Autobiografico all'ennesima potenza, Belfast lascia il Conflitto Irlandese sullo sfondo, ma si quota come favorito al Premio del Pubblico

RECENSIONE NO SPOILER

Quando si tratta di Kenneth Branagh alla regia, non si può mai dire quale sarà il risultato. Ma con il suo ultimo film, Belfast, oltremodo autobiografico, il regista si candida decisamente come favorito per il Premio del Pubblico, priva com’è la Festa del Cinema di Roma di un verdetto di giuria. Con poche cartucce ancora da sparare e nessuna davvero in grado di ribaltare le sorti della rassegna, è possibile iniziare a tirare le sorti.

Forse non il migliore di tutta la rassegna ma già indirizzato verso una sicura candidatura agli Academy Awards come Miglior Film, Belfast potrebbe dimostrarsi capace di far incontrare il gusto del pubblico con un riconoscimento degno di un festival internazionale. Un film autobiografico sull’infanzia di Branagh nella principale città nordirlandese, che il regista desiderava raccontare da mezzo secolo, dedicandolo “a quelli che sono rimasti, a quelli che sono partiti e a quelli che si sono persi durante“.

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Branagh e Hill sul set di Belfast

Branagh e Hill sul set di Belfast

Ulster, estate ’69. Mentre nel Regno Unito come nel resto del mondo si festeggia una generale liberalizzazione dei costumi all’insegna del rock e della beat generation, la città di Belfast è insanguinata dagli scontri fra protestanti e cattolici nel teatro generale del Conflitto Nordirlandese, protattosi fino alla fine del secolo. Introdotta assieme ai titoli di testa con un lungo montaggio a colori – forse l’unico grande scivolone del film, più uno spot da agenzia di viaggi – Belfast è una città portuale che vive di diporti e dipartiti: “Gli irlandesi sono nati per emigrare o non ci sarebbero così tanti pub nel mondo”.

Ma ecco che, valicato il muro del tempo, Branagh proietta lo spettatore dai giorni nostri al suo personalissimo mondo d’infanzia, un album di ricordi dal bel bianco e nero nel quale il suo alter-ego bambino vive con la famiglia in una familiare viuzza della working class isolana. Molto simile, insomma, ai mattonati in copertina di Favourite Worst Nightmare, album degli Arctic Monkeys, o al meno ravvicinato, premiatissimo video di The Importance of Being Idle degli Oasis con protagonista  Rhys Ifans. La camera c’introduce alla fauna locale passando senza stacchi da abitante ad abitante, raccontandoci tutta la vitalità di questa fetta di mondo come solo un piano sequenza ininterrotto è in grado di fare.

Ma la dolce spensieratezza è ben presto rotta dall’irruzione dei protestanti, che facendo scempio delle case dei cattolici gettano subito lo spettatore in scene di terrore e devastazione urbana, che parrebbe impossibile collocare nella rispettabile Gran Bretagna d’Anni ’60. Le fiamme divampano e le vetrine s’infrangono come pioggia tagliente, sembra un pogrom da Notte dei Cristalli. Le barricate s’innalzano ai due lati della strada, sembrano Le quattro giornate di Napoli. I fari notturni puntano e vegliano su questo nuovo ghetto volontario, sembrano le ronde di Auschwitz. Lo shock è improvviso e fortissimo, che sia una nuova guerra mondiale?

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Colin Morgan in Belfast

Colin Morgan in Belfast

Tolti i titoli di testa e come gran parte del film, i primi venti minuti di Belfast non hanno una singola sbavatura in nessuno dei reparti che possano venire in mente. Dal punto di vista visivo, più che pedissequamente tecnico, ogni cosa è al suo al suo posto, ben collocata. Gran parte delle inquadrature, tutte curate fin nell’estremo margine del campo visivo, possono far parlare di una disposizione quasi coreografia, geometrica, degli attori in scena: tre personaggi, due in primo piano e il terzo in disparte, come i tre spigoli di un triangolo ogni volta equilatero, isoscele, scaleno. La macchina passa dall’uno all’altro con movimenti semplicissimi, quasi elementari, spesso inesistenti, eppure efficacissimi, girando su sé stessa attorno a un perno fisso posto ad altezza di bambino, per chiarificare fin da subito di chi sia il punto di vista.

La lente, un grandangolo mai troppo marcato o fastidioso, sfrutta la profondità di campo di memoria orwelliana per mettere a fuoco ogni porzione dell’inquadratura. Persino il montaggio sonoro, che rende tutte le voci in campo – quelle vicine, quelle lontane e persino quelle schermate dall’ostacolo di una vetrina – egualmente rumorose, viene scelto come funzionale alla narrazione, parlando a una spanna dall’orecchio dello spettatore e proiettandolo quindi nel vivo della storia e del suo vociare.

Che dire, infine e soprattutto, delle interpretazioni, tutte (o quasi) venate dal realistico accento irlandese? Su Judi Dench e Ciarán Hinds, già strepitoso in The Terror, non potevamo avere dubbi. A preoccupare, più dei nonni immaginari di Branagh, era l’altra, centralissima coppia su schermo, quella dei genitori, interpretati rispettivamente da Caitríona Balfe e Jamie Dornan: la prima supermodella con un passato di attrice non di così lunga carriera; il secondo protagonista del franchise di Cinquanta Sfumature, sottovalutato e sottovalutabile.

Entrambi invece regalano due interpretazioni azzeccate, credibili e sempre valorizzate dal giusto primo piano. Persino gli attori di contorno regalano prove che rimangono impresse: Colin Morgan, il villain meglio conosciuto per la vituperabile serie Merlin; Turlough Convery, anonimo predicatore coi suoi due minuti scarsi di sermone, sudato ed essudato. Infine il protagnista, un giovanissimo Jude Hill, perfetto per una parte costruita a tratti secondo il cliché del pupo lentigginoso da casa nella prateria, tutto smart e humor, ma perfetto.

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A Belfast si uccide solo d’estate

Caitríona Balfe e Jamie Dornan

Caitríona Balfe e Jamie Dornan

E’ attraverso i suoi occhi, attraverso quelli di Branagh, che la storia è raccontataBelfast è un film che il regista stesso dichiara di voler girare da cinquant’anni, ma esattamente come avrebbe voluto girarlo cinquant’anni fa: attraverso gli occhi dell’infanzia, per i quali la guerra e i debiti di famiglia, sussurrati nel sottoscala di casa mentre i bambini dovrebbero essere a letto, contano ben poco, rimangono sullo sfondo. Chiunque si aspetti una cronaca storica, precisa e dettagliata, del Conflitto Nordirlandese, pretendendo quindi di valutare il film sulla base di questa gigantesca assenza, si scoprirà estremamente deluso. E mai così lontano dal cogliere il senso del film e di un’operazione completamente autobiografica, interamente in soggettiva, perfetta non già nonostante, ma proprio per questo.

Alla luce di tutto, lo shock iniziale è proprio quello del bambino, terrorizzato in mezzo alle rivolte che, per effetto diretto della soggettiva, terrorizzano anche lo spettatore. Ma passata l’iniziale paura, la guerra si trasforma ben presto in un gioco; la strada in un fortino; l’inevitabile scontro con il cattivo, carico di tensione e drammaticità, solo in un altro serial americano. Due pistoleri, una lunga strada come set del duello, nel mezzo di una guerra fratricida come fra Nordisti e Sudisti, in cui l’eroe si trasforma nell’incrocio fra John Wayne e Joe DiMaggio.

Nel momento dell’estrema decisione, se partire o rimanere, contano solo gli affetti e gli amori giovanili, non ciò che si rischia ma ciò che si perde: la guerra è lontana, la minaccia non percepita. Nel mondo fiabesco di un bambino, il film può chiudersi anche così, di botto, senza senso, in forma di musical, con (finalmente) gli U2 a fare da colonna sonora, dove i brani originali e quelli di Van Morrison suonano comunque pregevolissimi. L’happy ending è possibile, la morale cristallina, per citare una vecchia distopia britannica: “I buoni vincono, i cattivi perdono e come sempre [tutt’ora e purtroppo] Inghilterra domina“.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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