lente innovativa e del tutto cinematografica, nel senso più letterale e artistico del termine.

Sì perché – e chi l’ha visto al cinema non può che confermarlo – Dune di Villeneuve rappresenta una vera e propria esperienza di visione. Un’esperienza visivo-auditiva totalizzante capace di dare una nuova linfa vitale al genere fantascientifico tutto. Dune infatti, mescolando abilmente tracce intellettuali a visionarietà spettacolare, rappresenta senza ombra di dubbio il cinema di fantascienza della nostra generazione per eccellenza.

Addentriamoci, senza timore, nel sietch (aka la caverna dei Fremen)… e andiamo a vedere perché.

LEGGI ANCHE  Dune: l’alba di una nuova saga cinematografica di fantascienza

Tradurre il romanzo di fantascienza più complesso di tutti

Casa Atreides in posa

Pensare che alla base di tutta la fantascienza dagli anni ’70 ad oggi praticamente ci sia un solo romanzo stupisce già abbastanza. Che poi questo abbia indirettamente ispirato classici cinematografici del calibro di Star Wars, Mad Max, Blade Runner, Alien, Terminator e Matrix fa pensare ancora di più. Dune infatti è un romanzo talmente stratificato da essere capace di mescolare riflessioni politiche, tecnologiche, ecologiche, religiose e, non ultime, emotive con una trama complessa ed intricata. Bastano dunque queste poche note per capire come mai, a quasi 60 anni di distanza, ci siamo ritrovati ad avere solo ora la prima traduzione degna dell’impossibile opera di Herbert.

E dire che ci avevano già provato. Nel 1974 Alejandro Jodorowsky tentò di concepire una versione cinematografica che negli anni ha assunto i caratteri della leggenda. Se la cosa fosse andata in porto infatti ci saremmo ritrovati una visione che riusciva a far confluire in sé Pink Floyd, Salvador Dalì, Mike Jagger, Orson Welles… e molto altro. Arriviamo a dieci anni più tardi quando, sotto la guida di David Lynch, la storia dell’inospitale pianeta desertico riesce a vedere la luce della sala. Una versione, quella del 1984, coraggiosa e criticatissima che ha ormai anch’essa ha raggiunto lo status di cult. Va ricordato poi l’adattamento televisivo con una mini-serie del 2000 con William Hurt e Giancarlo Giannini.

Mancava però, in tutti questi, il vero spirito di Dune. Complici i progressi tecnologici e l’attenzione del pubblico, la versione di Villeneuve è senza dubbi dunque quella più vicina all’originale, in forma e spirito.

LEGGI ANCHE  Il Dune di Jodorowsky: un'opera profetica mai realizzata

Un’esperienza innovativa

Paul e la madre di fronte al verme gigante

Con il Dune di Denis Villeneuve non ci troviamo di fronte ad un “classico” adattamento di un romanzo. Le storyline sono spesso solo accennate, raccontate da terzi e mai mostrate nella loro ampiezza. C’è spazio per i dialoghi, certo, ma senza che questi siano troppo esaustivi.

Questo perché Villeneuve (e Roth e Spaihts con cui ha scritto la sceneggiatura) non si è preoccupato di tradurre ogni singola linea narrativa per paura di avere una trama priva di movimento o sviluppo. Il regista ha piuttosto fatto ampio uso dell’atmosfera cinematografica per costruire le sue scene, e di conseguenza la vera e propria azione. Il montaggio delle scene e la strabiliante colonna sonora di Hans Zimmer servono infatti per creare una tensione sia interna alle singole scene che lungo tutto il film.

Il mix perfetto di un ricco storytelling, di un’azione mai esasperata e di un’attenzione minuziosa alla costruzione della sequenza è proprio quello che rende Dune un innovativo spettacolo fantascientifico. Lo spettatore, durante la visione, sembra proprio essere trasportato nel pianeta di Arrakis e nel mondo finzionale di Dune. Ma è invitato ad entrarci con cautela e attenzione e, alla stregua di un Paul Atreides, è chiamato a scoprire le varie sfaccettature di un mondo che non conosceva in precedenza.

