28 anni fa si spegneva Fellini e noi lo vogliamo ricordare con una piccola guida al suo cinema, spesso incompreso.

Non è facile interpretare il cinema di Federico Fellini, questo è certo. Ancora più sicuro è che la poetica del regista romagnolo è diventata parte del nostro vocabolario culturale in qualità di estrosità, magnificenza e irrealtà. L’ eco che Fellini, in oltre 40 anni di carriera, è riuscito a porre, si respira ancora oggi nella cinematografia di tanti registi di fama mondiale come, uno dei più noti, Quentin Tarantino.

Con il tema dello spettacolo, del sogno, dell’introspezione dell’io, della solitudine, dello spiritismo e dell’esoterico, Fellini ha saputo incantare generazioni di spettatori in un modo del tutto personale. Per parlare di questo ci affidiamo alla lettura di quattro film tanto importanti quanto complicati ma che riescono a gettare una luce sopra quello che è stato il suo modo di fare cinema.

Il sogno del neorealismo ne Lo Sceicco Bianco (1952)

Non c’è mai un vero e proprio lieto fine nei film di Fellini e Lo Sceicco Bianco ne è la prova. In un titolo che ammicca ancora ai registri neorealisti, Fellini propone una parodia della moda dilagante dei rotocalchi e dei fumetti.

Questo secondo titolo del regista romagnolo è a tutti gli effetti, un film di simbolismi, un prototipo della futura e raffinata rappresentazione felliniana, per il momento solo un dietro alle quinte della “Hollywood sul Tevere“. I tre personaggi principali incarnano semplicemente tre visioni separate della frenesia spettacolare. Dolce e innocente, Wanda assume il ruolo della classica lettrice assuefatta dalla finzione mentre il marito è l’opposto, l’occhio scettico della mania. La star del fumetto è invece un tutt’uno dei valori negativi di questo mondo luccicante: finto, artificiale, irrealizzabile.

Lo Sceicco Bianco è, in tutto e per tutto, la rappresentazione infranta di un universo che per anni tenterà di tenere alla larga i ricordi della guerra. Timidamente si afferma il tema della religione che, nel titolo, appare radicata nella figura ansiosa del marito della protagonista.

La frenesia amara di Fellini ne La Dolce Vita (1960)

Passano otto anni e Federico Fellini è uno dei registi più importanti del panorama autoriale italiano. Resta l’onirico e continua lo spettacolo della Hollywood italiana. Sono ovviamente gli anni del boom economico, dell’ americanizzazione dei costumi, della televisione e anche della profonda consapevolezza che il divertimento è effimero.

Con La Dolce Vita fa definitivamente capolino la solitudine dell’individuo di fronte alle tragedie della vita, una realtà rispecchiata dal personaggio Marcello Rubini. Nonostante le feste, per il paparazzo, siano all’ordine del giorno e il frequentare locali alla moda diventi una routine consolidata, alla fine del tunnel c’è sempre la meschina realtà. Solo i lunghi viaggi per una Roma deserta sembrano irrompere sulla scena per portare un momento di stacco, di riflessione e riappacificazione con l’animo umano.

Il ruolo della figura femminile diventa sempre più necessario tanto che Marcello sembra non riuscire più a vivere senza una donna al suo fianco. Il peso della morale e l’occhio vigile della religione continuano a mantenere un posto di privilegio nella pellicola: l’apparizione della Madonna ai bambini e la memorabile scena iniziale del film sono i due esempi più eclatanti della pellicola.

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La doppia interiorità di Fellini in 8 e ½ – (1963)

Fellini, dopo Le tentazioni del Dottor Antonio, subisce una dura battuta d’arresto: la fatidica crisi creativa. Non poteva esserci occasione migliore forse, dato che solo l’anno seguente nei cinema sarebbe approdato l’iconico personaggio di Guido Anselmi, in breve, Fellini nell’interpretazione di Marcello Mastroianni. Nella bolla terapeutica che è 8 e ½, Fellini evolve nel suo ragionamento sulla realtà e sulle contraddizioni sociali. La figura femminile, nella sua esuberanza, gelosia e delicatezza, prosegue il percorso essenziale della cinematografia del regista, diventando una componente definitivamente irrinunciabile della narrazione, quasi un omaggio alla crisi interiore di Fellini.

Ancora centrale è invece il mondo onirico: l’auto che si riempie di fumo, la lunga corda appesa a Guido Anselmi sospeso nel cielo e le surreali sfilate sulle spiagge di Ostia. Altrettanto rilevante è il tema del ricordo, misto al grottesco o addirittura alla morte: il ballo di una donna irreale sulla spiaggia davanti a dei ragazzini, il ritorno mentale al cimitero dove sono sepolti i propri genitori. Quando il film sembra aver scaricato tutta la sua tensione idilliaca, si fa viva la componente del gioco: una sfilata dei personaggi in stile circense conclude il film.

Il ricordo personale in Amarcord – (1974)

Quando guarderete per la prima volta un titolo come Amarcord potreste avere la sensazione di trovarvi di fronte a un film diverso dal solito. Già a partire dal titolo è chiaro l’intento di rievocare quello che l’infanzia e l’adolescenza hanno significato per il regista. Fellini non perde la sua consueta mira onirica arrivando a condizionare la rappresentazione sullo schermo in un’ottica decisamente alterata. Ciò che fa amare e ricordare Amarcord è l’estrema caratterizzazione e simbolismo di cui sono ricoperti i personaggi: sembra di conoscerli da sempre.

Fellini non cambia invece rotta sulla duplice caratterizzazione delle figure femminili, un soggetto già esplorato ampiamente con Giulietta degli Spiriti (1965) e Roma (1972). Ciò su cui il regista invece si apre al cambiamento è l’amore. La relazione di coppia soffocante, intrinseca nei tre titoli precedenti, vede in Amarcord un soffermarsi sull’importanza del trovare la propria metà, come il finale sentenzia. Più significativo rispetto a 8 e ½, è il ricordo della famiglia con i bagni nelle tinozze e i surreali pasti a tavola. La svolta sostanziale del film, tuttavia, sta nella metamorfosi della narrazione che da unica e centrale diventa corale.

Qual è il vostro o i vostri film preferiti di Federico Fellini? Fatecelo sapere qui nei commenti.

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Martina Folegnani

Martina Folegnani

Una piccola torinese con un grande amore per il magnificente mondo del cinema e dell’arte. Mi sono laureata pochi mesi fa al DAMS con l’obiettivo di diventare scrittrice di soggetti cinematografici.

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