E' un omaggio al cinema e viene dalla lontana Cina, One Second, il miglior film che abbiamo visto in tutta la dieci giorni di kermesse

Abbiamo lasciato trascorrere poco più di una settimana dalla fine della 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma, che al Premio del Pubblico ha visto trionfare (a sorpresa) uno dei film meno quotati a ottenere il riconoscimento: Mediterraneo, pellicola d’impatto sociale più che cinematografico, diretta da Marcel Barrena e incentrata su Oscar Camps, fondatore di Open Arms. Un esito davvero inaspettato, quello che ha premiato, di fatto, uno dei primissimi a esser stati proiettati fra i (ben) ventitré film della selezione ufficiale: quasi che il pubblico avesse fatto la propria scelta già il primo su dieci giorni di festival o semplicemente si fosse stancato di votare nei successivi.

Diversi i (clamorosi) sconfitti che avrebbero facilmente conquistato il gusto del grande pubblico, ma su tutti un titolo ha rapito completamente la nostra attenzione, pur nella consapevolezza che – in assenza di una giuria preposta come a Cannes o Venezia – sarebbe passato sotto silenzio. Quel titolo è One Second, un piccolo gioiellino dal lontano oriente che però, a giudicare dal regista, ha poco del film indipendente. Dietro alla macchina infatti, un mostro sacro come Zhang Yimou, autore di kolossal cinesi come HeroLa foresta dei pugnali volanti, poi diventati cult internazionali a inizio millennio, ma anche di un (dimenticabilissimo) esperimento hollywoodiano come The Great Wall.

Tempi moderni per la rivoluzione

La coppia protagonista

La coppia protagonista

Anni ’60, ma siamo in Cina. Una minuscola, spossata figura si aggira fra le sabbie del deserto nel mezzo di una tempesta secca e pungente. E’ in fuga, ma non lo attraversa per quello: deve vedere un film. O meglio: deve vedere uno di quei noiosissimi cinegiornali che, fino a cinquant’anni fa, in tempo di guerra o di rivoluzioni, precedevano i film veri e propri. Meglio ancora: di quel cinegiornale, gli basta un frame della durata di un secondo – da cui il titolo del film – nel quale sua figlia che non vede da anni si spezza la schiena sotto il peso dei sacchi di riso, orgoglio della nazione di memoria tarantiniana.

Viste le premesse di soggetto, One Second dovrebbe durare, giustamente, non più di un secondo, appena un battito di ciglia. Peccato che il protagonista – che di nome fa Zhang ed è interpretato dal formidabile Zhang Yi – una volta arrivato al cinema nell’unico giorno di proiezione, scopre che la pizza contenente la pellicola è stata rubata e che il cinegiornale non verrà riproiettato per chissà quanto tempo. L’identità del ladruncolo, spinto (solo) apparentemente da futili motivi, è Liu (Liu Haocun), un’orfana testarda e giovanissima, tutta presa dalle amorevoli cure nei confronti del fratellino, ancora più piccolo.

Per fortuna, One Second non dura affatto un solo secondo, ma procede a costruire con lentezza e costanza il rapporto (inizialmente) forzato e non voluto fra queste due anime in pena, questa coppia di monelli alla Charlie Chaplin e Paulette Goddard in cammino verso i tempi moderni della Cina comunista, lungo gli sterrati del Grande Balzo in Avanti. Una rivoluzione culturale e cinematografica che, dopo il troppo guardare alla Corea del Sud e il troppo aver guardato al Giappone, torna a sentirsi matura anche nel cinema cinese.

Quello di Zhang Yimou è innanzitutto un film che parla per lunghi silenzi e mimiche copiose, per sguardi e movenze di questi interpreti troppo distanzi, per scuola attoriale, perché se ne possano cogliere e apprezzare tutte le sfumature. Ma che siano bravi, bravi davvero, s’intuisce a un primo lancio di sguardo, di sbieco, da sotto la visiera. Tanto generose le interpretazioni, quanto austeri sono i comparti (normalmente) chiamati a valorizzarle: un po’ di carbone strofinato a fare da trucco e innumerevoli stracci di tela elargiti con alacrità dalla Repubblica Popolare Cinese.

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Nuovo Cinema Propaganda

Zhang e Mr. Film

Zhang e Mr. Film

In fatto di austerità e parsimonia però, ciò che colpisce di più in One Second è il binomio cromatico. Una palette composta da due tinte solamente, giustapposte nelle loro sfumature per tutta la durata del film: il beije della sabbia e delle catapecchie e il blu delle tute e degli intonaci, più il rosso delle bandiere e delle guardie come bonus saltuario ma fondamentale, nella Cina maoista. Una sobrietà d’orpelli, pulita e perfetta, che punta a dare valore ai dettagli realmente importanti nel contesto storico del film, come quel peperoncino extra sui noodles, merce rara come lo zucchero nelle principali distopie.

Per l’art direction morigerata e la sua lontananza di ambientazioni, geografica e temporale, potrebbe ricordare l’Emanuele Crialese del 2006, quello di Nuovomondo. Ma chiunque, nessuno escluso, vedendo One Second cita e citerà il nome di Giuseppe Tornatore per il gigantesco omaggio al cinema, quasi una dichiarazione d’amore, che rappresenta. Vuoi la ruralità del set, col suo cinema e la piazza antistante, scarsamente illuminata. Vuoi il feticcio per la pellicola propriamente detta, mostrata nelle fasi di sviluppo e montaggio, fino al funzionamento del proiettore, inquadrato in ogni minimo passaggio. Vuoi il gestore della sala, noto solo col nome di Mr. Film (Fan Wei), che con il suo cinema d’essay propagandistico deve riuscire ad accontentare il suo pubblico di cinefili esigenti, amatori di un genere atipico, che apprezzano titoli come Heroics Sons and Doughters ma di Fighting North and South diranno: “Brutto quello!”.

Tutto considerato – compresa la deformazione da spettatore italiano, influenzato dalle sue personali coordinate cinematografiche – ogni cosa farà pensare a Nuovo Cinema Paradiso. A un nuovo grido d’amore non solo da parte di chi, i film, li guarda, ma anche di chi e come li fa. Guardare One Second significa assistere a un corso accelerato su tutte le fasi di creazione di una pellicola nel suo svolgersi e disvolgersi. Come quella scena esilarante in cui i due scapestrati, raccolti da un camionista in mezzo al deserto, si fanno passare per padre e figlia e si rinfacciano colpe inesistenti l’un l’altro: mentendo, dissimulando, cioè interpretando dei ruoli e quindi strappando reazioni sincere allo spettatore di turno, il camionista in questione. Una sequenza che meriterebbe di essere mostrata, con fine didattico, in qualunque scuola di recitazione.

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L’amore che ci spinge

I colori di One Second

I colori di One Second

Nel film di Zhang Yimou però, quello nei confronti del cinema è un amore (non sempre) incondizionato e – proprio per questo – molto più vero, interessato e stratificato, a seconda delle diverse motivazioni che muovono i vari personaggi. Il protagonista ama i film perché attraverso di essi può recuperare gli affetti a lungo perduti. Amando i nostri figli e le nostre storie, ameremo anche il cinema che le racconta. Niente di più semplice. La giovane orfana, dal canto suo, è spinta da motivazioni ancor più macchinose, indirette, da quando il fratellino ha accidentalmente rotto una lampada che gli serviva per studiare senza perdere la vista. Il paralume, pezzo unico e introvabile, era fatto di vecchie pellicole.

Ecco perché Liu è ossessionata dal film, nel senso originale e materiale del termine: è l’unico modo che ha per mettere fine alle persecuzioni dei creditori – che rivogliono la lampada – e permettere nuovamente a suo fratello di studiare, e quindi sopravvivere, nella Cina ipercompetitiva dal miliardo di abitanti, che suona tutto meno che comunista ed egualitaria, oggi più che mai. Perché in questo film, attraverso il kino, il cinematografo, si parla copiosamente anche di Cina: per mezzo della cinefilia si fa strada una certa sinologia. Come in una scena geniale con protagonista Mr. Film, che con poche battute in un monologo da capopopolo rende uno spaccato perfetto della Cina d’Anni ’60.

Una volta che il cinegiornale, ritrovato, si scopre rovinato e inutilizzabile, Mr. Film si rivolge infatti alla popolazione del villaggio con una serie di ordini e slogan che, pur riferendosi al cinema, parlano di tutt’altro. Primo, che senza cinegiornale non si può vedere il film, è una questione di principio: in altre parole, ci si può permettere uno spiraglio d’intrattenimento solo dopo aver appreso lo stato d’avanzamento della rivoluzione. Secondo, che se vogliono vedere il film devono partecipare tutti, nessuno escluso, al restauro della pellicola: non c’è premio senza collettivizzazione del lavoro, senza un nuovo piano quinquennale. Terzo, che se falliranno, la punizione colpirà tutti, meno lui e suo figlio, figure troppo importanti per la propaganda di partito: il terrore della delazione e della corresponsabilità di colpa nella Cina iperpunitiva di Mao Tse-tung.

Infine, ci parlano di Cina gli ultimi grandi cinefili di questo film, gli abitanti del villaggio, che come si diceva per i bosniaci in The Social Network: “Non hanno le strade però hanno Facebook”. Ecco, loro non hanno nulla, in termini di possesso, però hanno il cinema. E in quei duemila metri di pellicola da 35mm, sono completamente liberi e ricchi come non mai. In conclusione, One Second è un film semplicemente bellissimo: non una sbavatura lo ridimensiona, non una sola bruciatura di sigaretta in tutta la pellicola; parla delle cose di ieri, ma con un cinema del domani.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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