Sì perché il mondo di Dune – come qualsiasi mondo vero o fittizio che sia – è talmente vasto e complesso che sarebbe impossibile concepire nella sua totalità. Bisogna solo addentrarsi con calma, così come ci invita Villeneuve a fare, e svelarne una parte alla volta. La comprensione non è basata su una forte idea di totalità, quanto piuttosto la totalità è data dalla somma delle sue singole (e molte) parti.

È proprio su questa altalenanza tra poli opposti infatti che la pellicola gioca per creare la sua esperienza cinematografica: ossia tra la vastità e il dettaglio.

Grandezza

Casa Harkonnen con le sue truppe su Arrakis

Villeneuve non ha paura di pensare “in grande” e certamente questo film ne è un esempio. Non tanto perché, come molti altre saghe fantascientifiche e non, abbia in mente una grande storia che possa generare infiniti sequel e spin-off, ma perché riesce a comunicare la grandezza di questa storia. Dalla vastità dei pianeti e dell’universo in toto all’inconoscibile mondo dei Fremen, dalle navi spaziali ai vermi delle sabbie, tutto in Dune assume un tono di magnificenza.

I pianeti che compongono l’universo sembrano talmente distanti che paiono non comunicanti fra loro. Si pensi a quanto viene enfatizzata la diversità di Caladan, di Arrakis e di Giedi Prime. Tutti parti di uno stesso sistema che non si vede mai e di cui è impossibile percepirne i confini. C’è in sostanza un forte senso di espansione, di apertura e di “infinito” nel film di Villeneuve e questi contribuiscono a creare una profonda sensazione di mistero.

Sostenuti anche dall’uso immersivo del sound design e dall’emotività della colonna sonora, il mistero e l’oscurità diventano i caratteri portanti dell’esperienza cinematografica di Dune. Il film infatti utilizza il silenzio e il rumore come forme contrastanti eppure funzionali al medesimo scopo di ampliare l’inquietudine. Allo spettatore viene chiesto dunque di perdersi nella vastità dei luoghi mostrati e riconoscere la piccolezza e la parzialità della sua posizione (e della sua percezione) di fronte al mondo.

Una posizione di parzialità certo, ma che contiene in sé tutta l’importanza e la potenza metafisica di Dune stesso…

Attenzione al dettaglio

Paul davanti alla madre Bene Gesserit

Tutta la grandezza utilizzata dal film non avrebbe alcun senso infatti se non fosse contrapposta al dettaglio. Così come allo spettatore viene chiesto di perdersi nella vastità dell’ambientazione, gli viene chiesto di prestare attenzione ai dettagli che gli vengono posti di fronte.

Dalla precisa estetica di costumi e scenografie delle varie casate ai comunicativi scambi di sguardi tra i protagonisti, tutta la messa in scena è curata fino al più minuscolo particolare. Sono i particolari a rendere il setting, nonché tutta la narrazione, molto più umani ed emotivi. È attraverso questi dettagli che si intravedono le pieghe del testo narrativo, le intenzioni e i desideri dei singoli personaggi, altrimenti celati dal silenzio e dal rumore che imperversano nell’universo feudale di Dune. Magistrale, ad esempio, in questo gioco di vastità e dettaglio è proprio la sequenza del Gom Jabbar. Qui l’oscurità di una stanza di cui non sappiamo i confini e la prova di cui non sappiamo la reale efficacia e portata si trovano in dialogo con la punta dell’ago e la mano di Paul nella scatola.

Insomma, Villeneuve si rifiuta di rendere le cose semplici. La sua attenzione al dettaglio è davvero poetica e sorprendente, e questo non intralcia mai l’andamento della storia. Tutto ciò dunque crea un mondo concreto, vivente e tangibile, visibile e misterioso come un oggetto reale, basato sulla completa immersione cinematografica da parte dello spettatore. Uno spettatore chiamato a vedere e riconoscere le cose nella loro più intima essenza. Esattamente quello che la fantascienza, e forse ancor di più quella del nuovo millennio, dovrebbe spingere a fare.

LEGGI ANCHE  Denis Villeneuve: tutti i suoi film dal peggiore al migliore

Per news e altri approfondimenti dal mondo del cinema e delle serie tv, continuate a seguirci su CiakClub.it!

Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments